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Cosa, dove, come… quanto?

Scrivere è istinto, questione di pancia e di sesto senso. Ma è davvero così?

Ho con Grazia un debito di scrittura (e supporto costante) da quando le ho chiesto di poter ospitare un mio articolo per il blog tour di “Appuntamento con la paura“. Per lei scrissi delle paure dello scrittore, di ciò che comporta mostrarsi al pubblico per ciò che si è davvero. Se vuoi fare lo scrittore, come dice Grazia, devi sporcarti le mani. E questo non è solo scrivere sino a farsi sanguinare le dita, ma anche mettersi a nudo davanti al prossimo, dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Nella scrittura, come in teatro, non puoi permetterti di barare. Perché la questione di pancia ti frega: se sei finto, se racconti cose false che vengono percepite come irreali, il lettore ti scarica.

Ho sorriso quando Grazia mi ha proposto il tema del suo articolo, perché è come se mi avesse letto nel pensiero. Con l’editing di Drove, come dicevo, sono tornata a studiare, e con “Cosa, dove, come… quanto scrivere?” si inaugura una stagione di riflessioni sulle raddrizzate che dovrebbe prendere una storia dopo la sua prima stesura. Da oggi vi proporrò una serie di articoli che finiranno nella rubrica Prontuario (di scrittura creativa). Voglio sottolineare che sono per la rottura delle regole, spesso e volentieri, per cui considerate quello che trovate sul blog sempre come riflessioni che possono calzare sul mio modo di pormi nella scrittura, ma non su di voi.
E ora, diamo inizio alle danze.
Maestro di Cerimonie? Grazia Gironella e la magia della sua penna!

Cosa, dove, come… quanto?

Qualcuno dice che scrivere è una questione di istinto. Basta dare voce alla storia che non ci lascia in pace, e il gioco è fatto. Qualcuno dice che scrivere è difficile, quasi impossibile. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a esprimere la storia che abbiamo in mente come farebbe un vero, grande scrittore.

Io penso che scrivere sia facile e impossibile insieme. Ce lo dobbiamo fare piacere così, come si fa con tutte le cose importanti, con i suoi lati esaltanti (la discesa sulle montagne russe) e faticosi (la risalita… a pedali). E siccome il rispetto esige impegno, faticare un po’ per imparare a scrivere meglio mi sembra un piccolo prezzo da pagare. Quindi, studio; e proprio studiando mi accorgo che, tra le tante domande dello scrittore, una tende a passare inosservata: il “quanto?”.

Il “cosa?” è uno dei nostri rovelli principali. Trama, conflitto, incipit, finale. La storia è abbastanza originale? In che genere si inserisce?

Il “chi?” è fondamentale. Personaggi interessanti, tridimensionali. Indimenticabili, se possibile.

Il “dove?” è l’ambiente in cui si muove la storia. Ignorarlo è impossibile. Al massimo non lo sfruttiamo per quello che può offrirci.

Il “come?”, boccone ostico. La nostra voce, il nostro stile… speriamo di trovarli, prima o poi.

A guardarci bene, c’è sempre un fattore quantitativo intrecciato agli elementi costitutivi della narrazione. Abbiamo qualcosa da dire, si spera, ma quanto è opportuno dire? Vogliamo che la nostra storia arrivi dritta al cuore del lettore, e perché questo accada dobbiamo riuscire a non suscitare le sue resistenze, che possono avere molti nomi: noia, incredulità, incomprensione; rabbia, a volte. Quando esageriamo nel dire, una di queste barriere prende forma o si solidifica.

Per cominciare, non dobbiamo dire tutto, mai. Questa è la premessa. Il “tutto” deve esistere soltanto nella nostra testa, non nella storia che scriviamo. Il lettore ha bisogno di partecipare in una certa misura alle vicende che prendono vita sotto i suoi occhi. Lo fa a modo suo, preoccupandosi per i personaggi, essendo curioso di ciò che sta per succedere, ipotizzando finali. Ponendosi domande, in sostanza. Se gli forniamo troppo materiale – magari anche nel momento sbagliato – quelle domande non vedranno mai la luce.

Ma dove si annida, questo “troppo”? Vediamo qualche esempio.

La trama

Potremmo definirla, un po’ rozzamente, come “tutto ciò che succede nella storia”; ma se quel tutto è troppo?

