I doni del Nepal

Quel viaggio che ti cambia la Vita.

Sono tornata in Italia da un mese e mai ho sentito in maniera così chiara l’impulso di ripartire. Non mi ero mai spinta in Oriente, nonostante ne sia attratta da anni. Da ragazzina il mio sogno era andare in Giappone, vivere quello che leggevo nei manga o che avevo visto nelle decine di anime che guardavo con le amiche. Oggi, di quel sogno nipponico fatto del romanticismo dei fiori di ciliegio e di magie è rimasta solo quest’ultima parte.

La mia attenzione si è spostata verso altri luoghi orientali e il Nepal mi ha catturata, conquistata, accolta e amata con la stessa intensità con cui io ho amato la sua terra, un baluardo dove la spiritualità permea ogni aspetto del quotidiano, dove la dignità dei suoi abitanti si fonde con l’eleganza e il calore di sorrisi amichevoli.

Kathmandu ti accoglie, non ti respinge. Ha il potere di farti sentire parte di un tutto, nel suo groviglio di strade, di cavi elettrici sospesi, le insegne al neon, i templi, le offerte di fiori, le tika sulla fronte di statue e devoti, le campane che scandiscono il ritmo delle preghiere, i fiori lasciati come offerta agli angoli delle strade.

Kathmandu è polvere e fango e macerie. È la lenta ricostruzione dopo il terremoto, allegoria di grandi sconvolgimenti della Vita dell’Uomo. Sembra che Kathmandu sia una città sognta, fuori dal tempo, lontano dallo spazio conosciuto. Un’altalena di profumi, di sapori, di sguardi profondi e sorrisi bianchi, un nero e un bianco in cui l’uno fende e taglia, l’altro protegge.

Kathmandu, il Nepal, sono ciò in cui risiedono leggenda, realtà e mito: tutto su un unico piano temporale. Dove finisce la Storia? Dove inizia la leggenda? I confini sono sfumati, si spostano e non segnano interruzioni tra terreno e divino ma anzi, ogni pezzo d’arte e architettura è una parte che collega déi e uomini, Terra e Cielo.

Cosa non voglio perdere

Da questo viaggio intenso, emotivamente destabilizzante, a tratti doloroso ma bellissimo, voglio portarmi a casa la grande dote della flessibilità. Sono una persona organizzata, ma molto spesso questo mi penalizza. Detesto i contrattempi, gli imprevisti, i cambi di programma dell’ultimo minuto, l’acquazzone che ti coglie impreparata dopo la messa in piega.

Negli ultimi anni sono nettamente migliorata, ma il monsone che colpisce quando meno te l’aspetti, il fango sulle scarpe e i vestiti, lo sguardo così pieno e il cuore grato, mi hanno insegnato che adattarsi non è solo una questione di accettare anche i disagi, ma anche essere abbastanza fluidi da cavalcare quel momento e farlo proprio.

Ho riflettuto su quello che abbiamo – il troppo a cui non diamo mai un vero valore – e su quello che davvero desideriamo per essere felici. Sembra un discorso banale, eppure sono convinta che tra il niente e il tutto ci siano migliaia di sfumature e così, ancora una volta, la decisione di liberarmi di tutto ciò che non mi serve (anche online), che non utilizzo da tempo, che resta in casa a prendere polvere per quando verrà il momento giusto che, spesso, è mai. Come tutti quei libri che compriamo in vista di una futura lettura e giacciono nelle nostre librerie per decenni.

Voglio fare spazio al nuovo, alle cose giuste per questo momento.

Voglio tempo di qualità, tempo per pensare, oziare, creare mondi immaginari e poi metterli su carta. Sì, a Kathmandu mi è salito un disperato bisogno di scrivere, come non lo sentivo da un po’. E questo dimostra che staccando dalla frenesia del nostro quotidiano la creatività si mette in funzione per sopperire a qualche imprevisto.

Viaggiare è accettare, lasciare andare, cambiare sguardo e prospettiva. Mi piacerebbe immettere nella mia vita quotidiana mete sconosciute da raggiungere per giocare all’esploratrice, per scoprire luoghi speciali, raccogliere informazioni, costruire ricordi e storie.

Perché le storie ci educano alle emozioni.

E allora che sia un settembre di risoluzioni, decisioni forti che facciano spazio, che ci diano spazio.
E respiro.

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