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Le Torri non possono amare. Non come gli altri esseri umani.

La nebbia si era addensata sulla Valle d’Argento. Dei suoi fiori incantanti non vi era traccia. Rhiw sedeva lungo il camminamento del muro di cinta rivolto a est, in attesa che facesse giorno. Li attendeva un’altra prova. Ormai aveva perso il conto di quante ne avessero già superate e quante ne dovessero ancora affrontare. Molti erano morti, ma erano ancora troppi lì, al Palazzo Regio, perché venissero dichiarate ufficialmente le Torri del Regno.
“Sei più mattiniera di me” le disse la voce familiare di Torsædirll, alle sue spalle.
“Io e Savannah abbiamo discusso” gli rispose con voce fioca. Detestava dover ammettere proprio a lui, il suo gemello astrale, che c’erano problemi. Era l’uomo che il destino aveva scelto per lei come compagno di vita e voleva dimostrarsi forte, all’altezza del compito. Era stata tutto sommato fortunata, se paragonata a quello che era toccato alla sua compagna di stanza, costretta con quell’energumeno di Kaalibeth buono solo a brandire uno spadone a due mani e incapace di divinare persino le pietre di luna. Torsædirll era diverso: sembrava nato per essere una delle Torri. Un prescelto, non uno dei potenziali pretendenti al ruolo.
Si sedette accanto a lei e le passò un braccio attorno alle spalle. A Rhiw piaceva lasciarsi andare con lui. Anche se Savannah la scherniva dicendole che non si capiva chi dei due portasse la sottana e chi i pantaloni, Torsædirll la faceva sentire protetta. Forse era merito della medesima stella sotto cui erano nati, o del condividere ogni istante come fossero un unico corpo e una sola anima.
“Cosa ti preoccupa?” le chiese,
“La prova di oggi. Io non so se sarò in grado di farcela per una battaglia intera.”
“Devi. Le Torri combattono a questo modo. Restano al proprio posto mentre gli altri avanzano e lanciano in battaglia il proprio potere.”
“Io non sono forte come te” gli sussurrò, il volto nascosto tra le pieghe della camicia.
“Ehi” le disse, sollevandole il viso per guardarla negli occhi “Sei la mia gemella. Non puoi essere debole. Sei ancora acqua, devi solo imparare a trasformati in ghiaccio.”
Le sfiorò la punta del naso con il proprio e lei chiuse gli occhi.
Il cuore le batteva all’impazzata e sentiva le guance accaldate. Torsædirll la baciò. Lo lasciò fare, si arrese all’evidenza di troppe notti insonni per un cuore traditore. Torsædirll la strinse a sé, le afferrò il viso tra le mani e continuò a baciarla. Lo ricambiava, senza timore, priva di barriere. Se solo avesse potuto amarlo davvero, per sempre, senza riserve. Torsædirll si arrestò in modo brusco e la guardò negli occhi. Il suo sguardo si era fatto cupo, glaciale.
“Io… mi dispiace. Io…”
Si diede della stupida. Il flusso delle emozioni era sfociato come una piena e aveva investito anche lui. Travolgendolo.
“Lascia perdere, non è stata una buona idea. È colpa mia.”
Torsædirll si alzò in piedi e si allontanò.
“Aspetta! Torsædirll, aspetta!”
Lui alzò la mano verso il cielo, serrata a pugno. Una stele di ghiaccio sbucò con rapidità dal terreno sottostante, si incurvò e le bloccò la strada. La lastra si allungava all’esterno delle mura come una vedetta. Rhiw la guardò per alcuni minuti, poi si le inginocchiò accanto e l’accarezzò. Con delicatezza, salmodiando parole antiche. Un pezzo alla volta, riportò indietro tutto quel dolore e lo ricacciò sotto terra.

