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 Non riporterà indietro i morti, Mary Worth.

L’alba di Salem è impastata di cenere. Ha i colori del sangue vischioso versato nella notte appena trascorsa. L’odore è pungente. Mary Worth cammina per le strade deserte: non hanno salvato nessuno. Alza gli occhi al cielo terso: la tempesta le ha protette, ma ha anche risparmiato i Puritani di Salem dai roghi. È arrivata troppo tardi. Anche loro sono sempre state in ritardo sui piani della loro Signora: i dubbi le hanno divorate, l’incertezza rese deboli.
Meritavano di vivere, però.
Lo meritavano tutte.
Mary inciampa nel corpo di un bambino, il volto cinereo ricoperto di graffi, e cade a terra: le ginocchia battono sul selciato con violenza. Passi insanguinati la inseguono, le corrono attorno, la cercano. Ne vede solo le orme, non può toccare suo figlio né stringerlo per chiedergli perdono.
Grida contro un cielo indifferente: non riporterà indietro i morti.

La notte era un groviglio di tenebra e terrore. Al Falcone Rosso, Arthur serviva con indolenza le pietanze sui tavoli. Lanciava occhiate furtive all’orologio, contando i minuti e i secondi che li separavano dalla mezzanotte.
“Il Reverendo Mather dovrebbe decidere di ammazzarle tutte!” gridò Euan a Glenn, addentando uno stinco di maiale rosolato. Euan aveva bevuto così tanto vino che il tono della sua voce si era alzato di almeno tre tonalità: lo stavano ascoltando tutti gli avventori presenti in sala.
Anche quella mattina il Reverendo Mather non si era risparmiato e solo la sera precedente tre ragazzine erano state messe al rogo senza uno straccio di prova contro di loro. Se si poteva parlare di prova essere gettate sott’acqua legate in attesa di uscire vivi dall’immersione.
“Che ne pensi Arthur?” gli chiese Glenn. Inframmezzava un boccone con un sorso di vino: era già ubriaco quando si era seduto al tavolo.
“È una disgrazia” si limitò a rispondere e li superò per prendere le ordinazioni di un altro tavolo. Sedeva lì una donna che non aveva mai visto prima: dalla foggia dei suoi abiti si disse che doveva essere molto ricca, nonostante non indossasse gioielli e fosse sola.
“Posso aiutarvi, signora?”
“Potete portarmi il piatto migliore che avete” gli ordinò. Il tono della sua voce era basso e suadente, dolce come una ninna nanna per bambini.
“Stinco di maiale con patate e idromele. Cucina tutto mia moglie Henrietta.”
“Se mi assicurate che è il miglior piatto che avete” puntualizzò la donna.
Arthur annuì.
“Siete sola, signora? Non è buona cosa viaggiare in queste terre senza alcuna scorta. Gli indiani” si bloccò. La straniera gli fece cenno con una mano di tacere e volse lo sguardo su di lui.
“Gli indiani sono l’ultimo problema di Salem. Correggetemi se sbaglio.”
“Non sbagliate, signora.”
Arthur si congedò e corse in cucina da Henrietta.
“Credo che… che sia qui, al Falcone Rosso!”
“Che diavolo blateri, vecchio sciocco?” gli chiese sua moglie, sventolando in aria il mestolo con fare minaccioso.
“Ha ordinato il tuo stinco e le tue patate. Vado a spillare l’idromele migliore che abbiamo. Non farla aspettare” aggiunse, dopo un istante di esitazione. “Erika dov’è?”
“In chiesa a pregare per le anime perdute di Salem. Il Reverendo Mather ha invitato tutte le donne da marito della città a una veglia, in modo che la preghiera le protegga dalle mire del demonio.”
Henrietta si fece il segno della croce e gli diede le spalle, tornando ai fornelli: non gli prestava mai ascolto.
“Stanotte è Samahain” sussurrò tra sé e sé Arthur, rientrando dietro il bancone.
La straniera era ancora lì, immobile.
Nessuno le si era avvicinato: forse nessuno aveva il coraggio di farlo.
Stava ferma e lanciava – di tanto in tanto – occhiate all’esterno, alla strada deserta.
“Ecco a voi” le disse Arthur, e le porse la carne dal profumo invitante.
“Credete ci sia più misericordia in una morte violenta o in una vita di terrore?”
“Nella morte, mia signora.”
Era lei: ne era certo.

