Contro

Potrebbe accadere a chiunque, in qualunque momento, di vedersi togliere il diritto di parola.

Per me, da scrittore e cittadino, la parola contraria è un dovere prima di essere un diritto.
– Erri De Luca

Esiste qualcosa che si chiama coraggio. Qualcosa di sottile, che ammiriamo negli altri, che ci fa vedere una luce diversa in chi ci sta di fronte. Per una scelta, un modo di essere, un modo di sentire. Ne ho conosciute tante, di persone così, e mi ritengo fortunata per questo. Da ognuna di loro so di aver imparato qualcosa. C’è chi ha affrontato con coraggio un’operazione, chi ha mollato la sua vecchia (perfetta) vita per ricominciare da zero, chi ogni giorno affronta con il sorriso la malattia, chi ha subito una perdita immensa eppure, in qualche modo, non ha smesso di credere mai. Chi, nonostante tutto, va avanti perché sa che c’è sempre di peggio, che cambieranno le cose, che si possono cambiare.

La parola contraria è uno dei libri a cui ho fatto la corte negli ultimi mesi. C’è un’ansia strana, quando cerchi qualcosa che non riesci ad avere. Come se attendessi il tuo primo appuntamento, con quel tizio di 2E che ti piace da impazzire e non sai come, perché non gli hai mai nemmeno parlato, ma ti piace proprio tanto. Tantissimo. Il mio incontro con Erri De Luca è stato un paio di estati fa, tra le pagine de Il peso della farfalla. Basterebbe leggere quel romanzo – piccino, così minuscolo da essere volato via in un pomeriggio, tra il timore e il desiderio di arrivare all’ultima riga con il cuore in gola – per capire il legame di De Luca con il territorio, con la terra. Ha radici forti, lui, che della sua Napoli ha tratteggiato strade e dipinti di parole, tra l’adolescenza e l’età adulta, raccontando tanto di sé, di quello che l’ha fatto diventare uomo e scrittore. Di Erri De Luca si parla, si sta parlando, a sproposito. Si parla di uno scrittore e delle sue parole, ma lo si fa guardando al messaggio travisato, associandolo al suo trascorso politico, estrapolando le sue parole dal contesto in cui sono state espresse.
Per questo si accusa un uomo per le sue idee, un intellettuale per le sue ideologie.

È giusto condannare uno scrittore per le proprie parole?

Libertà di parola ed espressione

Il capo d’accusa che pende sulla testa di Erri De Luca è quello di “incitamento alla violenza idoneo a suscitare consensi tra gli attivisti No Tav“, ignorando l’articolo 21 della Costituzione Italiana che dichiara:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

C’è un senso di oppressione latente, che ci pende sulla testa come una spada di Damocle: possiamo parlare, ma sino a un certo punto.
Se togli le parole a uno scrittore, a una persona, cosa rimane? Solo silenzio.
Non credo che la narrativa debba avere per forza uno scopo educativo. La lettura è qualcosa di intimo, di personale, un atto egoistico a cui ci abbandoniamo per restare soli con noi stessi ma sono anche convinta che sia proprio questo, la coltivazione di quell’intimità, che ci permette di chiudere fuori il mondo e ascoltare quello che abbiamo dentro, a trasmetterci messaggi, pensieri, riflessioni. A trasformarci in ciò che siamo, a formarci come individui: la scuola ci offre la possibilità di apprendere tutto ciò che ci occorre per avere cultura, ma poi è il nostro percorso personale ad affermarci come esseri umani Lo scrittore, in quanto tale, ha diritto di esprimere le proprie opinioni: si concede il lusso di parlare a un pubblico più ampio dei quattro amici del bar. Lo si può condannare per questo? Lo si può condannare perché la sua parola arriva più lontano rispetto al raggio di uno sguardo?
Provate a immaginare un mondo senza parole, un mondo dove ogni parola può avere un unico significato, una sola espressione, senza accenti a fare la differenza.

