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Eva corre sotto il cielo grigio e le bombe. Tradita da chi ha amato, ora la vita – e il futuro – hanno il volto di Mihàly.

Eva corre.
Le sembra di non fare altro da quando è nata, ormai. Stringe un rotolo di carta nella tasca della tuta da lavoro. Il cuore batte contro la cassa toracica, il respiro si fa più affannoso a ogni passo che sfiora il suolo. È novembre e a Budapest la neve non si è risparmiata. Eva scivola su una lastra di ghiaccio, rischia di cadere ma si aggrappa alla ringhiera dell’abitazione dei Grin. Alza lo sguardo all’ultimo piano: le finestre sono sbarrate. Anche loro sono stati deportati. Si rimette in piedi, inspira e l’aria fredda le pizzica il naso e la fa tossire.
Andiamo Eva, corri! Corri! Che vi mandano tutti a morire!
Volta l’angolo della strada e va a sbattere contro la schiena di uno dei miliziani dei Nyilas. Il gendarme solleva il berretto di pelliccia che lo ripara dal freddo per guardarla.
Sei solo un insetto che gli è volato troppo vicino, si dice. E inghiotte le lacrime, le ricaccia indietro ma si incastrano in gola, lì dove un grumo di rabbia e dolore non vuole permettere alle parole di liberarsi.
“Csaba?” sussurra Eva, il fiato corto e le mani sulle ginocchia. Lui non fa nulla: resta a guardarla come fosse un fantasma. È il commilitone che gli dà il gomito che lo costringe a parlare. Una smorfia di disgusto gli increspa il labbro superiore e il naso affilato.
“Che diavolo vuoi?”
Prevedibile.
Eva raddrizza la schiena in un impeto di orgoglio. Mostra il petto, la stella gialla appuntata con cura come una medaglia al valore, come quella che suo padre si è guadagnato durante la Grande Guerra e che gli ha permesso di salvarli entrambi dalla deportazione. A nessuno interessa se ha combattuto per gli ungheresi: adesso è solo uno sporco ebreo.
“Posso parlarti?”
“Non dovresti essere al lavoro?”
La squadra e lei si sente morire. La soppesa come un tozzo di carne da macellare. Per Csaba, sotto la tuta da lavoro, non c’è niente. Ancora meno, sotto la pelle: cosa resta delle ossa, del cuore, dell’anima, quando viene strappata ogni speranza?
“Il mio turno inizia tra trenta minuti.”
“Potresti arrivare in ritardo” le risponde. Ha tutta l’aria di essere una minaccia, più che un’affermazione.
Eva non arretra.
Ha corso così tanto, con quei documenti e quei soldi in tasca, che non è proprio possibile tornare indietro.
“Vorrei parlarti in privato” gli dice e spera che lui si scolli di torno Béla. La vita è cambiata in fretta. Tutti quelli che prima erano amici, ora sono quelli che danno la caccia agli ebrei. Compresi loro, che con lei e suo fratello hanno condiviso l’infanzia e il letto.
“Béla, ci penso io. Va’ a vedere che sia tutto a posto dai Grin. Dovremmo pensare a una nuova retata da quelle parti. Potrebbero esserci altri topi da tirare fuori dal sottotetto.”
Béla si congeda con un saluto marziale. Eva guarda negli occhi Csaba, anche se la legge le impone di stargli lontano. Ha fatto carriera in fretta ed ora è l’uomo ideale dei Nyilas: capelli color del grano, sguardo famelico e fiero, sorriso d’atleta. Indossa un cappello di volpe argentata, il bavero della camicia di seta fa capolino da sotto il cappotto pesante. Csaba cammina a passo deciso, dà ordini ai Nyilas tra le strade di Budapest e non gli importa se tra quelli che manda a morire ci sono ex amici, ex compagni, ex colleghi. Ex fidanzate.
“Mi devi accompagnare all’Ambasciata Spagnola.”
“Tu non sei spagnola” la corregge lui. La voce che l’ambasciata salva chiunque chieda asilo politico alla penisola franchista ha fatto il giro della città, anche se non ci sono prove certe a supporto. I Nyilas sono diffidenti e a Eva è toccato incontrare proprio Csaba. Sarebbe bastato Béla da solo. Avrebbe accettato anche di vendersi pur di farsi scortare e ottenere i permessi per mettere al sicuro suo padre e riportare indietro suo fratello e Mihàly, che ha acconsentito a sposarla per evitarle di finire a Belsen insieme a loro.
