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Lei è Ofelia. E Ofelia è lei.

La camicia di Alberto è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita e va a sedersi davanti allo specchio. È bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida.
Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.
Un solo squillo e tutto si scontrerebbe con il suono metallico della realtà, ma lei vuole godersi ancora per un po’ la solitudine del primo mattino e la luce tiepida del sole che fa capolino oltre i caseggiati del quartiere popolare, tutti in fila in modo ordinato.
Come se bastasse quello a dare una parvenza d’ordine ai quartieri di periferia.
Sospira e posa la stampella nell’armadio e ora, vestita della camicia bianca di Alberto, oltrepassa il letto e il comodino affacciandosi alla finestra per godere dell’aria fresca, prima che il traffico si congestioni e lo smog prenda il sopravvento. A lei piace il suo quartiere, lontano dalla confusione del centro e dai palazzi d’epoca che vomitano in strada avvocati e uomini d’affari, lontano da quella retorica idealista che alimenta, con le parole, l’odio degli uomini.
Serpeggia, lungo le strade di Roma, una guerra fratricida che contrappone il rosso e il nero, e i toni di quello che la circonda sono intrisi di una dualità cromatica che sembra sposarsi – per uno scherzo del destino – in un quadro surreale e dalla bellezza crudele. È l’Italia del millenovecentosettantadue quella in cui vive, e tutto quello che fanno gli italiani è parlare e parlare e parlare, sempre e solo di morte.
Perché muore il tuo vicino di casa, il tuo compagno di banco, muore persino quello che stava semplicemente passando di lì per sbaglio. Muoiono tutti, e la cosa che fa paura è che muoiono gli innocenti, quelli che non c’entrano nulla.
Muoiono anche quelli che c’entrano, che il nero delle pistole se lo portano dentro la tasca del giaccone, ma muoiono anche quelli che, invece, vanno solo alle riunioni del partito o che non ci vanno affatto ma simpatizzano per un’ideale destinato a spegnersi e trasformarsi in Storia.
Per un ideale, e per caso, nel millenovecentosettantadue in Italia si muore.
Inspira l’aria e indugia ancora un po’ con lo sguardo sulla strada, intenta a osservare le madri che accompagnano i figli alla fermata dell’autobus, gli operai che escono di casa trafelati con in mano una fetta di pane mentre inseguono il tram in corsa verso la stazione successiva.
A lei, il brulicare della sua periferia, piace.
È familiare, è sereno e rassicurante: nulla potrà cambiare.
Sa che quella sporca guerra fatta di sangue che bagna l’asfalto nero, nel notturno di Roma, da lì è ancora lontana.
La gente pensa a lavorare e a portare a casa lo stipendio, non si sofferma a pensare alla politica e al governo che cade come un bambino che non riesce a reggersi sulle proprie gambe.
D’altra parte la periferia è il posto dove è cresciuta, dove ha trovato il suo lavoro di cameriera per il pomeriggio e di attrice la sera, e la periferia – con le sue ombre rassicuranti – non la tradirà mai.
La periferia è la scenografia della sua vita da quando il centro storico l’ha costretta a destreggiarsi nel pantano di un’esistenza che non le appartiene, da quando un pazzo le ha distrutto la vita a diciotto anni e mezzo, un diploma di scuola superiore che sembrava un miraggio e, invece, è diventato la precisa linea di confine tra il prima e il dopo, l’adolescenza e la vita degli adulti.
Il diploma non le è servito a molto, perché se vuoi fare l’attrice vendi pure l’anima al demonio per poter solcare un palcoscenico e lasciare libero quel fuoco che ti brucia dentro e grida e grida, persino più forte della tua rabbia verso il mondo.
La gente la osserva al Plaza – un teatrino da nulla, un paio di isolati più avanti, dall’insegna al neon di un verde assenzio che infastidisce la vista – e lei è felice.
Le persone – gli sconosciuti – la vedono per quella che è davvero.
Per assurdo, le maschere che indossa sono la sua vera pelle.
Punta lo sguardo dove si trova il Plaza poi, stizzita dai propri pensieri, si sistema la frangia e si stacca dalla finestra, lanciando un’ultima occhiata alla camicia bianca che penzola sola nell’armadio.
Alberto non apprezzerebbe il disordine della camera da letto, ma è meglio non pensare a quel dettaglio: l’aspetta una giornata intensa ed è martedì, e il martedì occorre indossare la maschera di Mirandolina per le famiglie che la sera vanno a teatro per poche lire.
Poi il venerdì viene Rossana per gli innamorati, il sabato Salomé per gli uomini d’affari che transitano a Roma per lavoro, e la domenica e il lunedì – finalmente – la sua amata Ofelia.
È quando il trucco di Ofelia si scioglie, quando il viso è una maschera di lacrime e rimmel nero, quando la pazzia prende il sopravvento sulla ragione, che si sente bella.
