Come trattare gli algoritmi e farseli amici

Per creare relazioni durature sui social media hai bisogno di mettere in gioco l’empatia.

Nel titolo del blog ho giocato con il titolo del saggio di Dale Carnegie “Come trattare gli altri e farseli amici”. A flussi alterni come le maree, si attivano diaspore da un social media all’altro – oggi è Club House, ieri era TikTok -, c’è chi si stanca dei trend di un social o delle sue dinamiche e inneggia alla rivoluzione: tornare ai canali proprietari.

Scrivo su questo blog ogni settimana dal 2016 (e, se considero il blog per diletto, andiamo pure al 2014 e risaliamo la china sino ai defunti Splinder e Iobloggo) e conosco il valore inestimabile dei canali proprietari, ma riconosco il valore intrinseco dei social media e del loro potenziale. Se così non fosse, dovrei fare un grande atto di onestà intellettuale, appendere al chiodo il mio lavoro e scegliere di fare qualcos’altro nella vita.

Sarà che ho imparato che gli eventi della vita non governabili sono più di quelli prevedibili; sarà che con l’età sono diventata più morbida e paziente, ma anche compassionevole verso me stessa, i miei sbagli, le possibilità che ho e quelle che scelgo di mancare (perché non le vedo, o perché non mi interessano), fatto sta che il problema degli algoritmi, la guerra alle modifiche di strumenti che utilizzo in modo volontario per lavoro, agli spazi pubblicitari ingiusti – e angusti – contro cui indignarsi, non fanno parte del mio modo di vedere un mezzo.

Seth Godin, in un’intervista rilasciata a Il Sole 24 ore, ha dichiarato

«Oggi l’accesso per tutti a un microfono è un dato di fatto, la differenza la fanno però quelle persone che decidono di apportare cambiamenti reali nel mondo, lavorando generosamente e senza distrazioni. Ecco perché il vero creativo è il leader che crea la soluzione del problema. La creatività è una scelta ed è un’abilità, non un talento. È un’opportunità per migliorare l’arte dell’invenzione. È il lavoro di ascolto, di comprensione del cliente e del mercato. Questa visione affonda le radici nella tradizione italiana: la si coglie in Leonardo, in Michelangelo, in Dante. Quello che impariamo da queste figure è che essere pionieri e affrontare le difficoltà è il segreto per una leadership efficace.»

I social media sono il nostro microfono, un amplificatore del nostro messaggio e possiamo scegliere di utilizzarli come meglio crediamo. Possiamo farlo come Mrs. Maisel, come Florence Welch, come Lady Gaga o Édith Piaf, ma anche con l’irriverenza e l’ironia di Iliza Shlesinger.

Uno strumento è un mezzo: la voce, sarà sempre la nostra.

Come vivere in pace con gli algoritmi

Una massima buddhista recita più o meno così:

«Se un problema può essere risolto non è un vero problema; se un problema non può essere risolto non puoi farci nulla, quindi è inutile che ti angusti.»

Ecco, il mio vivere i social in modo sostenibile, senza ansia o troppa preoccupazione, dipende molto da questo proverbio, che mi riporta sempre a riflettere sulle soluzioni possibili e scegliere di non angustiarmi quando le cose sono fuori dalla mia portata.

Il cambio di algoritmo è fuori dalla portata degli utenti, per esempio. E così, lo sono i cambiamenti, le implementazioni e gli sviluppi di nuovi strumenti sulle varie piattaforme social. Quello che non cambia, però, è la nostra relazione con il pubblico, con le altre persone che abitano quel canale.

Cosa puoi fare per rendere l’algoritmo un amico e non un nemico?