I personaggi lottano contro le loro paure e affrontano esperienze che li mettono alla prova. Fino a qui, tutto okay. E poi mangiano, si vestono, vanno in bagno, incontrano conoscenti senza importanza, fanno tragitti in auto, vivono giornate lavorative insulse… ehi, a chi interessa questa roba? Poco ai personaggi; ancora meno al lettore. Una certa dose di quotidiano aggiunge realismo alla storia, ma l’eccesso la uccide.

I dialoghi

Quanti dialoghi servono alla nostra storia, e quanto nutriti devono essere?

Q.b., come nelle ricette: quanto basta.

Io i dialoghi li adoro, ma sbuffo come un mantice quando, leggendo, incontro pagine e pagine di dialoghi inframmezzate da pochi paragrafi di narrazione. È una questione di squilibrio tra le parti, quindi di stile, ma anche di sostanza: quante possibilità abbiamo di scrivere pagine e pagine fitte di dialoghi senza infilarci dentro una quantità di fuffa? I buoni dialoghi in narrativa sembrano reali, ma non lo sono. Se non depurassimo le battute da ripetizioni, esitazioni, interiezioni e tutte le altre –zioni che potete immaginare, il risultato sarebbe capace di rovinare qualunque atmosfera. Ergo: i dialoghi sono importanti, ma questo non significa che più ce n’è, meglio è. Lo stesso vale per le parole contenute nelle battute.

Le ambientazioni

D’accordo che il lettore vuole (anche senza saperlo) partecipare all’evolversi della storia, ma sarebbe curioso che dovesse inventarsi le scenografie. Siamo noi, giustamente, a dover fare questo lavoro, che però non deve scivolare nel troppo. Scegliamo pochi dettagli sensoriali che colpiscano l’attenzione, e il lettore si guarderà intorno incuriosito nel luogo dove lo abbiamo portato. Descriviamolo per filo e per segno, e il lettore inserirà il pilota automatico per traghettarsi ai paragrafi successivi – quelli in cui “succede qualcosa” – senza nemmeno vederlo, quel luogo.

Le informazioni

Per capire la storia, il lettore deve entrare in possesso delle informazioni che gli servono. Non possiamo lasciarlo vagare tra le pagine alla ricerca di un chi o di un perché. Fatta salva la necessità della comprensione, è quasi sempre opportuno fornire le informazioni a piccole dosi e il più tardi possibile. Il motto è: dire ciò che serve solo quando serve. Non di più, non prima. E se non serve… beh, sappiamo cosa fare.

I personaggi

Per conoscere i nostri personaggi – condizione necessaria a raccontarli – siamo in un certo senso obbligati a esagerare con le domande che li riguardano. Com’è il loro passato? Che rapporto hanno avuto con i familiari? Quali sono i loro gusti a tavola? Amano lo sport o gli scacchi? È tutto materiale utile nel processo creativo, che troverà posto solo in parte nella storia, se non vogliamo creare forzature e annoiare il lettore. Allo stesso modo, raccontando nel prologo o nelle prime pagine tutto il passato del protagonista, creiamo un ritratto chiaro per il lettore, che però annulla ogni sua curiosità.

Lo stile

Troppi punti esclamativi e di sospensione, per cominciare. Nei blog e sui social network aiutano a veicolare le nostre emozioni, “ingessate” dal mezzo digitale, ma in narrativa l’effetto è diverso. E poi troppi avverbi, troppi aggettivi, troppe frasi brevi… ma qui non si può generalizzare. Quello che è eccessivo per una persona può essere ottimale per l’altra. Quando leggiamo i libri altrui, però, il confine tra il giusto e il troppo ci è straordinariamente chiaro…

Il troppo è sempre in agguato, insomma. La buona notizia è che durante la prima stesura possiamo, anzi, dobbiamo ignorare le sue insidie. Questa è la nostra cavalcata libera! Se ci fermiamo ogni tre parole a controllare, rileggere e correggere, si trasformerà in una marcia militare: fredda, noiosa e progettata a tavolino. Il lettore, da quel sensibile animale che è, se ne accorgerà subito e si raffredderà di conseguenza. Meglio lasciare che sia la revisione a spazzare via i nostri “troppo”… insieme agli altri errori-orrori della prima stesura.

