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Da solo non sei nulla.

La capanna di Ygritte era gravida di entusiasmo, risate e canti. Eithne si aggirava tra le stanze irrequieta, già vestita di tutto punto: mancava solo la corona di fiori, ma voleva attendere di andare alla festa per timore di rovinarla. Aveva passato la giornata a raccogliere fiori e intrecciarli: ogni nodo un desiderio che si sarebbe realizzato, ogni fiore il simbolo di una vita che stava per esplodere come l’estate. Ygritte fece capolino dalla camera antistante, i capelli di un biondo pallido raccolti sulla nuca, lo sguardo febbricitante.
Il silenzio calò sulla capanna.
Ygritte alzò il bastone in aria, lo fece girare su sé stesso e lo schiantò sul terriccio con un tonfo sordo. Le ragazze più giovani indietreggiarono: Mirne si nascose dietro alle spalle di Eithne, terrorizzata. Ayaya cercò di sgattaiolare via, ma Ygritte le sbarrò la strada.
“I fuochi di Beltane saranno presto accesi. Il dio e la dea devono unirsi per dare prosperità e nuove vite alla nostra tribù. Gli spiriti degli antenati mi hanno parlato, questa notte, e sussurrato i nomi. Mostrati, Eithne, poiché la dea ti ha scelta come suo corpo.”
Eithne vacillò, un senso di vertigine la strappò dalla propria sicurezza, il respiro strozzato in gola.
“Avanti Eithne, ho detto.”
La voce di Ygritte era perentoria. Eithne si fece avanti, mentre le sue compagne indietreggiavano di nuovo, una mezzaluna fertile che si apriva per farle spazio tra lo stupore, il sollievo, la rabbia, l’ammirazione, la paura che scemava via. Tutte quelle sensazioni la colpivano con violenza, rendendole ogni passo lento e pesante.
Eithne si inginocchiò dinnanzi a Ygritte: non erano amiche in quel momento, erano una sacerdotessa e una donna comune scelta per fare qualcosa di grande. Eithne si sentiva solo uno strumento in mano agli déi, oppressa dalla sensazione di non essere altro che un involucro senza volontà.
“È grande il dono che ti viene offerto, Figlia di Thorbjørn Il Guercio. Accetti che la dea venga a te questa notte?”
Eithne deglutì. Senza l’unione tra il dio e la dea sarebbe stato un anno di carestia e morte per tutti loro. Chinò il capo.
“Sì, lo voglio.”
“Accetti di sposare te stessa, di amare te stessa, di rispettare te stessa e la tua volontà sempre?”
Eithne non ricordava che la formula rituale fosse così.
“Sì, lo voglio.”
“Accetti di essere dea, donna, madre e amante? Accetti di onorare il tuo femminile in comunione con il tuo maschile?”
“Sì, lo voglio.”
La sua voce era possente. Le giungeva distante, come fosse qualcun altro a rispondere per lei.
Ygritte batté il bastone a terra.
“Così sia, poiché la donna non può esistere senza l’uomo e l’uomo non può esistere senza la donna. La terra ha bisogno del seme per germogliare e dare i propri frutti.”
Eithne non si alzò. Ygritte batté il bastone a terra tre volte e adagiò la punta sotto il suo mento, sollevandole la testa.
“Sii fiera Eithne, oggi sarai dea e regina. Tra i fuochi di Beltane darai la prosperità al nostro popolo perché così è stato deciso. Non sei strumento, sei magia. Da oggi alla tua morte, la dea sarà con te.”
Le mani delle sue compagne le si avvicinarono e la spogliarono delle vesti.
Eithne lanciò un’ultima occhiata alla sua corona intrecciata di desideri e lasciò scivolare lo sguardo sui propri piedi nudi.

