Diventare scrittori

Come si diventa scrittori? A lezione di disciplina da Dorothea Brande.

Dorothea Brande era una signora di circa quarant’anni quando pubblicò Becoming a Writer (Diventare scrittori). Nel 1930 divenne editore associato della rivista Bookman e successivamente dell’American Review. Negli anni a venire diede vita a una scuola per corrispondenza per aspiranti scrittori e a una serie di conferenza sul tema. La immagino bionda, viso rotondo e guance piene, raccontare a una moltitudine di aspiranti scrittori come diventarlo. Nel leggere il suo libro “Diventare scrittori” mi sono vista catapultata negli anni della Grande Depressione, capelli corti nascosti sotto una cloche e gonna lunga sino a metà polpaccio, un quaderno sotto il braccio e una borsa piena di storie camminare per le strade di Chicago verso un Sogno.

Quello che ho amato della signora Brande è che il suo non è un manuale, ma un libro. Pensate di sedervi tra i banchi di scuola e vedere dall’altra parte un insegnante come il Professor Pritchard che durante la vostra prima lezione getta il libro di testo nell’immondizia e vi dice che no, quello che volete sapere non sta scritto nei libri. Una donna che vi dice che avere paura è normale, che la paura va persino coltivata per sfruttarla a vostro vantaggio.

Non fa sembrare nulla facile, semmai difficile, ma con un po’ di buona volontà e tanto, tanto esercizio, le cose si possono sistemare.
Così ho pensato di passarvi gli appunti della prima lezione e, se alla fine non sarete ancora sazi, potrete sempre acquistare il libro su Amazon, che è in offerta con il 50% di sconto (io ne ho approfittato così!)

Le paure dello scrittore

Vedere scritte le paure degli scrittori, inchiostrate di tutto punto, mi ha fatto supporre che – nel mio articolo scritto per Grazia – avessi trascurato parecchie cose. Anzi, a essere sincera credo di averne sottovalutate diverse che si stanno presentando con una certa insistenza (da parte loro) e un certo fastidio (da parte mia). Sarà che l’editing di Drove procede e che quindi, concentrando il mio tempo sulla revisione, non ho granché voglia né attitudine di mettermi a scrivere altro, portandomi spesso verso l’esame di coscienza e l’auto-boicottaggio.

Quali sono le paure (condivise) degli scrittori di ieri e oggi?