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There are 83 comments on this post
  1. febbraio 18, 2015, 12:17 pm

    Come al solito Grazia ha l’abilità di sottolineare “lo spettro che si aggira per la pagina”, cioè il troppo. E il troppo potrebbe abbondare in qualsiasi aspetto di un romanzo. All’inizio, eccedevo in particolari, poi con il tempo ho imparato a sfrondare e ad asciugare la scrittura, fermo restando che la mia tipologia di romanzi necessita di un minimo di descrizione. Per questo ora prediligo autori molto evocativi come Murakami Haruki.

  2. febbraio 18, 2015, 1:40 pm

    Ciao Cristina, e benvenuta!
    Io amavo molto di più il “vecchio” Murakami, ma la letteratura orientale – vedi anche Banana Yoshimoto – ha un modo di affrontare la scrittura molto differente dal nostro. Il troppo è anche un mio atroce nemico: tendo a lasciarmi prendere la mano e mi definisco una malata di Graforrea! Credo sia importante riuscire a equilibrare descrizioni e sensazioni, ma – la cosa che ho imparato da questo articolo di Grazia – è che non ti devi mettere freni. Scrivi a briglia sciolta, e poi taglia, lima, elimina. Troverai sempre qualcosa di troppo anche alla millesima lettura. Sgrossare e lavorare di fino sino alla nausea. E lo sto imparando a mia spese, con il mio primo, vero editing! Tu che tecnica utilizzi per limare? Lo fai durante la prima stesura, o lasci sedimentare e poi parti all’attacco armata di gomma e forbici?
    Chee genere scrivi?
    Qual’è il tuo romanzo di Murakami preferito?
    Okay, arresto l’interrogatorio, che dici? (^.-)

  3. febbraio 18, 2015, 2:46 pm

    Ahah, grazie del benvenuta… comunque mi piacciono gli interrogatori sulla scrittura. 🙂 Di Murakami sto leggendo “L’uccello che girava le viti del mondo”, ma rispetto ai suoi altri lo trovo meno riuscito. E’ molto corposo, ma non è quello il problema in quanto – sarò strana – mi piacciono i romanzi massicci; il vero problema è che la tira troppo per le lunghe, quindi sto facendo un po’ fatica a finirlo. Per me è insuperabile la trilogia di “1Q84” con il quale l’ho scoperto, e “Dance dance dance” e “Norwegian Wood” per me sono dei capolavori.

    Nella prima stesura, come voi, io scrivo a briglia sciolta… nel vero senso del termine dato che il mio genere è il romanzo e il racconto a sfondo storico! Siccome devo documentarmi moltissimo, prima e dopo, se scrivessi pensando anche alla limatura uscirei di testa. Invece l’unico piacere della scrittura è andare a ruota libera, perlomeno all’inizio. Poi lo lascio decantare anche molti mesi, e faccio altro. Quando lo rileggo, ha già assunto un altro colore e un altro vestito. E inizia la parte noiosa, quella della revisione, che non è solo correzione o taglio ma vera e propria riscrittura e integrazione.

  4. febbraio 18, 2015, 3:24 pm

    E’ vero, i tuoi romanzi non potrebbero essere troppo asciutti senza perdere qualcosa di importante. Per me è sempre motivo di meraviglia vedere come certi autori riescano a essere evocativi usando quattro parole normalissime. Magia! 😉

  5. febbraio 18, 2015, 3:28 pm

    Uno di questi è Simenon. La sua scrittura è di una semplicità disarmante, eppure… come dici tu: magia!

  6. febbraio 18, 2015, 3:38 pm

    Ah, il quanto basta come nelle ricette!!! Bella storia, Grazia! Come sempre leggerti è una delle cose più piacevoli del mio panorama “blog da seguire” e lo dico in presenza della tua giovane ospite che pure #LessIsSexy ha ospitato, promosso e condiviso e oggi mi viene voglia di tirarle un po’ le orecchie perché non è stando solo nel proprio blog che si produce ricchezza reciproca, conoscenza e voglia di rispondere “sì” la prossima volta che viene posta una domanda… È vero, siamo tutti super presi e impegnati però, Alessia, la tua amica Judy ha scritto un doppio post, per due settimane di seguito, e neanche un apprezzamento o una critica? Non è polemica, è solo che non capisco, forse è colpa del mio candido capello?

