Noi, dilettanti di talento

Perché in Italia le case editrici non pubblicano esordienti?

Nei giorni scorsi sono incappata in una divertente – quanto banale – discussione sul profilo Facebook di un’amica, rea di aver condiviso una riflessione che difendeva la buona editoria, al di là del fatto che fosse indie o tradizionale. Si parlava dell’emblematico caso di una casa editrice che si vantava di aver trasformato un esordiente un caso letterario mondiale. Questa, in Italia, si chiama pubblicità ingannevole: perché le case editrici non investono più negli esordienti ed è scientificamente impossibile un risultato simile. Nel Bel Paese, per chi è alla prima pubblicazione, qualche migliaio di copie vendute sono un traguardo.

Perché le case editrici non investono negli esordienti?

Il motivo è semplice: le major non si accollano il rischio di impresa e lo delegano a piccole case editrici e riviste letterarie. Alle soglie del 2000 gli esordi italiani erano fortunati, si parla degli anni in cui vennero pubblicati Gomorra, La solitudine dei numeri primi, Acciaio. Giusto per citarne qualcuno. In quegli anni vennero lanciati nell’iperspazio dell’editoria decine di esordienti destinati a essere smembrati dagli squali. Esordienti pagati una miseria tutt’ora in causa con le case editrici che non hanno mai pagato loro i diritti, come avvenne nel caso Melissa P e la Fazi Editore, portata qualche anno fa alle luci della ribalta dalla Panarello che denunciò l’accaduto a Il Fatto Quotidiano. Esordienti giovanissimi, acerbi nello stile e spesso ingenui nei contenuti, ma che fungevano da galline dalle uova d’oro per le case editrici.

 

Il mercato dell’editoria è saturo. Saturo di romanzi tutti uguali tra loro: prosciugato il filone del fantastico in tutte le sue declinazioni, sta esaurendo anche la spinta del romance. Se l’editoria, come la Storia, è ciclica, confido in un ritorno di ciò che amo leggere sugli scaffali. Entrare in libreria e sentire odore di storie buone, non di biografie di personaggi all’ultimo grido e fanfictions pubblicate in piena violazione del diritto d’autore. Perché in Italia, i più, nemmeno sanno cosa sia una fanfiction, quando è nata e come si è trasformata negli ultimi vent’anni. La fanfiction non è narrativa, è una palestra di scrittura, un utero in cui spesso ho trovato storie eccellenti, di gran lunga migliori di quello che trovavo in libreria. Ancora oggi, spero di ritrovare quegli autori in un negozio fisico: divorerei le loro storie con la stessa, smodata gioia di anni fa. 

In Italia, chi legge tanto, è spesso anche chi scrive. Magari non sono solo scrittori di narrativa, ma anche saggisti, drammaturghi, appassionati e studiosi di storia, d’arte, di esoterismo e folklore. Poi ci sono quelli che non leggono romanzi ma decine di riviste di settore: National Geographic, La Storia, Focus. Pure questa è editoria Poi ci sono quelli che sono in continuo aggiornamento: seguono corsi online, studiano dispense e appunti con avidità. Presente? Se in questo caso non si può parlare di editoria tradizionale, si parla pur sempre di gente che legge. Mio padre non si perde una – che sia una – rivista che tratta tematiche storiche. Oltre all’avermi salvato la vita in ogni contesto scolastico grazie alla sua emeroteca, mio padre è uno di quelli che la Storia la conosce benissimo. E di narrativa legge poco o nulla, eppure te lo trovi sempre davanti a sfogliare qualcosa.

L’assioma che rende gli autori italiani macchiette votate alla scrittura prive di amore per la lettura, è ridicolo. È evidente che l’amore per i libri te lo conquisti da bambino, quando hai insegnanti che anziché farti leggere Le mie prigioni di Silvio Pellico in quarta elementare ti fanno leggere Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain (e per inciso, la mia storia è quella della prima, disgraziata bambina). L’amore per la letteratura nasce dal basso, dalla capacità degli educatori di trasformare la lettura in un gioco divertente d’immaginazione; devi trasmetterla, la passione per la letteratura, altrimenti quelli che ti ascoltano se ne vanno senza averti nemmeno ascoltato. E se proprio vogliamo sdoganare la lettura, basta classici sin dalla prima infanzia: ci sono altri ottant’anni di buone storie da scoprire.