Erika sedeva tra i banchi della chiesa, all’incirca a metà navata.
Mary non si era presentata alla veglia.
Di tanto in tanto, Erika lanciava occhiate furtive al portone centrale: sapeva che sarebbe iniziato tutto da lì. Le dispiaceva per Cotton, il figlio del Reverendo Mather. Era un buon cristiano, un uomo dolce, devoto. Alla causa quanto alla sua donna. Solo un paio di settimane prima si era sposato. Aveva pianto, Erika, il volto nascosto nel grembo di Mary che le accarezzava la nuca.
“Mia dolce Erika” le disse “la vita è crudele. Nessun uomo ci ama davvero. Hanno sempre nel cuore un’altra donna. Anche un ideale è, spesso una donna: come la Guerra.”
Erano cresciute insieme: si fidava ciecamente di lei.
L’immagine dei corpi senza vita lasciati ai corvi la colpì all’improvviso.
Chinò il capo e ricacciò indietro le lacrime: servivano persone forti per tornare a vedere l’alba dopo Samhain.
“Preghiamo per tutte le sorelle e i fratelli che non sono qui con noi stasera” stava dicendo Mather, un sottofondo che iniziava a darle sui nervi. Aveva iniziato ad andare a messa con l’animo più leggero da quando il Reverendo Mather aveva preso in mano le loro anime.
Forse c’era davvero una speranza per Salem.

Sapeva che sarebbero andati a prenderla.
Sarebbe stata la prossima strega a essere messa al rogo.
Le prudevano ancora le narici, l’odore di carne bruciata e le grida disumane di Ellie e Margareth, unite più che in vita, in punto di morte.
Suo padre non sarebbe rientrato prima di un paio d’ore.
Ubriaco, violento, pronto a riversare su di lei le frustrazioni di una vita.
Judy non l’avrebbe più permesso.
Prese il lenzuolo e lo arrotolò su sé stesso, ben stretto.
Lei e Thomas ci avevano fatto l’amore, lì in mezzo.
Si passò la stoffa sul viso, per imprimersi nella memoria il profumo di quella notte e scacciare l’odore acre del fumo di quella mattina.
“Mi dispiace.”
Questione di ore.
Quando Mary fosse uscita allo scoperto, le possibilità di farcela sarebbero state ridicole.
Andò alla finestra: le candele parevano tante piccole fiammelle sospese nella notte. S’incantò a guardarle: sembravano stelle sospese.
Avvolse la stoffa attorno alla trave del soffitto. Si sostenne su un panchetto instabile e passò l’altra estremità attorno al proprio collo. Mosse con cautela i piedi sullo sgabello: si muoveva sui tre piedi in procinto di cadere da un momento all’altro.
Judy non esitò. Fece più forza sul seggio, si diede la spinta come fosse sull’altalena e si lasciò andare.

Alyssa dondolava con pigrizia i piedi nudi sotto il tavolo.
Suo padre non era ancora rientrato. Gli aveva preparato la cena con quel poco che era riuscita a trovare. Da quando avevano giustiziato sua madre in piazza era lei a badare alla casa. Si sentiva importante, un’adulta.
Scese dalla sedia e ripercorse il perimetro di casa per ricontrollare che alle finestre ci fossero le candele. Non aveva potuto intagliare le zucche, per cui aveva deciso di mettere sui davanzali mozziconi di cera e un paio di lanterne a olio.
Suo padre si sarebbe arrabbiato: erano soldi buttati, quelli, risorse perdute per una stupida superstizione.
Non gli aveva confidato che sua madre le era apparsa in sogno e le aveva detto di rispettare e onorare Samahain. Di seguire Mary Worth, se necessario. Ma Mary non le aveva detto nulla e lei aveva solo seguito il consiglio di sua madre.