  • Immaturità nei temi trattati (e della propria scrittura, in generale). Chi non l’ha mai pensato? Credo siamo stati in tanti. Ammetto che mi è capitato molto più spesso di credere di aver scritto banalità uguali a quelle di molti altri e, pertanto, che la storia non meritasse di essere portata avanti o addirittura scritta.
  • Pianificazione. La signora Brande sostiene che ci sono scrittori per i quali se si pianifica passo passo il proprio racconto, questo perde d’interesse e attrattiva, e la scrittura diventa “scattosa”. Se non si pianifica, ci si accorge poi che la storia fa acqua da tutte le parti. Come risolvere questa situazione (nella quale mi sono trovata incastrata un sacco di volte)? Credo si tratti di questione di maturità. Per un decennio ho scritto senza avere un briciolo di pianificazione alle spalle, se non nella mia testa. Implacabile, arrivava il blocco centrale dal quale non sapevo come uscire. Pianificare implica salvarmi da una riscrittura totale (o da un tentativo di arrampicarmi sugli specchi piuttosto pietoso) e riuscire ad avere sotto controllo eventuali incongruenze. Sto lavorando sul farmi piacere la parte tecnica che ho sempre relegato in un angolo. La scrittura per me è sempre stata composta per il 90% dalla storia e un 10% di editing. Sbagliavo. Sto imparando che le proporzioni sono parecchio diverse, e che è necessario un grande lavoro di pre-scrittura e uno successivo di editing accurato. La mia soluzione è un compromesso: cercare di lavorare in modo da divertirmi sulla parte di pianificazione, senza che la storia venga abbandonata. Anche perché, se dovesse accadere, è probabile che quella storia non fosse degna di essere scritta. Per farlo – e avere materiale che non dovrò buttare, senza considerare tempo perso quello speso a fare scalette e scrivere background – ho deciso di sperimentare il Metodo Fiocco di Neve ideato da Randy Ingermanson  che mi ha consigliato Sam. Potete trovarlo tradotto in italiano da Serena sul suo blog: la sua è la guida più completa e accurata, per cui non fatevela scappare.
  • Non saper scrivere dialoghi. Credo che i dialoghi più difficili siano quelli che sfruttano personaggi bambini, che spesso finiscono con l’essere dei mini-adulti. Ammetto che non riscontro problemi particolari sui dialoghi, se non la tendenza a mettere troppe interrogative e rendere troppo femminili i personaggi maschili. Purtroppo.
  • Non saper costruire intrecci, temendo che siano tutti uguali. Si diventa ossessionati dal terrore di non riuscire più a scrivere storie che eguaglino le precedenti. Più che di questo (non reputo quello che scrivo così tanto cool da non essere superato da un miglioramento che deriva dall’applicazione costante e continuativa), mi preoccupo invece della banalità degli argomenti trattati in rapporto a ciò che è già stato scritto.
  • Personaggi tratteggiati in modo troppo rigido, credendo che risultino falsi. Il problema è che caratterizzare i personaggi è sempre difficile, e spesso abbiamo la tendenza a riproporre gli stessi stereotipi in tutte le storie che scriviamo. Dobbiamo svincolarci dai nostri cliché personali e progredire, cercando di raccontare le mille facce dello stesso problema. Questo è quello che non riesce a fare Stephen King, a mio avviso. I suoi personaggi hanno spesso un rapporto conflittuale con il padre, che però resta sempre incanalato sullo stesso binario. Trovarne le diverse sfumature e raccontarle tutte fa sì che la tematica passi dall’essere un cliché dello scrittore a un suo marchio di fabbrica.
  • Sospettare che i commenti positivi siano accomodanti e di persone che ci vogliono bene. Da un lato è vero, dall’altro ho la tendenza a vedere sempre le cose in un’ottica meno rigida. Faccio leggere quello che scrivo al mio lettore tipo. Lo scelgo tra le persone che conosco, tra chi so che può essere attratto dal gendere di storia che ho scritto, e gliela propino. So che ci sarà sempre una componente di affetto, ma dall’altro lato sono persone che – se ci vogliono bene – ci diranno pure quanto faccia schifo quello che stiamo facendo, soprattutto se credono nel nostro sogno, giovane scrittore.

C’è chi riesce a superare le proprie paure con ostinazione, chi con l’Ispirazione.
Chi si affida a manuali e corsi e spera di superare i problemi senza riuscire a metterli a fuoco, quando si tratta di far collaborare l’Artista e il Chirurgo (non mi piace la definizione di Artigiano che offre la signora Brande, ma sappiate che la parte tecnica viene definita così da lei).

Chi non ha la vocazione, molla.
Gli altri, mettono insieme i cocci e vanno avanti.

Incanalare la creatività

Secondo Dorothea Brande lo scrittore è bipolare. Da un lato si ha la parte più razionale e artigiana, dall’altro l’estro creativo. Le due, spesso, entrano in conflitto, creando qualcosa che dovrebbe essere molto simile all’esplosione e successivo inabissamento di Krakatoa. Il temperamento artistico si accontenta spesso di sognare a occhi aperti, di pensare soltanto a una possibile storia. La creatività, se sfruttata in altri ambiti, inibisce la scrittura. Quello che dobbiamo fare è comprendere quali siano le attitudini e le cose che ci spingono a metterci alla tastiera e creare. Quale tipo di musica ci fa salire il desiderio di scrivere? Quali amici? Quali autori o riviste? Quali attività? Occorre che venga predisposta la nostra condizione ideale di scrittura, dal luogo agli stimoli che possono aiutarci a incanalare la nostra creatività e portarla ai massimi livelli produttivi. Spesso sono le cose più bizzarre a farlo: dobbiamo sperimentare!

Il suggerimento è di diventare scindere le due personalità dello scrittore, relegando la creatività a una specie di seconda vita, in modo da essere più produttivi e ricettivi nei momenti che più desideriamo, relegando al resto della nostra esistenza lavori meccanici e privi di attività creativa per migliorare le idee e la nostra scrittura.

