Siamo quello che leggiamo

A passeggio tra i bistrot di Parigi con Holden Caulfield e un gatto di nome Gobbolino.

Rita Fortunato mi ha chiesto di raccontare la mia storia di lettrice attraverso il mio #CurriculumDelLettore, dall’infanzia al divenire di una vita che si trasforma. Come lettori abbiamo un debito nei confronti dei romanzi che amiamo: quello di non dimenticarli mai. Un ringraziamento muto fatto di lacrime, sorrisi e invettive. Quando mi ha chiesto di scrivere il mio curriculum, mi sono detta “Wow! Niente di più facile.”
Non avevo fatto i conti con la mia graforrea.

Scrivere il mio #CurriculumDelLettore mi ha riportata con violenza indietro negli anni, sino a quando non ero ancora in grado di leggere ma già innamorata delle parole che mi limitavo ad ascoltare e assimilare. Mi sono ricordata di piccoli aneddoti. L’attesa del rientro di mio padre, un libro sotto braccio e il sorriso di un ventiduenne che torna dal lavoro: stanco, con la figlia piccola seduta a disegnare al tavolo della cucina, bambole tutt’attorno e una distesa di pennarelli colorati, raggiante per quel regalo diventato un appuntamento fisso. Ricordo le ricerche da parte sua nelle edicole del paese per completare le mie collezioni di favole illustrate. Ricordo, più avanti negli anni, quando nascosi il mio primo romanzo horror sotto la fodera del cestino della mia bicicletta lilla. Comprato con i soldi della mia paghetta settimanale in gran segreto, perché mia madre non voleva leggessi robaccia da spavento. Ovviamente lo scoprì ma alla fine non mi mise in punizione né mi ritirò la bicicletta con la quale mi dirigevo dalla mia migliore amica. Quella che mi passava Gialli Junior e Gaia Junior come fossero zuccherini.

All’epoca leggevo davvero tanto, ero un’accanita lettrice. Amavo tutto quello che riuscivo a immagazzinare: sognavo grandi amori e grandi avventure. Eroine in difficoltà ma determinate a sacrificarsi per un bene superiore. Oppure eroine che, qualcosa di buono, riuscivano a farlo nonostante fossero comuni mortali, senza poteri particolari. Come Le Ragazze di Miss Blue, per esempio.

Quello che mi ha ricordato Rita grazie a questo tuffo nel passato è che ho perso quella capacità di mettermi a leggere, lanciarmi nella storia e sognare di essere qualcun altro.
Quella magia non capita più.
Ora, quelle storie, sono di qualcun altro. Le sento addosso, le sento vive, fanno male ma sono dannatamente perfette nella forma.
Sono tutte mie, dalla prima all’ultima pagina.
Senza riserve.

Quello che dovremmo capire è che noi siamo la storia, non solo quel personaggio.
– Alessandro Baricco

La scorsa settimana Rita ha pubblicato la prima parte del mio #CurriculumDelLettore, dall’infanzia all’adolescenza. Da qui riparte la mia vita di lettrice, tra i banchi delle superiori e quell’insana voglia di fare colpo sul tizio sbagliato. Quello che non ti vedrà mai. Ma tanto, ci sei tu, che guardi lui per entrambi, nascosta dietro le pagine dei tuoi romanzi preferiti.

Alle superiori incontrai Stephen King. Il primo romanzo che lessi fu Desperation e, ancora oggi, lo reputo uno dei migliori. Amai l’ambientazione, la neutralità con cui il Bene poteva non trionfare sul Male, la forza di una storia in cui il fantastico e il reale si fondevano alla perfezione. C’erano personaggi per tutti i gusti. L’allievo di Patrick Redmond mi tolse il sonno. Era una storia di spiriti, tavole oujia e patti demoniaci. Faceva paura, dannatamente paura. Se King non è mai riuscito a spaventarmi davvero – nemmeno con il suo eccellente A volte ritornano – Redmond mi terrorizzò a morte. Mi avvicinai alla letteratura classica. Riconobbi in Cime Tempestose la perfezione stilistica e il prototipo della storia d’amore perfetta. Ascoltavo punk, amavo Londra e volevo vivere in una casa immersa nella brughiera.

 Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere.
Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.
– Cime tempestose, E. Bronte

Conobbi Il giovane Holden e me ne innamorai. Difficile dire il motivo. Di per sé, è una storia sconclusionata, senza capo né coda. Non parla di nulla eppure a me è sempre parso che parlasse di tutto. Penso sia uno dei pochi libri che ho riletto innumerevoli volte e, sempre, è riuscito a darmi risposte senza che io le cercassi.

Venne il tempo della letteratura giapponese. Era solo questione di anni, per una lettrice di manga. Il mio incontro con Haruki Murakami lo devo a Tokyo Blues, Norwegian Wood. Compresi la differenza profonda tra la narrazione orientale e quella occidentale. Si dava spazio al quotidiano, alla lentezza della vita, all’amarezza di una rinascita. Ricordo che durante la lettura mi arrabbiai. Restavo ancorata all’idea che l’amore dovesse durare per sempre e non concepivo tradimenti, anche se questi avvenivano dopo un addio. Feci un passo indietro, a quindici anni prima, e decisi di affidarmi a Marion Zimmer Bradley. Venni sbalzata in un mondo fatto di sacerdotesse e guerre, in cui la donna giocava ancora una volta un ruolo da protagonista. Il ciclo di Avalon e poi Darkover divennero porti sicuri nei quali trovare riposo quando la vita proprio non girava come volevo. Sapevo che l’horror non era solo Stephen King, ma non trovavo nessuno che fosse all’altezza. Poi in un mercatino dell’usato trovai Cabal di Clive Barker. Compresi che l’horror può avere molte facce, non solo l’umanità crudele raccontata da Stephen King, ma città sotterranee in cui la differenza tra mostri e umani era nulla. Venni travolta da una specie di ossessione su questo argomento e, ancora oggi, non me lo sono scrollata di dosso.

Il periodo della svolta arrivò dopo una profonda delusione d’amore. Oceano Mare, di Alessandro Baricco, mi riportò a riva. C’era qualcosa, in Locanda Almayer, che curava le ferite di chiunque. Anche di chi leggeva. C’era la rena battuta dal vento, la spiaggia lambita da onde placide e la scogliera in cui si infrangevano i flutti. Ricercavo il mare, qualcosa che potesse farmi sentire il rumore delle onde che lavavano via il dolore. Ci fu Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro, a cui devo molte lacrime e l’amore per una storia che mi aveva conquistata, unica nel suo genere. Ci sono tre protagonisti, una storia d’amore forte, un mondo inospitale per quelli come loro. Orfani e, come tali, privi di diritti. Lavato via il dolore, in quel periodo decisi che dovevo spaziare, tagliare con un passato di prosa barocca e descrizioni minuziose. Ero diventata più pragmatica, forse. Il fantasy di Patricia McKillip e di Michael Moorcock non erano più sufficienti, l’horror di Stephen King era sempre uguale a sé stesso e Baricco era tanta bella prosa e pochissima sostanza. Purtroppo.

Presi in mano un romanzo di Chuck Palahniuk, Ninna Nanna. Autore mediocre, perché riesce sempre a rovinare ogni romanzo con una morale fastidiosa, che stride sempre con il resto della storia. Invisible Monster prima, Diary poi, mi fecero entrare nel tunnel del rapporto di amore e odio che tutt’ora ho con questo autore dalla facile denuncia sociale. Impeccabili nella prosa, vibranti. Storie sporche, graffianti. Di vite rovinate, di vite non-vite, già finite. Decisi che, tutto sommato, Chuck non era così male.

Quello che ami e quello che ti ama non sono mai la stessa persona
– Invisible Monster, Chuck Palahniuk

Ci sono quattro romanzi che mi hanno fatto capire molto di quel periodo di sopravvivenza all’adolescenza. Niente, di Janne Teller; Ossessione e Carrie, di Stephen King; Diciannove minuti di Jodie Picoult e Speak, di Anderson Laurie H. L’adolescenza vista dagli adulti. Drammatica, disperata, toccante, disperante. Ho pianto, ho sorriso, ho riflettuto, mi sono disperata. Ho capito, soprattutto, chi ero stata, ciò che inconsciamente mi aveva resa una persona che non amavo. Mi hanno salvata. È stato come aprire un vecchio armadio, togliere via scheletri e ossa ben nascosti da strati di polvere e decidersi finalmente di gettarli via. Chiuso tutto in una bella storia e mettere fine a un’insicurezza cronica.

I libri migliori?
Quelli che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

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