Salem era avvolta da un silenzio irreale. Erika si tuffò nella strada deserta e percorse quasi di corsa il tragitto che divideva la chiesa dal Falco Rosso. Udì passi alle proprie spalle e si voltò: non c’era nessuno.
“Che stupida sono.”
Affrettò il passo.
Si guardò alle spalle diverse volte: era come se qualcuno la stesse seguendo. Abbassò lo sguardo sul terreno: l’unica ombra che vi si rifletteva era la sua. Un corvo attraversò il cielo, coprendo la falce di luna che illuminava la notte. Le sue ali le erano apparse immense.
Erika fece l’ultimo pezzo del tragitto di corsa, senza fermarsi, senza voltarsi indietro. Incespicò nella gonna larga e quasi cadde a terra, ma riuscì a evitarlo aggrappandosi alla ringhiera dell’orto della casa di Mary.
Non sapeva come fosse finita lì: il Falcone Rosso si trovava dalla parte opposta di Salem.
Le luci erano spente, fatta eccezione per una lanterna che oscillava alla finestra del salotto.
Erika si avvicinò. Strinse il crocefisso che portava al collo tra le mani, ne baciò il volto del Cristo e chiuse gli occhi. Aveva le mani gelide e sudate, le dita strette con tanta foga da farle perdere sensibilità.
“Erika?”
La vocina di Markus le fece emettere un gridolino.
“Ehi piccolo. Mary non c’è?”
La fissava dalla fessura della porta d’ingresso, timoroso. Era chiaro avesse ricevuto l’ordine di non uscire per nessuna ragione al mondo.
“Cosa succede?”
“Lei sta arrivando.”
“Mary?”
“La Signora dei Corvi.”

Il pendolo suonò la mezzanotte.
Le uniche luci accese – a Salem – erano le lanterne lasciate alle finestre dai membri della congrega.
I piedi nudi, Mary si muoveva senza fare rumore tra i vicoli.
Si addentrò nell’abitazione dei Mather: erano solo cacciatori di streghe del Vecchio Continente, eppure Mary avvertì un brivido scivolarle lungo la schiena.
Salì le scale: Cotton giaceva con Cynthia, stretta tra le sue braccia.
La dolce, innocente Cynthia.
Mary sorrise e alzò la mano con un gesto repentino.
Cynthia si mise a sedere sul letto, fissandola.
“È il momento.”
“Io non… è Cotton.”
“Uccidi Almahn Mather. Dobbiamo eliminarli o continueranno a morire le nostre sorelle, Cynthia!”
“Io lo amo!”
Mary chiuse gli occhi e iniziò a canticchiare una vecchia filastrocca che le teneva compagnia da bambina.
Ogni strofa, il battito di un colpo del pendolo.
Afferrò Cynthia per il collo e strinse.
La lasciò senza fiato, striature violacee a ricoprirle il collo.
“Ora andiamo. Abbiamo un compito.”