“Ci hanno scritto dei cugini di mia nonna da Barcellona. Ci aspettano là” gli risponde con tono sicuro. L’ha studiata così bene, quella storia di parentele inventate, che ha persino dato un volto e un nome a quelle persone. Se le è immaginate buone, miti, dal sorriso pieno e gli abbracci caldi. Ha sognato lenzuola pulite e pasti caldi. Giardini fioriti e la sabbia che riverbera il sole di mezzogiorno a picco sul mare. All’orizzonte, nessuna guerra, e gli unici rumori di sottofondo sono quelli delle onde e il garrito di qualche gabbiano.
“So quando menti, Eva.”
Lei estrae dalla tasca della tuta un rotolo di carta e glielo porge.
“Posso pagarti per essere scortata così come pagherei qualunque Nyilas disposto a farlo.”
Non umiliarmi oltre.
“Sarete deportati tutti, Eva. Non c’è speranza.”
“Forse non c’è futuro, ma speranza sì. Te lo ricordi quanto abbiamo parlato di un mondo in cui anche le donne potessero votare ed entrare in politica? O quanto ci sarebbe piaciuto che per tutti ci fosse un lavoro dignitoso e un tetto sulla testa?”
“L’abbiamo sempre chiamata Utopia, il Luogo che non Esiste. Mangi?” le domanda all’improvviso, cambiando discorso. Lei china il capo, si tortura le dita e poi sorride al selciato. Non ha il coraggio di guardarlo in faccia: scoppierebbe a piangere, e non vuole dargli questa soddisfazione.
“È tempo di guerra. Mangio come tutti gli altri: poco, e anche quel poco non è mai abbastanza.”
Sente lo sguardo di Csaba scivolarle addosso, scalfirle persino l’anima.
Ha sposato Mihàly per salvarsi: l’amore non c’entrava nulla, è un lusso che nessuno può permettersi ormai.
“Potrai riportare indietro tuo fratello?” le chiede.
Lei lo sa, che non farà ritorno senza quel visto. Annuisce con il capo e prega. Prega che Csaba l’aiuti, che accetti il pagamento e le lasci una via di fuga. Che l’odio non sia così grande da aver annichilito l’amore. Che le lasci quell’unica speranza: quella sola possibilità di salvarli tutti. Le strappa i soldi di mano ed Eva ha un sussulto.
Chiude gli occhi e spera.
“Andiamo.”
Lo segue: ancora una volta la sua schiena forte davanti a lei, a farle strada, da spartiacque. Una barriera a protezione della crudeltà del mondo. Eva china il capo e si passa la manica ruvida della tuta sugli occhi per cancellare le lacrime. I capelli le ricadono attorno al viso, i lunghi boccoli scuri ridotti a una massa informe e sfibrata. Un tempo erano il suo vanto.
“Eccoci” le dice Csaba, quando si arresta all’improvviso.
Lei solleva lo sguardo lucido: decine e decine di persone sono in fila, in attesa.
“Sono qui da ieri” le conferma, come se le leggesse nel pensiero. O forse è solo palese lo sbigottimento che mostra nel vedere tutte quelle persone lì davanti.
“Perché l’hai fatto?”
“Cosa?”
Vorrebbe chiedergli “portarmi qui e salvarmi” ma è una domanda troppo scomoda: potrebbe mandare tutto all’aria.
“Entrare nei Nyilas: non mi hai mai detto il motivo.”
“Non ce n’è stata l’occasione.”
Già.
Csaba è scomparso alla prima divulgazione delle leggi razziali, quando un’ebrea non poteva più sposare un ariano. Non le ha nemmeno detto addio: si è volatilizzato e, dopo alcune settimane, è ricomparso con quella stupida divisa addosso.
Eva ha pianto.
Eva non ha dormito né mangiato per giorni.
Eva non ha vissuto sino a quando non le hanno fatto indossare anche la tuta da lavoro e tolto il diritto di opinione, di parola, di esistere.
A quel punto, qualcosa l’ha costretta a fare i conti con la realtà. A cercare di salvarne quanti più possibili, di ebrei come lei, che dall’oggi al domani si sono trasformate da persone a numeri, da esseri umani a sacchi di niente.
“Grazie.”
“Hai pagato un servizio da cittadina ebrea” le risponde atono.
Csaba si porta la mano alla fronte, batte i tacchi e la saluta.
Non le deve rispetto.
Eva lo sa: quello è il suo modo di chiederle scusa.
Di dirle addio.