 

Il bosco era un brulicare di vita. Le donne del villaggio danzavano attorno ai fuochi, gli uomini suonavano i tamburi rituali al ritmo di un suono che saliva dal ventre della madre Terra. Eithne era coperta solo di un pesante mantello di pelliccia, al suo fianco Ygritte. Petŷir, dall’altro lato del palo sacro, la fissava attonito. A Eithne parve che il destino avesse deciso per loro: decine di volte a scontrarsi, a litigare, a prendersi a schiaffi e pugni per poi essere scelti dagli déi. Ygritte batté a terra il suo bastone e il suono dei tamburi si zittì.
“Che venga il dio” ordinò. Petŷir avanzò e un gruppo di uomini gli adornò il capo con la corona di Cernoussous, il dio cervo; poi gli passarono un corno ricolmo di vino. Petŷir bevve con avidità. Gli passarono uno, due, tre corni e lui, ogni volta, bevve tutto d’un fiato senza guardarla mai. Eithne osservava la fiamma ardere e bruciare: avrebbe voluto danzare tutta notte, ridere, scherzare, sognare il futuro, rubare qualche bacio e poi fuggire, cerva libera di correre senza essere posseduta.
“Che venga avanti la dea” ordinò Ygritte. Le donne più anziane le passarono il corno ed Eithne bevve. Lo fece guardando al di là della fiamma che rendeva l’immagine di Petŷir distorta e incerta. Lo fece una, due, tre volte, sino a quando la testa fu sgombra di pensieri e le gambe divennero leggere.
Ygritte girò attorno al fuoco formando una mezzaluna: Eithne e Petŷir la raggiunsero dai due lati opposti. Ygritte disegnò un simbolo sulla loro fronte con un po’ di cenere presa dal fuoco centrale, allargò le braccia e li attirò a sé.
“Che i fuochi di Beltane ardano sino all’alba!” gridò.
Le danze ripresero e Ygritte scortò Eithne e Petŷir all’ingresso di una grotta poco distante insieme al corteo dei uomini e donne più anziani, lasciando all’ardire dei fuochi i più giovani del villaggio.
“Rendete sacra questa notte.”
I due membri più anziani del corteo li spogliarono e l’aria gelida solleticò la pelle nuda di Eithne, che avanzò di qualche passo: la caverna era costellata di candele e fiaccole. Petŷir camminava alle sue spalle.
Sarebbe stato strano unirsi, sfiorarsi, accarezzarsi. Completarsi, in quell’accettazione che si ha dopo la resa, quando si lascia spazio all’altro.
Eithne si fermò dinnanzi al giaciglio di pelli e attese Petŷir. Lo guardò raggiungerla al lume delle candele: il suo profilo era bello, dannatamente perfetto con i riccioli corvini e gli occhi grigi, della tonalità del mare d’inverno quando rifletteva un cielo gravido di neve.
Petŷir le si inginocchiò dinnanzi e le strinse le mani lungo i fianchi: Eithne lo lasciò fare, si arrese alla forza di un movimento incontrollato, di un’energia che esplodeva in migliaia di fuochi nella sua testa. Non dissero nulla: le labbra di Petŷir lasciavano sulle sue messaggi d’amore.
Tra i fuochi di Beltane le parole morivano per lasciare spazio al linguaggio del corpo.

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There are 4 comments on this post
  1. maggio 02, 2017, 9:01 am

    Che racconto meraviglioso: leggendolo mi è sembrato di sentire il crepitio dei fuochi e il rullare sempre più incessante dei tamburi. Ancora felice Beltane, sorella mia, ti voglio bene. Ari

  2. maggio 05, 2017, 10:04 am

    Sono commossa ❤
    Spero che i tuoi festeggiamenti abbiano avuto il sapore dell’idromele e il calore del fuoco

  3. Sam
    giugno 13, 2017, 5:33 pm

    C’è mestiere. Scorre che è una meraviglia

  4. giugno 13, 2017, 6:48 pm

    Grazie mille, ne sono felice! (^^)

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