Il corpo di Judy era ancora tiepido: il viso gonfio, la lingua a penzoloni tra le labbra viola. Mary ne aveva viste così tante, di donne impiccate, che non avrebbe dovuto provare pietà, o dolore. Invece ogni volta era uno strazio. Le lacrime le pizzicavano gli occhi, la testa le esplodeva dal male. Fitte acute accompagnate dal gracchiare di corvi e un volo di piume nere che ricoprivano come un manto le abitazioni di Salem. Sapeva solo che quella sarebbe stata la loro salvezza: non sarebbero state toccate, quando la loro Signora fosse giunta. Loro, le donne di Salem, continuavano a morire. Judy aveva scelto di farlo: non aveva fiducia in lei.
Non poteva biasimarla.
Negli ultimi tempi aveva fallito. Non aveva trovato il coraggio di uccidere suo figlio: era il prezzo da pagare per salvare tutti i membri della congrega e lei non era riuscita a farlo. Ora doveva correre ai ripari per salvarle, per chiedere perdono e dare la vita per ognuna di loro.
Il corpo di Judy dondolava appena, un moto che a Mary ricordò  quello delle onde che si infrangevano sulla banchina quando approdavano i mercantili.
“Tiriamola giù” ordinò a Cynthia.
“Non abbiamo speranze, Mary! Non ne abbiamo mai avute!”
“Lei ha ascoltato le nostre preghiere.”
“Judy doveva creare un esercito! Era l’unica in grado di evocarli!”
“Lo farai tu” tagliò corto Mary.
“E tu? Cosa farai? Andrai a proteggere tuo figlio mentre noi moriamo in strada?”
Mary deglutì: era una scelta che, prima o poi, avrebbe dovuto fare.
“Lo sacrificherò.”
Cynthia la fissò, i piedi di Judy appoggiati sulla propria spalla per permettere a lei di liberare il collo dal cappio. “Ora è troppo tardi.”
“È il mio primogenito: non sarà mai troppo tardi.”
“Se lo fosse? Se ormai fosse tutto inutile?”
“Non hai visto la luce accesa a casa di Mirabelle?”
“Che cosa c’entra? È morta, Mary! Morta sotto i nostri occhi!”
“Deve essere stata Alyssa. Eppure io non le ho detto nulla.”
“Volevi farla ammazzare?”
“È una bambina…” tentò di giustificarsi Mary, ma si rese conto che l’età non aveva importanza in guerra. “Non ho pensato a lei, scusami.”
“Sei un’egoista. Ogni morte è solo colpa tua, Mary. Ogni sorella uccisa è colpa della tua debolezza. Se non avessi esitato, a quest’ora Salem sarebbe già nostra e ci saremmo noi, sugli scranni del Consiglio. Non i Puritani, non gli uomini che ci hanno stuprate, picchiate, umiliate!”
Mary liberò il corpo di Judy e lo tenne stretto, per non far cadere su Cynthia l’intero peso. “Fa’ attenzione, ora lascio la presa. Se la portassimo con noi?”
“Judy?” chiese Cynthia, mentre l’adagiava a terra.
“No, Alyssa.”
Cynthia esitò. Posò un bacio sulla fronte di Judy e tornò a guardare Mary. “Va bene. Se ha le doti di sua madre, può essere la nostra unica salvezza.”

I colpi alla porta si fecero più insistenti. Alyssa andò alla finestra, si puntellò al davanzale con le mani e si sollevò per controllare chi fosse. Suo padre le aveva detto che sarebbe tornato e avrebbe bussato solo tre volte: tre colpi, di cui due leggeri e uno più forte. Questi, invece, erano colpi insistenti, anche se non martellavano con la foga di quelli del Reverendo Mather quando era venuto a prendere sua madre. Strinse i pugni lungo i fianchi: avrebbe combattuto. Inspirò e pensò a sua madre: i nervi si distesero e le parve che fosse accanto a lei, che guidasse la sua mano mentre girava la maniglia della porta.
In un istante questa si richiuse alle spalle delle due figure ammantate di nero, che si scoprirono il volto.
“Mary?”
Alyssa le gettò le braccia al collo. Le voleva bene. Sin da quando era piccola ricordava la sua voce come la più bella da udire. Mary si era presa cura di lei quando sua madre se n’era andata ed era stata con lei quando avevano assistito al rogo. Alyssa non aveva pianto quel giorno: l’aveva promesso.
“Mi dispiace non averti avvertita piccola.”
Alyssa scosse il capo e le sorrise. “Non importa. Sapevo che saresti venuta a prendermi.”
Si staccò da lei e tornò poco dopo avvolta nel proprio mantello.
“Sai che combatteremo stanotte?”
“Sì. Molte di noi perderanno” le rispose. Mary la fissò, ma non aggiunse altro.
Alyssa prese la mano di Mary e, nell’altra, strinse quella di Cynthia. Si tuffarono nel freddo della notte di Samahain: le luci alle finestre erano fuochi danzanti. Le sembravano lucciole, oppure piccole fate che proteggevano le loro abitazioni. La maggior parte, però, teneva le porte sprangate e le finestre buie.
“Perché loro non hanno le lanterne alle finestre?”
“Non è più una loro tradizione” le rispose Cynthia.
“Ma tengono lontani gli spiriti cattivi” continuò Alyssa, il naso all’insù per darsi un tono da adulta.
“A volte dimentichiamo che esistono, Alyssa.”
“Anche il mio papà è cattivo?” chiese, dopo alcuni istanti di esitazione.
Mary annuì.
“Ha venduto tua madre.”
Alyssa non aggiunse altro: l’aveva sempre saputo.