  7. febbraio 18, 2015, 3:41 pm

    Gli autori giapponesi comunque hanno un modo tutto loro di esprimersi. Ho letto i primi di Banana Yoshimoto e li ho apprezzati moltissimo; mentre li leggevo mi sembrava di respirare meglio, forse perché cielo e vento sono elementi sempre molto presenti nei suoi romanzi, ma forse anche nella narrativa giapponese in generale, come pure nei film. Avete presenti i personaggi volanti…? Di Murakami ho letto “Kafka sulla spiaggia” e la trilogia di “1Q84”, molto apprezzati anche quelli. Ecco, leggendo “1Q84” mi sarò domandata cento volte come facesse l’autore a trattenermi raccontando una storia così strana e lenta. Sarà una questione di ipnosi? Magari i bravi autori hanno questi poteri. Del resto usiamo una parte così minima del nostro cervello…

  8. febbraio 18, 2015, 3:46 pm

    Sono sicura che no! Il candido capello è un motivo di appeal, semmai. Sai quanti e quali pensieri si sono nascosti e si nascondono tra i tuoi ricci? Quelli che ho visto nel breve tempo di conoscenza reciproca sono molto, molto belli. 🙂

  9. febbraio 18, 2015, 5:27 pm

    E parlando di Murakami non potevo che introdurmi nella discussione gongolante: io lo adoro! Tuttavia è di “quanto” che stiamo parlando e così, a maggior ragione, mi sento chiamata in causa: anch’io sono una penna che corre a briglie sciolte salvo,poi , accorciare, limare e tagliare la maggior parte di cose che riconosco superfluo. Questo a fine lavoro, quando rileggo e verifico punti di forza e debolezze di ciò che ho scritto. Sono una chiacchierona, dunque mi dilungo anche nella narrativa, ma sono consapevole del “troppo” e alla fine taglio,taglio, taglio alla grande!

  10. febbraio 18, 2015, 5:59 pm

    Qualcuno ha già citato Simenon! Avevo in mente di accennare a lui, quindi mi devo inventare dell’altro. Ebbene: pure io tendo ad abbondare. Tuoni e fulmini, questo mi sconcerta perché adoro Raymond Carver, e credevo di aver imparato a essere immune, ormai, da questo mio vizio. Invece devo sempre stare attento, sorvegliare, aggirarmi per le pagine munito di un’affilata ascia. Eppure adoro anche Thor Vilhjalmsson (islandese) che consiglio con cautela perché ha una scrittura che eccede. Sarà anche per via della natura dell’Islanda, che di fatto è sempre protagonista, e quindi si è costretti a parlarne; e la natura in Islanda è sempre in movimento, hanno sempre un vulcano che si risveglia o starnutisce.

  11. febbraio 18, 2015, 6:30 pm

    Quando ho iniziato a scrivere facevo più fatica a tagliare in fase di revisione, ma adesso mi capita di trovarlo liberatorio. Anche tu eri più attaccata ai tuoi “darlings” nei primi tempi?

  12. febbraio 18, 2015, 6:39 pm

    Credo di essere in controtendenza, perché a me capita spesso di essere troppo stringata e di dovere rimpolpare più che asciugare, alla fine. Il “troppo”, comunque, è tutto relativo e legato alla storia e allo stile dell’autore. In certi libri di successo ci sono eccessi palesi, eppure li leggiamo senza fare un’obiezione, e non cambieremmo una virgola.
    (Mi hai incuriosita parecchio con Vilhjalmsson… mi consigli qualcosa in particolare?)

  13. febbraio 18, 2015, 7:08 pm

    Assolutamente sì e, qualche volta, mi capita anche adesso, ma dici bene, alla fine è liberatorio sbarazzarsi di tanta tanta tanta roba!

  14. febbraio 18, 2015, 7:17 pm

    Amore reciproco, Grazia!

  15. Tenar
    febbraio 18, 2015, 8:15 pm

    Mi è piaciuto molto questo post!
    Come ha scritto qualcuno nei commenti, scrivere è come cucinare seguendo una ricetta tramandata a voce. Quanto basta. L’unica differenza è che per le ricette di famiglia abbiamo visto la mamme e le nonne cucinarle e quindi sappiamo quando esattamente sia “quanto basta”. Invece per la scrittura è come imparare a cucinare andando a cena dagli chef stellati e non è affatto facile stabilire il “quanto basta”. Si prova, si riprova e si riscrive.
    Io non taglio molto. Piuttosto cancello e riscrivo da zero, a volte capitoli interi, sperando sempre di azzeccarci!

