Ci hanno strappato anche i sogni

23 novembre 2014. La prima donna italiana nello Spazio. Invisibile.

Samantha Cristoforetti è il sogno di un sacco di bambini fattosi carne. Plasmata con anni di studi e addestramenti, è la prima donna italiana a volare nello spazio e viverlo per sei mesi. Naso rivolto verso la volta celeste, dalla Terra, migliaia di puntolini siderali che fanno da cornice a quella che – se ti stacchi – è la realtà cittadina che ti lasci alle spalle almeno un poco, per quegli istanti in cui ti perdi a rincorrere Venere e poi scivolare giù, verso l’Orsa Maggiore. La Stella Polare, io, non l’ho mai trovata, ma Marco Polo ci ha fatto il giro del mondo, solo con quella. Altro che navigatori satellitari. E noi, avidi di stelle e pianeti e costellazioni immaginarie da sempre, attendiamo la notte di San Lorenzo per gustarci un pianto di stelle che, per tornaconto, promettono desideri realizzati.

Samantha è questo: un sogno realizzato.
Un sogno che abbiamo perso perché l’Italia coltiva calciatori e veline, talk show politici, sensazionalismi da cronaca nera.
A me sarebbe piaciuto vederla partire, con quel suo sorriso smagliante – di bambina che insegue le stelle da quando ha imparato a camminare – e l’entusiasmo che trasmette a ogni riga, piccola, di quel suo diario di bordo condiviso. Lo leggo e mi emoziono, sorrido come un’ebete, mi commuovo davanti alla sorpresa di quello che non conosciamo. Se ti stacchi dalla fantascienza vedi l’immensità di qualcosa che ti destabilizza e capisci quanto sei piccolo e umile tu. Di Samantha, prima che partisse, ignoravo persino l’esistenza. Però volevo sapere come ci si sente a partire per lo spazio, a essere sparati oltre l’atmosfera e vivere per sei mesi lontano da tutto e tutti, dalla realtà che conosci immersa in qualcosa che hai solo simulato. Immersa nel buio più completo dello spazio.

Io credo che Samantha abbia realizzato il suo sogno di bambina.
Non decidi di diventare astronauta a vent’anni, lo decidi quando sogni in grande e nessuno ha il coraggio di dirti che il destino non ti riserverà quel futuro, perché è matematico che sia così: quanti astronauti donne avete mai visto nascere in Italia? Ti lasciano fare, aspettano che la vita ti conceda un po’ di docce fredde e resteranno lì, pronti a sostenerti quando sarà il loro momento. Io me la immagino, lei, sulle vette del suo Trentino a guardare la luna e gridarle:
Un giorno verrò da te!
Io, da bambina, volevo fare la principessa. Non scherzo, per anni – sino all’inizio delle scuole elementari – speravo in un principe, un castello con quaranta cani e un happy ending.
Poi, ai tempi di Saved by the Bell (all’anagrafe italiana Bayside School), decisi che volevo fare la cheerleader. A loro, la vita riservava sempre l’happy ending, dopotutto. Questo mi fa supporre che per me l’età adulta finisse a diciotto anni e poi si passava dritti alla vecchiaia. Ho pensato di fare anche la veterinaria, l’avvocato penale, la giornalista. Ecco, la giornalista aveva superato tutto il resto: a quattordici anni volevo studiare giornalismo e fare quello che faceva Oriana Fallaci. Dell’happy ending, dell’amore da sogno, non me ne fregava poi molto. Cioè, me ne fregava come interessa a ogni adolescente, ma pensavo che la vita non si dovesse limitare solo alla favola romantica: era finito il tempo della visione delle VHS Disney in loop in soggiorno, ma non quello dei cartoni animati in tv. Rigorosamente giapponesi, che parlavano di storie occidentali con gli occhi degli orientali, come Lady Oscar.
Non sono diventata giornalista per pigrizia, immagino. E perché io, a Milano, non ci volevo vivere.
Se penso a cosa accomuna tutte queste figure, posso dire che siano tutte forti, condottiere e combattive nel loro piccolo o grande mondo.
Non ho mai voluto fare l’astronauta, ma immagino come ci si sente, a vedere qualcuno realizzare e rendere immenso il tuo sogno. Ti convinci di potercela fare anche tu. Lo so perché è quell’empatia che instauri con qualcuno che non conosci ma che ti somiglia, che ti ricorda anche solo qualcosa di te. Nascono così gli eroi, i miti. Qualcuno che ha il tuo stesso, bizzarro sogno, che nessuno capisce. So come ci si sente perché per me è stato lo stesso con Anna Politkovskaja, a vederla combattere una guerra d’inchiesta che l’ha portata a morire per denunciare.
La verità è che ogni sogno è grande a modo suo, e dobbiamo rispettarli tutti quanti, anche quello che ci pare più stupido o inutile.

Ora aspetto che la missione prenda piede, di vedere il suo sorriso farsi sempre più luminoso, come una di quelle stelle che ama tanto. Vorrei chiederle di perdonarci per essere un popolo di idioti affetto da analfabetismo sentimentale, votato all’audience e alle informazioni in scatola, come il cibo. Un popolo che si accontenta di sognare in piccolo perché ci hanno insegnato a fare solo quello, perché il grande sta di casa ad Hollywood, mica a Roma. Mi piace credere che potrei insegnare ai miei figli di sognare in grande perché è ancora possibile. Credere che avranno come mito una donna così: forte, determinata, dal sorriso bellissimo, con la vita stretta tra mani.
Una che dà i sogni in pasto alla vita e la vita in pasto ai sogni, e non sai più più dove finisce uno e inizia l’altro. Ma ti va bene così, perché fa sognare anche te.
Se avessi una figlia le direi che sì, Samantha ce l’ha fatta, e anche lei potrà se avrà la determinazione per arrivare lassù, prendendo il suo posto oppure al suo fianco.
Ve la immaginate una missione di sole donne in cui il capitano è Samantha?
Magari verso la Nebula Butterfly?
Io sì, e sarebbe davvero un viaggio emozionante.
Anche perché dentro quella Nebula io ci vedo un sacco di storie già scritte (e qualcuna, in effetti, c’è già).

Oggi ho imparato che i sogni realizzati (e non) sono il motore della scrittura.
Voi, perché scrivete?

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