Faccia a faccia

Monologo a due voci.

Luce artificiale, un tavolo scarno e asettico, come le pareti della stanza. Di solito c’è un gran casino intorno, ma oggi no. Oggi è un giorno speciale, uno di quelli in cui puoi decidere di mollare tutto e salpare. Oppure restare, e ripartire da dov’eri rimasto. La porta sbatte con forza e sembra che persino il muro vibri di quella forza.
“Si può sapere che ti è saltato in mente?”
La guardo e non capisco.
Ha le braccia conserte al petto, lo sguardo incazzato.
Molto incazzato. Di solito, quando si arrabbia, fa sorridere: non ce la fa proprio a essere dura, anche se veste sempre di nero e ha gusti un po’ strani: in fatto di uomini, di film e persino di libri. Eppure oggi va diversamente, e immagino sia perché ci sono io qui, non lei.
E perché non ho ancora scelto di essere ciò che sono. Non del tutto, almeno.
“Tu puoi fare di meglio.”
Lancia sul tavolo un quaderno dalla copertina stropicciata: l’ho tenuto troppo tempo in borsa nella vana speranza di ritagliarmi qualche minuto per scrivere durante la pausa pranzo, e tutto quello che ne ho guadagnato sono decine di idee e nessuna storia concreta.
“Io?”
“Sì, tu! Tu! Andiamo, lo sai benissimo che non sei quella cosa… la vedi? Mediocrità, e tu odi la mediocrità! O te ne sei dimenticata?”
No, me lo ricordo benissimo, ma se non hai qualcuno intorno che brilla almeno un poco, rischi di spegnerti anche tu. E attingere sempre dalla stessa fonte di luce rischia di prosciugarla e nessuno vorrebbe veder morire una stella, no? A volte, poi, è più facile lasciarsi andare a quello che fanno tutti, lasciarsi trascinare dalla corrente, fare quello che fanno gli altri. Quante lacrime ti risparmi così, quante paranoie e dubbi e mal di stomaco?
Tanti.
Troppo facile, vero?
È come stare sulla spiaggia ad aspettare le onde del mare: non sei tu che vai da loro, ma attendi paziente che si allunghino sino ad arrivare a te.
Poi, ti svegli una mattina e ti accorgi di aver sbagliato tutto: hai vissuto la vita che volevano gli altri, hai fatto sempre quello che era giusto e mai quello che volevi per te. E, alla fine, le onde del mare si sono prese il disturbo di portarsi via un pezzo di spiaggia durante la mareggiata notturna, compreso il tuo lettino.
Così ti ritrovi a dover raccogliere cocci di conchiglia e vetro sulla battigia, l’acqua gelida e il vento freddo di una mattina di burrasca addosso.
“A cosa stai pensando?”
“Al mare.”
Lei non mi crede.
Il mare lo odio, la montagna pure, perché mi sento troppo globale per stare a fissare un tramonto troppo a lungo, o un’alba intrisa di rosa senza mettermi a piangere. Correre per una città mi fa sentire parte di quelle quattro strade che si intrecciano, di quel cibo mangiato con gusto anche se non so cosa sia, di quella lingua che non comprendo ma che mi circonda e, nonostante tutto, mi fa sentire a casa. Sarà che non so nuotare e che le altezze mi danno le vertigini, ma l’unico habitat che mi è congeniale è la metropoli. L’unico momento in cui accetto il mare, durante l’anno, è l’inverno. È come se nel letargo in cui si tuffa racchiudesse la voglia di vivere che sputa fuori da giugno a settembre, o giù di lì.
“A quello che penso io?”
Il mare, per me, è una pozza di ricordi. Di estati di bambina, di caccia di conchiglie e sole sulla pelle, sabbia tra le dita e giochi sino a stancarmi. Altri bambini, altri volti, troppe avventure immaginarie. Le ricordo tutte, ancora. Da bambino pensi sempre in grande e sogni a spanne di infinito. Poi cresci, il tempo corre e tu non riesci a stargli dietro. Passano gli anni, e tu insegui miraggi. Qualcuno sconfitto già a vent’anni, qualcuno fallito a trenta. Qualcuno precario, nella vita come nel lavoro, perché la verità è che gli strumenti per vivere non te li dà nessuno. Ti mettono al centro della pista e ti gridano di correre. Come arrivare al traguardo, resta un mistero sino a quando non l’hai raggiunto.
“Perché pensi al mare?”
“È  inverno, nevica, e vorrei andarci. E’ troppo tempo che non vedo il mare in burrasca.”
“Quante volte l’hai sognato e scritto?”
Troppe.
“Mi spieghi cosa non va?”
“Non prendi una decisione.”
“Non prendo mai decisioni, se per questo. Pondero troppo, così perdo il momento adatto e le prendono gli altri per me. O gli eventi.”
Sghignazza, poi torna seria.
“Perché non dai di più?”
“Non lo sto forse facendo?”
Si zittisce, poi annuisce, anche se non mi sembra troppo convinta.
“Mi piaci così.”
È entrata stringendo tra le braccia un peluche, un gatto bianco spelacchiato. Ha trent’anni, ormai, come me. Come lei. Ci guardiamo, occhi negli occhi, stesso sorriso da furbetta, stesso sguardo attento e vigile. Non cambiamo mai, noi sognatori, restiamo gli stessi bambini che sognano in grande, a spanne di infinito.
“Me lo ricordo anch’io il mare, sai?”
Lo so benissimo.
È uno dei primi momenti con una biro in mano, fogli di carta e una stanza calda nella penombra del meriggio, mio padre e mia madre a sonnecchiare supplicandomi di raggiungerli. Le mani forti di mio padre, la schiena calda di mia madre. I sorrisi di una famiglia nata da poco, vent’anni e gli Anni Ottanta sulle spalle, a correre veloci verso i Novanta, le scuole elementari e i cartoni animati in tv. E poi quel quarto incomodo divenuto essenziale come aria. Ci sono voluti diciott’anni perché imparassi ad amarlo e accettarlo per quello che era: mio fratello, non l’incursione aliena di un principino despota.
“Non ti senti… strana?”
“Me lo dicono tutti, che sono strana.”
“Ti sei mai chiesta il perché?”
Sì. No.
Ho smesso di farlo dopo un sacco di anni, perché la gente parla di cose strane senza capire cosa significhi. Alla decima delusione amorosa pensi pure che quella stranezza derivi dal fatto che sei troppo sopra le righe. In realtà, forse, sei semplicemente troppo diversa o troppo e basta, e ti ritrovi scaricata dall’oggi al domani, anni di amore buttati al vento per chissà cosa. C’è che sei una dalla lacrima facile, dalla sensibilità devastante, dalla malinconia spiccata. Poi scopri che sì, sei così, ma che c’è pure un antidoto e si chiama “fiducia“. Non solo in te stesso, ma negli altri. Quando smetti di pensare che potranno tradirti, che potrai non essere all’altezza (ancora), che potrai essere semplicemente te stessa, allora tutto cambia. Lo capisci quando chi hai accanto non pretende di cambiarti, di plasmarti a sua immagine e somiglianza ma si limita ad abbracciarti quando piangi, ad attendere paziente che passi.
In fondo, è solo morto Bambi in tv per l’ennesimo Natale.
Impari che la vita è meravigliosa quando ti circondi di persone meravigliose.
Quando scopri cosa vorrai fare da grande, e non è detto che la risposta arrivi quando hai vent’anni e sei appena uscito da scuola.
Semmai, tutto il contrario.

