Vivere per scrivere

Dal talento alla missione dell’autore.

Durante questo lento restyle del sito ho pensato. Pensato tanto, perché la verità è che se c’è qualcosa che ho capito nell’ultimo anno è che la vita è breve. Non è che faccia schifo, è che ci è dato un tempo finito su questa Terra e varrebbe la pena utilizzarlo per qualcosa di buono. Il che non significa necessariamente fare solo volontariato o decidere di combattere demoni e mostri marini.

Fare qualcosa di buono, per me, è scegliere e accettare di avere dei talenti e metterli al servizio degli altri.

Di talenti, ne abbiamo tutti almeno tre, come direbbe anche Andrea Girardi. E, come invece mi ha insegnato Fabiola Torres, chi sono io per sottrarmi a un dono che mi è stato concesso da Madre Natura? Uno, poi, deve anche farci i conti, con i propri talenti: se hai un talento che non ti piace proprio? Diventi come un supereroe con un superpotere inutile. A meno che tu non decida di affrontare e portare avanti la tua missione perché, è evidente, se un talento ti è stato dato, un motivo ci sarà. E potresti trovarlo strada facendo.

Il talento senza la tecnica è poca cosa: resta un frutto sempre acerbo da gustarsi, come un limone appena colto dal suo albero in piena estate. Ti disseta, ti appaga, ma il gusto sempre amaro è. E forse ti verrà ancora più sete, se non hai diluito il succo con l’acqua e trasformato la materia prima – il tuo limone bio – nel prodotto finito – una freschissima limonata.

Questo per dire che il talento è un dono e una condanna, è una di quelle cose che non puoi tenere lì, nel limbo delle domande senza risposta. Ce l’ho? Non ce l’ho? Può aiutarmi nella vita? È un talento inutile? E gli altri, che se ne fanno del mio talento? Il talento deve dare frutti: per il solo fatto che ha una natura di Dono, noi dobbiamo essere tanto generosi e intelligenti da capirlo; decidere di coltivare quel talento perché diventi un albero forte e robusto e dia frutti buoni da mangiare quando sarà la stagione giusta.

Ho pensato al talento, al tempo che inesorabile passa. Ho pensato e visto con i miei occhi quanto si può dare e ricevere, quando si condivide un talento e lo si mette a disposizione degli altri. Quando si fa fruttare il proprio talento si crea una connessione tale da innescare qualcosa in chi ne viene sfiorato. Non dico che cambierete chi vi legge, dico che però, qualcosa potete muovere. E se anche doveste muovere una persona sull’intera popolazione mondiale, andrebbe bene: avreste compiuto una piccola, enorme rivoluzione.

Il mestiere di scrivere

Penso che il mestiere di scrivere sia un lavoro etico, che spinge a lavorare per comunicare la tua verità. Niente morale, ma devi scrivere un romanzo che abbia molteplici livelli di lettura e che lasci al lettore la possibilità di riflettere. Porti il tuo punto di vista, ma non condanni mai ciò che invece è il tuo esatto contrario. Metti in scena gli attori della tesi e dell’antitesi, semmai, ma lasci al lettore l’ultima parola. Sempre. 
Compresa la possibilità di godersi una storia per quella che è, senza troppa retrospettiva.
Penso che, come in ogni lavoro, puoi decidere come farlo: se seguire i tuoi ideali, i tuoi valori, o scendere a compromessi. E non è che ci sia qualcosa di sbagliato nel farlo in modo differente da questo: semplicemente, io scelgo di farlo in questo modo.
Da lettore, se un romanzo non ha qualcosa da condividere con me, vado oltre e leggo altro, perché è mio diritto scegliere cosa leggere.
Penso che scrivere sia un lavoro di responsabilità, che non si limita a quella degli autori ma a tutto il settore editoriale, dalle case editrici sino al consumatore finale: il lettore.

Nell’etica si nasconde la congruenza tra i propri ideali e ciò che si scrive. 

La missione dell’autore

Stephen King sostiene che ci sono due tipi di romanzieri: quelli che si occupano dell’aspetto più “serio”, della letteratura e si chiedono “che significato può avere per me questa storia?” e poi ci sono i romanzieri popolari, per destino, che si pongono la domanda “cosa può significare per gli altri che io scriva questa storia?”

Il romanziere serio cerca risposte e interpretazioni per sé, il romanziere popolare cerca il pubblico. Entrambi sono egualmente egoisti, sempre citando King.

Voi, che autori siete?

Io non lo so. Ho passato anni a chiedermi che storie volessi scrivere o cosa volessero leggere gli altri. Mi chiedevo cosa si pretendeva che scrivessi, in un certo senso. Poi ho capito che amavo scrivere le storie che volevo leggere. Storie che rispecchiassero i miei gusti (perché i vampiri avevano preso a luccicare e non trucidavano donne e bambini come in Trenta giorni di buio?), i miei valori (perché non c’erano storie con donne vere come protagoniste?) e che avessero un po’ di originalità e brillassero tra gli scaffali per questi motivi.

Per intenderci, credo di aver dato il meglio di me e di quello che significa la mia missione da autrice nell’intervista rilasciata a Rosalia e al suo blog Scrivere la vita.

Per voi qual è la vostra missione?

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