Il nostro vocabolario è ricco di sinonimi. La parola “sabotare“, messa al banco degli imputati insieme a Erri De Luca, ne ha parecchi: ostacolare, impedire, bloccare. Il messaggio di Erri è chiaro: bloccare la TAV, l’ennesima speculazione ai danni dell nostro microsistema, della terra che calpestiamo ogni giorno. A volte i più sembrano dimenticare che siamo solo inquilini, gente di passaggio che è destinata solo a transitare. Che quello che facciamo resta, e che ogni cosa che tocchiamo e trasformiamo non ci appartiene davvero. Che mondo lasceremo ai nostri figli, tra vent’anni o trenta? Uno di quelli da sci-fi, fatto di grattacieli spaziali e miniere sotterranee come Metropolis, dove il sole lo potranno vedere solo i fortunati con una cassaforte piena d’oro. Oppure uno di quei paesaggi grigi e vuoti, senza verde, senza sogni, senza colori da fall out nucleare.

La faccia nascosta del terrorismo

Terrorismo —   Modalità di lotta politica basata su atti di violenza indiscriminati (attentati, sabotaggi ecc.): uno stato sconvolto dal t.; l’insieme dei gruppi che adottano tale metodo: t. di destra, di sinistra || t. psicologico, metodo di intimidazione basato su pressioni psicologiche.

Colpirne uno per scoraggiarne mille. È stato il caso del G8 di Genova. Correva l’anno 2008. Non c’entra nulla Giuliani, c’entrano quelli che hanno fatto irruzioni, disintegrato vite e psiche di chi si trovava alla Diaz. Dei No Global non si è più parlato. Perché? Che non si tratta forse di terrorismo questo mettere a tacere un movimento pacifista che condannava il potere di otto paesi di decidere le sorti un pianeta intero?

Esiste un terrorismo più subdolo, fatto di oppressione ideologica e psicologica. La libertà di stampa ed espressione che vengono inghiottite boccone dopo boccone sono il primo passo verso la dittatura. Da statistiche, è risaputo che l’Italia sia uno dei paesi a rischio, in quanto la libertà di stampa risulta limitata, sotto controllo e pilotata. Esiste un paese democratico, oggi, in cui un uomo viene messo alla sbarra per le proprie idee, per le proprie parole. Un Paese in cui i manifestanti vengono massacrati all’interno di una scuola e i loro carnefici liberi di educare altre leve, in cui una città messa in ginocchio da un’industria poggia le proprie radici su un terreno minato dal tumore. Un Paese dove si è sempre negato l’utilizzo delle bombe all’uranio impoverito anche davanti all’evidenza della malattia che avanza, dove le donne continuano a essere vittime di troppe violenze, di stragi annunciate, dove l’ISIS è la paura più grande – il terrorismo più pericoloso – e dove ci si dimentica dei problemi dentro i propri confini. Un Paese dove tutti si sono detti grandi difensori della democrazia e della libertà di stampa, dove tutti sono stati Charlie Hebdo, ma per un paio di giorni soltanto.

L’Italia è un Paese che ha smesso di ascoltare la propria voce, per questo non ricorda più il vero significato delle parole.

#IostoconErri

Io sto con Erri perché è il simbolo della lotta armata di (sola) parola.
Sto con Erri per quello che rappresenta: un processo alle idee.
Sto con Erri perché Il peso della farfalla è un inno alla forza della vita e della natura, e chiunque dovrebbe leggerlo per comprendere ciò che spinge la Val di Susa a non chinare il capo davanti a un’invasione.
Sto con Erri perché conosco il peso delle parole e, spesso, so quanto può far paura.
Sto con Erri perché tra dieci o vent’anni, al suo posto, potrebbe esserci uno qualunque di uno dei miei amici (aspiranti) scrittori, per aver utilizzato una parola con troppi sinonimi.
Sto con Erri perché ai miei figli, ai miei nipoti, racconterò la sua storia e la trasformerò in una vittoria, non in un calvario.
Sto con Erri perché il diritto di parola è l’unico per cui valga la pena lottare.
Sto con Erri perché la censura è un brutta storia.
E io detesto le brutte storie.

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