Disciplina (per produrre il doppio)

Come si aumenta la produttività secondo Dorethea Brande?
Si parte con l’imposizione di alzarsi ogni mattina quindici minuti prima e scrivere, senza badare a cosa. Un flusso di coscienza libero (gli americani lo chiamano free flow ed è la prima cosa che vi obbligano a fare in un corso di scrittura creativa) e slegato da qualsiasi trama, personaggio, tematica. L’esercizio dovrà essere eseguito sino a quando non riusciremo a scrivere almeno il doppio di quando abbiamo iniziato. Questo serve per rendere la scrittura subordinata a una scadenza. Quando ci verrà automatico prendere carta e penna la mattina, allora saremo pronti per il passo successivo. Attenzione: se rischiate di cadere di nuovo nel brainstorming selvaggio e i sogni a occhi aperti, si dovrà ricominciare l’iter sino a quando non avremo tenuto sotto controllo la creatività.

Ammetto che questo punto per me è irrealizzabile. Pensare di svegliarmi la mattina prima del tempo è utopistico (sono quella dell’ultimo minuto e, se possibile, secondo). Anche nel week-end, momento in cui ho a disposizione l’intera giornata, mettermi a produrre appena alzata equivale ad avere una tizia ferma in stato catatonico davanti al monitor del pc per ore. Una cosa che non mi accade durante la settimana in ufficio, ovviamente. Il momento ideale della mia giornata è la sera dopo cena o, il pomeriggio. Ma il mattino ho le sinapsi intrecciate tra loro e non ne vogliono sapere di collaborare. Mi piacerebbe un’estate torrida, di quelle che ti fanno svegliare alle cinque del mattino costretta in una pozza di sudore e incubi. Almeno, con il sonno mancato, sarei obbligata a mettermi a scrivere!

Appuntamento con la scrittura

In seconda battuta, dovremo darci appuntamenti fissi e inderogabili con la scrittura, in modo da obbligarci a scrivere in un determinato momento senza essere interrotti.
Come se ne andasse della nostra vita.
Rileggere ciò che è stato fatto successivamente (a debita distanza temporale) ci permetterà di comprendere i punti di forza della nostra scrittura.
Ripartiamo ancora con gli esercizi mattutini, e cerchiamo di ricordare anche ciò che è stato la sera precedente, in modo da poter comprendere la condizione ideale per far emergere i nostri pregi narrativi.
A cadenza regolare occorrerà fare un’analisi della nostra routine quotidiana per vedere quali sono le cose che influiscono in modo negativo sulla nostra scrittura e quelle che lo fanno in modo positivo. L’importanza di una vita semplice, senza esagerazioni, ci permetterà un regime produttivo costante nel tempo, con qualche picco, ma mai una scrittura che resta inattiva per mesi con eccessi in altri.

È facile comprendere come questo manuale di scrittura non parli di tecniche, bensì di un grande lavoro psicologico e attitudinale che esula dallo scrivere ma che, inevitabilmente, ne influenza la forma e la forza stessa. Mi ha aperto gli occhi su una necessità di introspezione spesso trascurata, che ci obbliga a soffermarci a scoprire le cause e gli effetti che esse producono sulla nostra attività da scribacchini. Dovrà essere un po’ come un effetto allo specchio, in cui dovremo studiarci dall’esterno e bacchettarci quando verremo colti con le mani nel sacco (ad esempio, con la pagina di Facebook che ho aperto ora, tra le tab di Google).

Dalla signora Brande ho imparato la disciplina. 
Ci sono consigli che, mi rendo conto siano impossibili da realizzare ma so di poter avere un margine di miglioramento.
Ai tempi di internet è essenziale – per scrivere bene quando il mio cervello fa i capricci – farlo da un PC senza internet. Ho volutamente bloccato la connessione sul mio netbook a questo scopo. I social sono una distrazione disgraziata, così come pure i blog, le email, i siti da collezionisti, Etsy e Amazon.
Cerco di tenere a distanza ogni distrazione, smartphone, gatta e famiglia compresi, ma non è affatto facile.
L’obiettivo è dedicarmi alla pianificazione senza subire l’arresto della voglia di scrivere, in modo da non avere brutte sorprese e incanalare la creatività su un binario già stabilito, senza deragliamenti nel mezzo.

Voi cosa avete imparato dalla signora Brande?
Su cosa punterete per migliorare la vostra scrittura?

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