“Non è andata come speravi eh, colombella?” la canzonò Savannah.
Comparve nell’ovale dello specchio della loro stanza con espressione trionfante, la fulva chioma riccia arruffata.
“Non speravo nulla” le rispose Rhiw.
Si spazzolò con troppo vigore una ciocca di capelli e Savannah le appoggiò le mani sulle spalle.
“Sicura che non vuoi raccontarmi nulla?”
“Sono solo andata a prendere una boccata d’aria.”
“Hai visto Torsædirll?”
Rhiw annuì. Savannah sapeva essere davvero assillante, quando voleva.
“Dalla tua espressione non si direbbe sia stato un grande incontro. Se la sta facendo sotto?”
“Perché non la smetti di trattarlo sempre come un codardo?”
“Lo è, Rhiw. Hai più coraggio tu di quell’idiota. Se è qui è solo merito tuo. È la tua stella ombra e lo sai.”
“E allora? Amore è prendersi cura dell’altro e, a volte, amare per tutti e due. Colmerò la distanza tra lui e la meta ogni volta che le forze lo abbandoneranno.”
“Guarda che non si tratta di amare. Si tratta di combattere. Custodire il mondo in cui siamo nati. Non c’entra nulla l’amore.”
“Conosci un amore più grande di questo? Sacrificare la tua vita per migliaia di persone che non conoscerai mai e che mai conosceranno te?”
“È un onore, non un sacrificio” le rispose Savannah.
“È solo questione di punti di vista. Tu non ami Kaalibeth?”
Savannah si grattò una guancia e Rhiw si voltò per guardarla in faccia, stanca di accontentarsi della sua immagine riflessa.
“Non è quello che pensi tu” le rispose. Rhiw aggrottò le sopracciglia. “Kaalibeth è bello” aggiunse Savannah, come fosse una risposta alla domanda che le aveva rivolto.
“Anche questo è soggettivo” le ripose Rhiw. “Non svicolare. Sto parlando di amore, non di cose frivole come la bellezza.” Arricciò il naso in una smorfia: Savannah era il suo opposto e, proprio per quello, in grado di colmare i suoi vuoti interiori e le sue mancanze.
“È solo sesso, Rhiw.”
“Tu hai… Kaalibeth ha…”
“Non deve saperlo nessuno. Nessuno, Rhiw! O ci sbattono fuori a calci da qui!”
“È proibito, Savannah! Tu lo sapevi! Lo sanno anche i muri della cittadella!”
“Non ho perso i miei poteri” disse in tono sprezzante Savannah “dunque non è questione di energia, come nel caso fosse qualcun altro. Kaalibeth mi ha resa più forte. Penso sia solo una regola per mantenere un certo decoro qui dentro.”
“E… è bello?”
“Oh, Rhiw è come avere l’universo nelle tue mani! Attingi dall’altro come se bevessi il nettare degli déi. È sentire una forza che ti prende e non ti lascia più. Ti fortifica.”
“Il mio amore per Torsædirll mi rende debole.”
“Perché non hai certezze. Se Torsædirll ti dicesse cosa prova per te, saresti più sicura. Sapere che ti appartiene ti completa, ti fa sentire più forte di molti altri.”
“Credi sia per questo che ci è proibito amare la nostra stella gemella?”
Savannah annuì e Rhiw comprese il motivo della forza spirituale che, nelle ultime settimane, percepiva in Savannah.
Forse doveva parlare con Torsædirll e dirgli ciò che provava.
“Rhiw non puoi scappare da lui, né lui da te. In qualsiasi modo cercherete di allontanarvi, tornerete a cercarvi. È il destino di ognuno di noi.”

Rhiw attraversò correndo il cortile interno, girò dietro le scuderie e costeggiò il palazzo centrale sino al pozzo. Lì si arrestò. Fece alcuni respiri profondi, per riprendere fiato, e poi si addentrò nella ghiacciaia.
Dovette scendere alcuni metri sottoterra prima di raggiungere il deposito. Una stalattite di ghiaccio scese verso di lei con velocità. Dovette arretrare di un paio di passi per non essere ferita. Tutt’attorno, stalattiti e stalagmiti formavano una bocca spalancata verso il cielo.
“Sono io” gridò.
Sapeva che Torsædirll era lì, da qualche parte, a sfogare la rabbia e la frustrazione costruendo una barriera di ghiaccio da frapporre tra sé e il mondo.
Un dardo sfrecciò nella sua direzione. Rhiw sollevò la mano: dal ghiaccio che ricopriva il terreno emerse una stalagmite. Il dardo vi si conficcò al centro.
“Non volevo ferirti con i miei pensieri, mi dispiace.”
“Vattene.”
“Ti ho cercato tutto il giorno.”
“Potevi risparmiarti la fatica, Rhiw.”
Rhiw cercò di capire da dove provenisse la voce, ma era difficile identificare il nascondiglio di Torsædirll. Si portò al centro della ghiacciaia: forse da lì sarebbe stato più facile.
“Ti ho detto di andartene!”
Un altro dardo. Colpì Rhiw al braccio, ma solo di striscio. Una bruciatura da freddo che avrebbe cicatrizzato in fretta, tutto sommato. Era un dolore accettabile. Si mosse nella direzione da cui il dardo era partito. Le lastre di ghiaccio riflettevano il suo volto all’infinito.
“Che cosa vuoi da me?” le chiese Torsædirll.
Erano uno di fronte all’altra, ora. Rhiw lo guardò: i suoi occhi riverberavano di un azzurro innaturale; i capelli candidi gli arrivavano alle spalle e sarebbero cresciuti ancora.
“Ti amo” gli disse. Non si attendeva una risposta. Da Torsædirll non poteva aspettarsi nulla: né l’amore, né la capacità o la voglia di amarla.
“Io no.”
Rhiw non si scompose.
“Ti amerò abbastanza per entrambi.”
“Sei presuntuosa.”
“Forse hai ragione. Il destino ci ha scelto per stare insieme. Se dovrò mai amare qualcuno, Torsædirll, io scelgo di amare te. È forse una delle poche decisioni che mi sono concesse.”
“È solo per rendere meno dolorosa la solitudine quando sarai una Torre. Ti illudi di amarmi.”
“Puoi non credermi. Ti dimostrerò che non è così sino alla fine dei nostri giorni.”
“Tu mi abbandonerai, Rhiw, e il dolore sarà così grande da investire il mondo. Non fare promesse che non potrai mantenere.”
Rhiw si morse il labbro e allungò la mano verso di lui, il palmo rivolto verso l’alto.
“Ti amo, Torsædirll. E il mio amore per te andrà oltre ogni dolore.”
Lui la guardò, ma non aggiunse altro.
Rhiw ritrasse la mano, sorrise tra le lacrime.
“A stasera.”