  16. febbraio 18, 2015, 8:24 pm

    In Italia le sue opere sono tradotte da Iperborea. Ho letto tutto quello che c’è di disponibile:”Cantilena mattutina nell’erba” (il primo che presi, per il titolo: è ambientato nel Medioevo); “La corona d’alloro” (ambientazione: 1200 circa) “Il muschio grigio arde” (periodo storico: Ottocento). Consiglierei “Cantilena”, ma, ripeto, è un autore ostico, eppure a mio parere grandissimo. Conosceva bene l’italiano, e “rischiò” di interpretare la figura di Cristo nel film di Pasolini “Il vangelo secondo Matteo”. Infine: non rileggeva mai! Dettava alla sua assistente la storia, poi il figlio (editor), “sistemava”. Io non so proprio come facesse… A dimostrazione (l’ennesima), che le regole di scrittura non esistono.

  17. Seme Nero
    febbraio 18, 2015, 9:33 pm

    Per quanto riguarda i primi tre punti (trama, dialoghi, ambientazioni) secondo me il troppo è individuabile con un’attenta lettura, il ritmo della storia ne risente quando questi elementi eccedono. Per informazioni e personaggi invece la parola chiave è curiosità. Un lettore curioso sarà avido e continuerà a volere le informazioni centellinate che noi elargiamo. Dobbiamo essere accorti nel saziare lasciando quell’angolino di appetito. Parlando dello stile, una volta che sono acquisite le regole della grammatica si tratta solo di lavorare con pazienza per cercare la propria voce, quindi leggere, leggere, leggere, scrivere, scrivere, scrivere e ripetere.

  18. febbraio 18, 2015, 10:22 pm

    Riscrivere mi piace poco, ma so che è meglio di aggiustare. All’inizio ci provavo, ma era un’impresa persa in partenza. Quando arriva il momento, però, faccio sempre i salti mortali prima di cedere alla riscrittura! E’ più forte di me.

  19. febbraio 18, 2015, 10:36 pm

    Eh sì, continuare a leggere, continuare a scrivere. La voce emerge da sola proprio da quel lavoro. Siamo abituati a dire che la “cerchiamo” perché vorremmo trovarla, ma se la cerchiamo davvero non la troviamo affatto. 😉

  20. febbraio 19, 2015, 12:01 am

    “Norwegian Wood” è tra i miei romanzi preferiti (infatti l’ho citato anche nell’articolo su come scrivere una storia d’amore con i controfiocchi e controcuori!). Un altro romanzo che ho adorato – nonostante abbia fatto molta fatica a concluderlo – è stato “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”: onirico sino all’esasperazione, personaggi eccezionali, (a)ritmico quanto basta per essere un romanzo orientale. Devo ancora capirne la fine, ma prima o poi comprenderò la sua Essenza. Ho un debole per i grattacapi!

    Wow, romanzi storici Cristina?
    Epoche predefinite oppure anche qui ti lasci contagiare?
    Ti stimo moltissimo: il tuo è un lavoro di documentazione molto pesante e meticoloso, ma che offre anche moltissime soddisfazioni. Limare durante la prima stesura, non ha senso. Sono d’accordo con te quando dici che si perderebbe tutto il piacere di scrivere (^^)

  21. febbraio 19, 2015, 12:04 am

    Tutti gli autori giapponesi hanno questa lentezza esasperante nel raccontare. Anche Banana Yoshimoto. Un suo romanzo, “Sonno profondo” era così perfetto nella sua lentezza da racchiudere tutta l’esasperazione di una sonnolenta e afosa estate in entrambi i suoi racconti. Non so se sia magia, cara Grazia, di certo evocare in modo tanto perfetto è di certo un dono raro! Credo che il loro modo di affrontare la scrittura – e dunque la vita – sia da ricercare nella loro cultura e nel loro stile di vita. Molto poco è lasciato alla frenesia, sono più intimistici di noi e anche molto più attenti alla spiritualità. Anche il loro legame con le tradizioni e le proprie radici, molto più forte e sentito del nostro, si fa strada nella loro scrittura, più arcaica e stretta alla loro terra.
    Un autore giapponese scriverà del Giappone e dei giapponesi.
    Non è un caso, secondo me.
    E secondo voi?