 

Nella casa dell’ambasciata spagnola sono stipate quaranta, cinquanta persone nella stessa stanza. Li invitano a non uscire, a non commettere azioni avventate. I Nyilas hanno cercato di entrare, ma Jorge Perlasca in persona li ha ricacciati indietro più volte.
Eva scende le scale e aspetta Mihàly. È inquieta. Ancora non ha fatto ritorno dal mercato nero e si sta facendo buio.
Quando l’abbraccia, prendendola alle spalle, Eva ha un sussulto.
Il suo profumo è inconfondibile: è carbone, è l’aria pungente di Buda, è il sangue sotto le scarpe e le unghie delle mani.
“Ne hanno uccisi altri” gli dice, e soffoca le lacrime sulla sua spalla.
Sotto al palazzo, l’acqua del Danubio è carminio dall’alba e non sono strascichi di sole, ma il sangue degli ebrei uccisi dai Nyilas dalla mattina.
Eva ha sceso le scale ed è stata sulla soglia del portone a guardarli sfilare, uno davanti all’altro, sino alla riva del fiume. Impotente.
“Non volevo farti preoccupare. Perdonami” le risponde Mihàly e la stringe più forte a sé.
Eva non ha più lacrime: di tempo, per il dolore e il cordoglio, non ce n’è.
“Ho controllato non ci fossi anche tu, lì in mezzo. Sarei corsa a riprenderti con il nostro contratto di matrimonio in mano.”
Eva abbozza un sorriso, ma non è brava a rassicurare gli altri.
“Saliamo?” le chiede Mihàly.
Lei annuisce e gli stringe la mano nella propria. Scavalcano bambini accovacciati lungo le scale intenti a giocare con qualche biglia di vetro e alla guerra, l’unica cosa che alcuni di loro conoscono da quando sono nati.
Salgono sino alla terrazza, l’aria pungente della sera che li inghiotte. Eva si sente viva solo lassù, quando tutta Buda è sotto di lei, piccina e meno spaventosa di come è diventata. Il ghetto ebraico è una pozza buia all’interno del reticolo delle strade. I palazzi delle ambasciate e quelli delle istituzioni sono gli unici illuminati a giorno.
“È così piccola. Sembra una città delle bambole, da quassù.”
Mihàly le porge il binocolo.
“Guarda” le dice.
Lei non vede nulla e sospira.
Attendono i progressi dell’avanzata dei russi ma sembrano non arrivare mai. La neve fresca, sulle rive del Danubio, si lorda di sangue ebreo ogni mattina ed Eva si chiede quando sarà il loro turno.
“Restiamo qui ancora un po’?” domanda a Mihàly.
Appoggia la testa sulla sua spalla, accovacciati sotto la stessa coperta logora.
“Sei la mia forza, Mihàly.”
“E tu la mia.”
L’amore non è un cuore che scalcia. L’amore, per Eva, è l’atto di coraggio di salvare una o molte vite ogni giorno. L’amore sta nel vivere e assecondare l’esistenza senza perdersi. È una questione di equilibrio, dove la forza che ha dentro la riversa su Mihàly e Mihàly riversa la propria in lei quando arrivano al punto di spezzarsi.
E dalle colline di Buda i cannoni non smettono ancora di suonare.

Note.

(*) Nyilas: Sono il corrispettivo ungherese delle SS.

La storia è stata ispirata dalla lettura de “La banalità del bene” di Enrico Deaglio. Il personaggio di Eva è liberamente ispirato a quello di uno dei sopravvissuti grazie all’opera di Perlasca in Ungheria.

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There are 3 comments on this post
  1. Nocturnia
    marzo 23, 2016, 4:38 pm

    Bella. Asciutta. Elegante, in quel suo modo che ha di raccontare una guerra e tutto quello che resta nel mezzo – schiacciato.
    Era da un po’ che non leggevo qualcosa di tuo, e ogni volta c’è un piccolo cambiamento, una flessione che mi fa intravedere quanto tu stia lavorando su questo percorso.
    La storia in sé è uno spaccato di vita normale come poteva esserlo in quegli anni; ruoli ribaltati all’improvviso, amori rinnegati, altri ancora trovati – o forse solo assecondati per scopi utilitaristici.
    Per la nostra generazione, abituata a un diritto/non diritto, a una storia nella quale possiamo parlare, avere un’opinione, una libertà, tutto questo è, appunto, storia – eppure vicinissima a noi e sempre attuale.
    Perché il diritto non te lo tolgono solo con il sangue e con i cannoni, ma in altri mille modi.
    Perché tutti noi lottiamo – sempre, alla fine.
    Eva, Csaba, Mihàly, sono tutti personaggi ben delineati in poche righe – sono tutti noi.
    C’è chi ha scelto e chi invece ha subito la scelta, ma non per questo ha rinunciato a una speranza (e senza quella, cosa siamo? Nulla. Davvero nulla.)
    C’è chi è già morto e chi invece vivrà ben oltre la guerra e tutto quello che comporta.
    C’è un momento che è passato veloce come un battito di ciglia, e per questa lettura <i<grazie; mi è piaciuta davvero tanto. ♥♥♥♥♥♥♥♥♥♥

    *ovetti di pasqua?*

  2. Pietro57
    gennaio 15, 2017, 5:49 am

    Complimenti per il racconto. Molto intenso e molto mirato. Questo è il primo che leggo. Ne leggerò altri. Ti saluto.

  3. gennaio 25, 2017, 9:25 pm

    Grazie Pietro, spero di ritrovarti presto tra le mie pagine (^^)

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