Mary apriva la strada a Cynthia e alla piccola Alyssa. Avrebbero dato vita a un esercito che nessuno sarebbe riuscito a fermare.
La radura era illuminata dalla luna e fu facile arrivare al circolo.
“Eccoci” disse, e fece cenno ad Alyssa di avvicinarsi. La bambina guardò alle sue spalle, sgranò gli occhi e l’espressione sul suo viso fu di piena delusione. “Cosa non va, Alyssa?”
“Zucche?”
“Zucche” le confermò.
Cynthia ne prese una e gliela passò. Mary salmodiò alcune parole in latino e dalla zucca presero vita rami e foglie che si allungarono e avvilupparono attorno alle sue braccia.
“A Salem. È lì che dovete uccidere, soffocare e distruggere.”
Alyssa, al suo fianco, osservava la zucca con occhi carichi di desiderio.
“Mirabelle era una chiaroveggente ma forse anche tu puoi incantare oggetti e animarli a tuo piacimento.”
Alyssa afferrò da terra una piccola zucca e se la portò davanti al viso. Ripeté la formula che aveva udito da Mary, ma non accadde nulla. Contrita, la osservò.  Riprovò di nuovo. Al terzo tentativo scagliò contro un albero la zucca. Le tremavano i pugni stretti lungo i fianchi e anche il labbro inferiore. Mary le fece cenno di avvicinarsi e la condusse dove si trovava la zucca. Le indicò la scia scura che aveva ricoperto il tronco e la zucca a terra, squarciata. Materia cerebrale usciva in un rigagnolo che si perdeva nell’oscurità.
“È colpa mia?” le domandò Alyssa.
“È merito tuo, sì. Le hai dato vita e l’hai uccisa. Dovresti dare loro la vita per andare in guerra.”
Cynthia le passò un’altra zucca: decine, già, si agitavano sui propri rami, lunghi e robusti come liane.
“Non abbiamo tutta la notte” disse loro, e scostò Alyssa da Mary “prima finiamo, prima i traditori finiranno all’inferno.”