  • Accetta le fluttuazioni. Esistono nelle quotazioni in borsa, esistono in natura sotto forma di maree e venti. Così, anche gli algoritmi subiscono oscillazioni: sono calcoli matematici e statistici, si basano sul monitoraggio delle azioni e delle reazioni che compiamo sui social. Se le persone stanno commentando il tuo post, significa che lì è in atto una conversazione. Se le persone lo condividono o lo salvano, significa che l’hanno apprezzato. Gli algoritmi sono democratici perché si mettono in ascolto – senza emotività – di ogni singola voce. È come se ci fosse qualcuno che, dall’alto di un grattacielo, prende nota di tutte le persone che compiono una determinata azione o che registra le conversazioni all’interno di un’enorme platea e ci punta un enorme occhio di bue sopra perché altri possano unirsi a quel dialogo.
  • Qualità e relazione. Sui social ricerchiamo la relazione con gli altri. Per tutto il resto esistono i motori di ricerca. Se scegli di stare sui social, devi avere ben chiari questi due fattori: creare relazioni con altre persone e una qualità dei contenuti eccellente.
  • Trova la tua voce. Se sei interessante, se impari a raccontare storie coinvolgenti, le persone ti leggono pure se stai parlando di economia (come Imen Jane), pure se trasformi il greco da “lingua morta” a “lingua geniale”. Andrea Marcolongo ci ha insegnato che se vuoi, puoi, ma è stata solo una delle tante a ricordarci che possiamo fare la differenza con ciò che ci viene meglio, con ciò che ci fa muovere montagne e oceani, brillare gli occhi di emozione e commozione. Non è la ricerca dell’originalità a ogni costo, ma la ricerca interiore di chi siamo davvero a portarci lì, in quell’increspatura tra arterie e polmoni che ci apre alla possibilità di esprimerci al massimo della nostra potenzialità.
  • Semplicemente, tutti quelli che ce la fanno hanno messo in campo la propria voce, hanno lavorato per creare qualcosa di unico con passione, supportato un perché così grande da non conoscere confini.
  • Sposta il focus da te stessa agli altri. Parliamo sempre di mettere al centro della nostra comunicazione il nostro pubblico, ma siamo davvero sicure di farlo? Se il problema diventa l’algoritmo, ci stiamo concentrando su un problema che non è nostro dimenticando di farci le domande giuste. Quelle che sono un po’ scomode, ma necessarie per capire come possiamo migliorare.

Le persone si fermano ad ascoltarti quando ciò che stai raccontando risuona nelle loro corde. Ogni parola, ogni contenuto, è una possibilità di cambiamento e trasformazione per chi ti legge o ascolta.

Il marketing è questo: creare relazioni, creare fiducia, generare un cambiamento, avere un impatto sul mondo (anche il tuo quartiere è un piccolo mondo).

Fatti le domande giuste quando i social non ti portano risultati

Ci sono domande che riguardano te, come queste.

  • Chi sono io?
  • Cosa posso portare nel mondo?
  • Quali sono i miei valori, miei soltanto, sciolti dal giudizio della società e degli altri?
  • Quali sono le cose che davvero mi caratterizzano, che mi rendono riconoscibile?
  • Quali sono i miei punti di forza?
  • E i miei punti di debolezza?
  • Quando sono realmente felice?

E poi ci sono domande che riguardano quello che fai.

  • Quanto credi nello strumento che stai utilizzando?
  • Quello strumento è in linea con la tua visione? Ti rappresenta davvero?
  • C’è qualche altro canale di comunicazione che ti rispecchia maggiormente?
  • Esiste un canale di comunicazione più sostenibile per te?
  • Il tuo pubblico come agisce (e reagisce) all’interno di quel contesto social(e)?
  • Che tipo di contenuti stai creando? Mostrano la tua unicità o sono come quelli di molte altre online?
  • Quanto delle tue passioni e della tua personalità emergono da ciò che condividi?
  • Quali emozioni guidano la creazione dei tuoi contenuti?
  • Come vuoi far sentire le persone a cui stai parlando?

La sfida oggi non è catturare l’attenzione con il sensazionalismo, la sfida oggi è mettere in campo tutte le risorse che hai a disposizione per essere un punto fermo in un mare in tempesta. Significa essere un’ancora, diventare un momento di lentezza e cura di sé, un luogo di ispirazione, un angolo di poesia, una carica rivoluzionaria.

Se vuoi trovare la tua strada, capire come migliorare la tua presenza sui social media, oggi ti faccio un doppio invito: ti aspetto sul mio gruppo Facebook per aiutarti a illuminare la strada e con l’appuntamento mensile nella tua casella email con Atanor, la mia newsletter.

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