Il titolo è tutto

Rubare i segreti dei grandi: a caccia di Titoli tra le pagine di F. S. Fitzgerald.

Ci sono scrittori che non chiudono una storia senza conoscerne il titolo. Io non so iniziarla senza sapere di cosa sto parlando. Il titolo mi permette di mantenere la concentrazione alta, dare un nome a qualcosa che prende forma giorno dopo giorno. Senza, sarebbe come chiamare il vostro migliore amico “Coso“. Non è esattamente carino, non è salutare nel rapporto che andrete a coltivare né, tanto meno, per ricordarvi che state facendo qualcosa di serio. Mi ricorda un aneddoto di quando andavo alle superiori. C’era un tizio, un po’ sfigatello e anonimo, uno di cui non ricordavamo mai il nome e che, puntualmente, faceva capolino alla caffetteria del centro salutando con un sorriso e iniziando a parlare di banalità noiose. E ce ne stavamo lì, a scambiarci occhiate complici mentre lui parlava e parlava senza essere ascoltato, come a dirci “Com’è che si chiama?
Lo ribattezzammo “Bagaglio” e, ogni volta che lo vedevamo, ridacchiavamo e trovavamo una scusa qualsiasi per defilarci nel minor tempo possibile.

Quello che scrivo deve avere un nome, un’identità ben precisa sin dalle prime battute. Non voglio avere tra le mani qualcosa di anonimo, come fosse qualcosa di incompiuto, di poca importanza e rilegato ai margini della mia vita. Quando finalmente quegli appunti hanno un nome, riesco a vederne la forma compiuta anche se è solo un bozzolo di idee, parole cerchiate e nomi di personaggi ancora tutti da costruire.
Per me, il titolo è tutto.
A volte, ma solo a volte, trovo un titolo migliore lungo il percorso di scrittura, ma si tratta di un secondo battesimo che avviene nell’arco dei primi capitoli della storia.

Il titolo è — e resta — questione di empatia con il lettore ma possiamo raggiungere un maggior pubblico con alcuni accorgimenti.
Così ho pensato a come creare titoli che funzionano prendendo come esempio quelli tratti dai “Racconti” di Francis Scott Fitzgerald.

  1. Titoli evocativi e poetici. Sono titoli che richiamano sensazioni particolari e precise, indicando al lettore cosa troverà al loro interno. “Sogni d’inverno” indica già una storia malinconica, che odora di passato e nostalgia per ciò che è stato.
  2. Utilizzare parole che indicano un’azione. Più forte sarà il verbo che verrà utilizzato, maggiore sarà il concetto che si vorrà esprimere. “Un viaggio all’estero” è già di per sé un incipit della storia stessa.
  3. Utilizzare nomi di personaggi e di luoghi all’interno del titolo. Sembra scontato, ma introducono già il protagonista e/o la città in cui si svolge la storia. “La scala di Jacob” o “Ritorno a Babilonia” ci mettono entrambi nell’ottica di scoprire chi è Jacob  –  e perché si parla della sua scala  —  e di una Babilonia corrotta? Ritornata? Mai caduta?
  4. Titoli composti da una sola parola. Una parola vale più di mille descrizioni. Se è quella giusta, il gioco è fatto. “Assoluzione”, per esempio, è un titolo che promette già un finale (o del motore stesso della storia) ben preciso.

Non dimentichiamo che qualunque sia la struttura del titolo esso dovrà destare curiosità nel lettore, dovrà indurlo a prendere dallo scaffale il nostro romanzo con la voglia di leggerlo. E se quella voglia si crea in quell’istante in cui il suo sguardo si posa su di lui, è (quasi) fatta. Un colpo di fulmine, come fu per me “Il giovane Holden”. Che lo chiami con la traduzione italiana o con il titolo originale “The Catcher in the rye” la sostanza non cambia: me ne sarei comunque tornata a casa insieme a lui. Con il titolo facciamo una promessa al lettore: non rispettarla significa tradirlo.
Sappiamo bene quanto siano pericolosi i lettori infastiditi dall’essere boicottati nelle loro fantasie, vero?

Dicevo: io, senza titolo, non parto. 
Ne ho bisogno per sapere cosa voglio scrivere, per non perdere di vista la promessa iniziale, sia mai che mi faccia prendere la mano durante la scrittura (e capita, fidatevi).
Prima di fare un po’ di brainstorming insieme, ricordiamo che ogni genere ha caratteristiche ben precise che si ripercuotono anche sul titolo delle opere. Se il vostro romanzo sarà un fantasy dovrete riuscire a creare un titolo evocativo. Per un distopico/ucronico opterei per un titolo conciso, dalla sonorità secca e dura.
Come trovo i titoli per le mie storie?

  1. Ascolto un sacco di musica deprimente italiana, come Fabrizio De André. In genere mi mette nel mood giusto per essere sufficientemente poetica ed evocativa prima di mettermi a scrivere e staccare ogni suono (detesto il rumore di sottofondo mentre scrivo, qualunque cosa sia). Difficile poter dire che non fosse un grandissimo poeta, no?
  2. Lavoro sulla musica straniera. Spesso, ascoltando canzoni in lingua inglese colgo frammenti di frasi che mi conquistano, che voglio utilizzare. Spesso capita che — tradotte in italiano — facciano poi schifo, così le adatto alle mie esigenze. La cosa più importante resta comunque l’immagine evocata da quella frase, su cui lavoro per ottenere il mio titolo.
  3. Lavoro sui social visuali: DeviantArt, Tumblr e Pinterest. Scelgo le parole chiave che voglio veder comparire nel titolo e cerco immagini legate a esse. La riflessione di un artista, l’immagine stessa, un dettaglio o le sensazioni evocate da un’immagine mi aiutano a trovare il titolo alla mia storia.
  4. Lavoro sui miei poeti preferiti. Alda Merini, Eugenio Montale (ultimamente ho riscoperto un amore sviscerato per lui), Jorge Louis Borges, Mariangela Gualtieri. Rileggo le loro poesie senza un ordine logico e mi ritrovo quasi sempre con la soluzione tra le mani.

Per me è un po’ come un rituale, trovare i componenti giusti per riuscire a lanciare l’incantesimo, ammaliare il lettore e conquistarlo per sempre.

Voi, come scegliete i titoli per le vostre storie?

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