Per anni mi sono illusa che scrivere fanfictions fosse una palestra, un qualcosa di propedeutico per quando fosse arrivata La Storia. Mi dicevo che erano solo un gioco, bagattelle per passare qualche ora in santa pace, a buttar giù parole e raccontare qualcosa. Invece, la verità, è che non so so stare senza scrivere. E allora per anni ho scritto le storie che gli altri non hanno mai avuto il coraggio di raccontarmi. A modo mio. Me le sono costruita da sola per mettere le cose al giusto posto, perché in genere i finali degli altri non erano mai come li avevo immaginati io.
Adesso so che scrivere è sudore e sacrificio e che il piacere è solo la parte iniziale, quando costruisci la traccia su fogli sparsi appiccicati tra loro da impronte di marmellata e macchie d’inchiostro lasciate da biro distrutte dal tuo rosicchiare nervoso.
D’altra parte, l’unico posto in cui successo viene prima di sudore, è il vocabolario.

“Come ti sembra?”
Passabile. Mancano gli zombie, i cimiteri, le bambole, i manga, i giochi di ruolo e i marshmallow. Di loro non parli?”
“Sta tutto sotto il termine strano, no?”

Questa è la mia storia. La nostra storia. Mia e della me bambina.
Ha sbattuto la porta, ed è tornata la suo posto.
Tornerà.
Torna sempre, quando si convince che non stia facendo la cosa giusta.
Buon compleanno, mocciosa.

Ma soprattutto: il mare chiama.
Lo scoprirai, Elisewin.
Non fa altro, in fondo, che questo: chiamare.
Non smette mai,
ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole.
Puoi anche far finta di niente, ma non serve.
Continuerà a chiamarti.
Questo mare che vedi e tutti gli altri che non vedrai, ma ci saranno sempre in agguato, pazienti, un passo oltre la tua vita.
Instancabilmente li sentirai chiamare.
Succede in questo purgatorio di sabbia.
Succederebbe in qualsiasi paradiso e in qualsiasi inferno.
Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà.

– Oceano Mare (A. Baricco)

 

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