Due delle quattro lune disegnavano falci nel cielo solo abbozzate mentre Kanah, la luna maggiore, era ormai al culmine del proprio ciclo. Piena e dal colore sanguigno, prometteva vittoria a Savannah e Kaalibeth. Rhiw spostò lo sguardo sul selciato. Il sentiero era illuminato da fiaccole che guidavano il percorso dal palazzo all’arena nel bosco. Per la prima volta lo avrebbe attraversato da sola, senza Torsædirll a incoraggiarla. Il confine tra loro non esisteva più da molto tempo e quelli delle loro anime si erano fatti così sottili da sovrapporsi. Lei e Torsædirll non erano fatti per amarsi, per stare insieme: la legge lo proibiva. L’alternativa era amare un comune mortale, ma questo avrebbe comportato il crollo della Torre stessa. Che destino beffardo: amare senza poter amare davvero oppure, non amare affatto.
Scacciò quei pensieri e si scrollò le spalle, nel tentativo di abbandonarli a terra. Faceva caldo rispetto alle prime ore del mattino, quando Kanah era già tramontata e il sole doveva ancora sorgere.
Affrettò il passo nell’innaturale silenzio che precedeva ogni prova.
Doveva farcela.
Voleva dimostrare a Torsædirll di essere degna di lui, del suo potere.
Per quel poco del destino che poteva governare, lei avrebbe sempre scelto Torsædirll.

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There are 2 comments on this post
  1. Nocturnia
    febbraio 15, 2016, 1:32 pm

    *squittisce*

    Per la sottoscritta (che ormai ha preso la china delle badwrong relationship e del #maiunagggioia condito da tanto sangue) immergersi in queste parole è qualcosa di diverso e piacevole – caldo, nonostante il ghiaccio sia protagonista.

    So che Tolkien non ti piace e non ne segui la linea, eppure ci sono molti richiami all’high fantasy qui, tutti gestiti in toni (e modi) delicati.
    Mi piace che l’amore non sia una cosa facile per i nostri protagonisti (non lo è mai. A volte ti semplifica la vita, ma l’amore in sé non lo è mai.) e come i loro ruoli li condannino.
    Mi ha ricordato un po’ la situazione di Emeraude in “Rayheart”, della CLAMP (manga che ho adorato) e visivamente l’intera storia riesce a trasmettere (a far sentire) il paesaggio – bianco e neve e freddo.

    Ti sei lanciata nel fantasy e devo dire che i risultati sono davvero notevoli! Complimenti!

    *tè?* ♥♥♥♥♥♥♥♥♥

  2. febbraio 16, 2016, 10:22 pm

    In realtà questi racconti mi portano ad ampliare continuamente un universo che, in verità, era solo un embrione.
    Ogni storia invece mi permette di aggiungere un tassello a quel mondo e ampliare lo sguardo.
    Vorrei parlavi anche di Savannah e Kaalibeth: sono forti, quei due.
    I vostri bei commenti mi hanno spronata a riprovarci, diciamolo: e poi questi due, insieme ma anche divisi, hanno un sacco da raccontare.
    Sono felice ti piaccia, e se anche mi dici che è high fantasy, spero vivamente di uscire dai cliché imposti da Tolkien, o sono spacciata!
    Grazie come sempre ♥

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