Recupera il cappotto prima di uscire e canticchia un motivetto allegro dedicato alla sua Ofelia, nata e morta nella medesima sera la notte precedente.
Lei è pazza d’amore come Ofelia, come Desdemona che si sente viva quando Otello decide di ucciderla, come Rossana che attende Cristiano anche dopo la morte.
Lei è come tutte quelle donne d’immaginazione, ma vera.
La camicia bianca di Alberto è il nastro adesivo dei suoi ricordi, l’isolante che rende ciò che è dentro casa un santuario e quel che è fuori l’Inferno. Ripensa alla borsa nuova che ha riposto con cura nell’armadio, al suo interno le poche cose essenziali per una partenza che non prevede un ritorno.
Lascerà Roma perché ormai il nero è divenuto così abbacinante da sembrare bianco, così profondo da fare paura. Tornerà a sentirsi, a percepire qualcosa di umano che vada oltre al dolore anche lontana dal palcoscenico sul quale finge emozioni che non prova da tempo nella quotidianità di una vita lacerata.
Alberto se lo sono portati via un giorno di giugno, a pochi giorni dall’esame di maturità. Gli hanno sparato lì, tra i banchi di scuola, e nessuno ha fatto nulla: uomini che andavano assorbendo l’odore del suo sangue come vampiri.
A lei l’hanno solo raccontato; quando l’ha rivisto, Alberto non era altro che il corpo di un ventenne senz’anima.
Si può morire per un niente a Roma, e come a Roma in ogni città italiana degli anni Settanta, così scrivono i giornali. Dopo la morte di Alberto ha continuato a vivere nella sua casa, portando avanti una vita che non le appartiene. Quando non è Mirandolina o Desdemona o Rossana o la sé stessa dei giorni migliori, diventa quella che gira per le strade di Roma con la pistola carica nascosta nella tasca destra del cappotto rosso.
Non importa che siano rossi o neri quelli che si trova davanti, sa che sono colpevoli come i brigatisti che hanno ammazzato Alberto. E allora preme il grilletto, il colpo parte. Sono sempre attoniti, non credono mai a ciò che vedono per l’ultima volta: una donna dai capelli corvini e le labbra dipinte di fuoco, rimmel colato intorno agli occhi arrossati dalle lacrime. È sempre notte quando accade, ed è sempre Ofelia che reclama il suo tributo di sangue.
Lei, nel momento in cui il corpo si accascia a terra, sente la vita scorrerle dentro, si sente una persona completa, fatta di carne e sangue e respiro affannoso.
Però sente finalmente di esserci, di non essere il fantasma che si aggira mite nei pomeriggi fiacchi del bar di Lucio.
Affretta il passo e devia dal suo percorso quotidiano. È una mattina speciale quella: non andrà al lavoro, passerà a trovare Alberto e poi andrà a casa, prenderà la borsa nuova che ha comprato la scorsa domenica a Porta Portese e lascerà Roma.
Incrocia lo sguardo di un uomo e sa che la sta aspettando. Sono giorni le ronza intorno e gli sorride, imbarazzata: gli ha ammazzato la fidanzata almeno un paio di settimane prima. È uno di quelli che hanno giustiziato Alberto, è arrivata a lui cercando tra i ricordi dei suoi compagni di classe e di quelli che erano al liceo quel giorno. Ci sono voluti due anni per arrivare al bastardo che le ha fottuto la vita per sempre, che l’ha costretta a prendere parte a una guerra che per lei non ha alcun significato se non pagare un debito nei confronti di Alberto.
L’unica colpa di Alberto è stata quella di frequentare un liceo cattolico, tutto lì.
La colpa dell’uomo che ha davanti, invece, è quella di averle strappato i sogni dell’adolescenza, la voglia di vivere ed essere felice.
Sorride, le labbra rosso fuoco e gli occhi truccati di nero che l’uomo guarda spazientito, da un ammiccare che lo rincorre da giorni. Forse crede voglia provarci con lui, l’idiota.
È un giorno di festa quello, l’epifania della sua vita.
Il colpo di pistola è come una ferita aperta e sanguinante sul corpo di un ragazzino, spacca l’aria come un tuono: sbocciano fiori rossi sull’asfalto nero della periferia di Roma.
Un paio d’ore e dirà addio alla capitale, ai quartieri in cui lei stessa, alla fine, ha portato la guerra, Eden incontaminati dove il serpente della vendetta ha intessuto il proprio nido. La cercheranno e non la troveranno, sarà lontana su un treno verso Milano nel tentativo di placare Ofelia, che dentro di lei grida e reclama altro sangue per tutti quelli che sono morti senza motivo nel fratricidio che sconvolge Roma, Milano, Bologna, Genova e molte altre città italiane.
Nel millenovecentosettantadue l’Italia è tinta di due colori: il rosso del sangue e il nero delle pistole.

Racconto scritto per il concorso BlusuBianco di Muller nel lontano 2010 (Copyright 2010-2017).

Questa è la prima storia che ho pubblicato su 20lines.
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