In anni in cui siamo bombardati dalle immagini, l’immaginazione è quanto di più prezioso abbiamo. Stiamo lasciando che l’emisfero destro del nostro cervello si atrofizzi: deleghiamo alla fantasia degli altri d’immaginare per noi.

In risposta alla casa editrice di inizio articolo, è stato pubblicato anche questo commento:

Però una considerazioni va fatte: se ci sono migliaia di scrittori che vogliono pubblicare un loro manoscritto senza pagare nulla, come si finanzierebbe una casa editrice che ha molti dipendente? Non si sa a priori quale romanzo potrà diventare un bestseller. Io ritengo giusto versare un contributo basta che corrisponda al valore dei libri che tu inviano…

Che è un po’ come dire che il panettiere, l’avvocato, il netturbino e chiunque vi venga in mente, dovrebbe versare un contributo per poter lavorare, dato che la qualità del suo lavoro e la sua capacità produttiva non sono confutabili a priori. Come se questi professionisti dovessero pagare noi per comprare quattro micche di pane comune, insomma.

Noi, dilettanti di talento

Mi sono sentita dire, a un certo punto, che gli autori indipendenti non sono scrittori, tutt’al più dilettanti di talento. 

Tutta questa gente che dice chi deve scrivere, come deve farlo; con chi pubblicare, cosa pubblicare e perché pubblicare.
Tutti quelli che si sentono in diritto di dire che tutti gli autori indipendenti scrivono con i piedi; che tra il self publishing e l’editoria a pagamento non c’è differenza.
Tutti quelli che sbuffano e storcono il naso perché insomma, le presentazioni che gli autori inviano alle case editrici fanno pena.
Ma ehi, tutti questi individui sono davvero dei professionisti?
Davvero possiamo credere che qualcuno possa dire a qualcun altro di smettere di scrivere? Togliere a qualcuno il diritto di provare a pubblicare, o di farsi pubblicare?

Secondo l’effetto Dunning-Kruger

l’errore di valutazione dell’incompetente deriva da un giudizio errato sul proprio conto, mentre quello di chi è altamente competente deriva da un equivoco sul conto degli altri.

Sono per l’etica editoriale. Ed etica implica un mercato onesto, oltre all’empatia e una capacità di comunicazione che trascende la sola letteratura.
Quando una casa editrice o un autore affossa il self publishing e i suoi esponenti ha un problema serio con la propria strategia di marketing. Quando cerchi di vendere qualcosa, parli del tuo prodotto, non sminuisci il tuo competitor. Mai.

I libri scritti male vengono pubblicati sia in self e che dalle case editrici, con la differenza che queste ultime non possono permettersi errori. Per paradosso, un team di professionisti può sbagliare – ripetutamente -, immettere sul mercato prodotti che costano molto più di quelli di un autore indipendente e vedere il proprio business andare avanti. Un autore indipendente, invece, deve fare dieci volte meglio di una casa editrice e vedere segnalato quel refuso che sì, poteva evitarsi. Il problema è sempre culturale, è legato al pregiudizio e al dilagante “movimento troll” della rete. Troppo semplice gettarsi contro l’autore indipendente piuttosto che contro la major che viola diritti di copyright sulle opere d’arte altrui; che non paga le royalties ai propri autori; che immette sul mercato libri tutti uguali gli uni agli altri attuando una preoccupante omologazione dei contenuti e dei gusti dei lettori.

L’editoria è un mercato scorretto e no, non me ne farò un ragione, semmai tutto il contrario. Voglio fare in modo, nel mio piccolo, che qualcosa cambi. Perché credo nella connessione e nella forza del gruppo.

Ho deciso di seguire uno dei consigli di Elizabeth Gilbert, autrice di Big Magic, quando mi capiterà qualcun altro che deciderà di chiamarmi “dilettante di talento“.

Sorridete e suggerite, il più educatamente possibile, che vadano a farsela da soli, la propria arte.

Alla mia, ci penso io.

Da autori indipendenti vi siete scontrati con i pregiudizi dei lettori o di altri autori? Come vi siete comportati in quelle occasioni?

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