Erika si tappò le orecchie. Accucciata in un angolo, osservava Markus senza riuscire a fare nulla, se non pregare. Sembrava l’unica cosa possibile da fare. Uno stormo di corvi si era riversato sulla casa di Mary e si era posato all’interno del suo giardino. Quando aveva provato a scappare, alcuni di loro le si erano aizzati contro, beccandole la testa e gli avambracci, con cui si era riparata il viso. Fosse stata una situazione differente, non avrebbe mai fatto pressione a Markus per entrare in casa.
La porta si spalancò all’improvviso.
Erika si alzò dal proprio angolo e si gettò verso Markus, per proteggerlo. Un istinto materno, lo stesso che Mary aveva sempre avuto verso di lei. Era come se fosse un debito di sangue da pagare, il suo.
Il vento gelido li investì. Markus, stretto nel suo abbraccio, non si muoveva.
“Mary non è qui” disse la voce della straniera. Voce di donna, un accento che non aveva mai udito prima e che non apparteneva a nessuno dei padri pellegrini. “Dov’è?” chiese.
Erika non rispose. Trattenne il respiro, si strinse al petto Markus e chiuse gli occhi. Si rese conto che sperava di trovare un po’ di coraggio in quel contatto, ma non ne aveva. Le ginocchia schiacciate sul pavimento erano l’unica cosa che poteva sorreggerla in quel momento.
L’afferrò. Il palmo le stringeva la nuca e le unghie le graffiavano la fronte e il viso. Erika emise un gemito di dolore e la mano la strattonò all’indietro, le unghie tiravano le palpebre per costringerla a tenere gli occhi aperti.
“Dov’è Mary?”
“Io… non lo so. Ti prego, lasciami. Non ho fatto niente di male.”
“Quante ne hai viste morire?” le domandò la voce. Il suono era gutturale e secco, duro. Un comando che non poteva essere trasgredito.
“Io… non lo so. Tutte quelle che hanno giustiziato. Io… non potevo fare niente per salvarle.”
Le unghie le si conficcarono nelle iridi.
Gridò.
Le dita disegnarono su di esse un simbolo, ma Erika non riuscì a comprendere cosa fosse.
“Vedrai sempre al di là, ma senza essere creduta mai.”
La donna la strattonò con più forza ed Erika cadde all’indietro, riversa sul pavimento. Vide la figura ammantata di nero avvicinarsi a Markus e inginocchiarsi dinnanzi a lui.
“Non ha avuto il coraggio di ucciderti, eppure ho accolto lo stesso le sue preghiere. Sono una madre misericordiosa per le mie figlie, anche per le più indisciplinate. Sei stato un ostacolo” gli accarezzò il volto e gli arruffò i capelli, sorridendogli.
Erika non osava muoversi.
“Sei solo un ostacolo”  ripeté la donna.
Il rumore dell’osso del collo spezzato riecheggiò prepotente per la stanza deserta. Erika strisciò verso il corpicino di Markus, la testa rivolta in modo innaturale di lato, gli occhi azzurri sbarrati e la bocca socchiusa.
“Tu… tu chi sei? Assassina!”
Un corvo gracchiò e si posò sulla spalla della straniera.
“La caccia ha inizio. Questa notte solo le sorelle vivranno. Gli altri sono destinati a morire.”

Questa è una Storia fatta di Storie.
Sono quelle di chi ha partecipato all’iniziativa di Halloween: ancora grazie per ciò che avete scritto. Forse sono un po’ fuori tempo, ma Salem non passa mai di moda. E le vostre storie meritano di essere lette in ogni momento dell’anno.

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There are 3 comments on this post
  1. giugno 18, 2016, 10:29 pm

    Si!
    Copiato/incollato per conservare e rileggere di nuovo offline.
    Te la sei cavata molto bene, nonostante gli input compositi. Mi piace come affronti il genere, hai uno stile tuo proprio!

  2. Nocturnia
    giugno 19, 2016, 3:30 pm

    Non era facile racchiudere tante storie (e personaggi così diversi) in una unica, ma il risultato finale mi piace!
    C’è la rassegnazione e la disperazione di queste donne – la perdita della speranza.
    Non ci credono più nemmeno loro di poter essere salvate (almeno non tutte) e questo senso d’impotenza ti schiaccia, perché queste sono successe davvero – succedono tutt’ora.
    Mi ha lusingato che anche Judy fosse inserita nel contesto e ho trovato la vicenda davvero ben struttura e gradevole – bravissima!

    *tè?* ♥♥♥♥♥♥♥

  3. luglio 23, 2016, 5:43 pm

    Era un esercizio che mi andava di sperimentare.
    La cosa interessante, secondo me, è vedere come da storie molto diverse si possa attingere per creare qualcosa di totalmente nuovo e differente, pur mantenendo alcuni capi saldi. E’ la prova della contaminazione e dell’ispirazione.
    Ho voluto rendervi omaggio con quello che mi riesce di fare in modo più semplice: scrivere.

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