  22. febbraio 19, 2015, 12:06 am

    Una mia cara amica mi disse che occorreva amputare, come se si avesse un arto in putrefazione.
    Non dobbiamo intaccare il resto del corpo, ma mantenerlo intatto.
    Mi unisco anch’io al club dei grafologi incalliti che sono costretti a limare di brutto, ma come dice Grazia sto scoprendo il piacere di vedere un racconto stringersi e ridursi.
    Come se da un caffé americano si riuscisse a ricavare un ottimo espresso!
    Sarà possibile?
    Benvenuta Marina, e grazie per essere passata di qui (^^)

  23. febbraio 19, 2015, 12:09 am

    Marco ma quest’uomo è un GENIO!
    Dettava? Editavano altri? Era un Bardo Moderno!
    Adesso mi hai messo addosso moltissima curiosità, lo sai? Cercherò questo suo romanzo per quando sarò pronta a morirci sopra (^.-)
    Le regole di scrittura vanno apprese, imparate e assimilate per poi reinterpretare e tenere solo quelle a noi più congeniali. Ritengo, come dice Grazia, che sia più importante preservare lo stile dell’autore senza snaturarlo per l’imposizione ferrea di regole di scrittura. Che tanto, si sa, che le regole nella creatività vengono SEMPRE infrante dai più grandi!

  24. febbraio 19, 2015, 12:12 am

    Ciao Tenar, benvenuta (^^)
    Riscrivere da zero? Ma come fai?
    Io è una cosa che non riesco a fare. Aggiusto, ma riscrivere da zero mi fa perdere mordente e voglia di rimettermi alla storia. E’ come se, conoscendo il finale, non avessi più stimoli per mettermi a lavorare su quel pezzo. Forse è un discorso immaturo o infantile, ma proprio è una tecnica che non riesco a fare mia.
    Sono dell’idea che il tiro si riesca sempre ad aggiustare con tanta lima e, al massimo, raddrizzare più di un paragrafo.
    Ma cancellare e riscrivere da zero… mai!
    D’altra parte, non voglio finire come la povera Penelope, lo ammetto =P

  25. febbraio 19, 2015, 12:14 am

    Sono d’accordo con voi.
    La voce la trovi leggendo e scrivendo tanto. Assimilando, soprattutto, senza sapere che lo stai facendo. Per me, la lettura, è emozione e svago allo stato puro. Mi accorgo di aver appreso “la tecnica” di qualcuno, o di aver psicanalizzato un romanzo – o un genere – senza rendermene conto. Sullo stile, mi accorgo di aver assimilato quello di qualcuno quando mi ci paragonano. La cosa più buffa è che, spesso, mi associano ad autori che non ho MAI letto!
    In questi casi cosa sarà?
    Magia?

  26. febbraio 19, 2015, 1:01 am

    Ciao Gloria,
    ammetto di aver trovato questo tuo commento abbastanza fuori luogo, considerando il contesto in cui ci troviamo, l’argomento trattato sul blog e, nello specifico, da Grazia in questo articolo. Non è polemica, ma forse una bella stoccata che non è passata inosservata alla padrona di casa. Credo tu mi conosca davvero molto, molto poco e a questo punto (a scanso di equivoci anche futuri) ci tengo a precisare come vivo io il web. Un modo che può non essere congeniale a te e a molti altri, ma il processo alle intenzioni e alla mia vita in genere – considerando che non hai mancato di sottolineare come in ben due settimana non abbia trovato cinque minuti per te e #LessIsSexy -, lo trovo scorretto da parte tua. Quanto meno, dovrebbe bastarti guardare l’orario in cui ho risposto a tutti gli interventi di oggi per farti capire che – forse – impegnata la sono davvero.
    Cara Gloria, condivido quello che voglio, come voglio, quando voglio, quanto voglio.
    Questo è quello che faccio, molto semplicemente.
    E lo faccio DOPO aver letto un articolo. Non vado in fiducia nemmeno con la mia migliore amica (Judy, nella fattispecie) per il semplice motivo che NON CONDIVIDO qualcosa che non ho letto. Non mi sembra una politica così assurda, sai? Non vado a simpatia né, tanto meno, a favori personali. Condivido ciò che mi piace e che ritengo possa interessare a chi mi segue. Questo per me significa filtrare le informazioni. Lo faccio sui miei account social indistintamente, in primis Facebook. Avrai di certo notato che almeno la metà dei post che hai condiviso con me (taggandomi) non sono stati ripubblicati sulla mia bacheca. Il motivo? E’ una pratica eccessiva, che a me – in tutta onestà – non piace. Non mi piace perché mi mette in obbligo di condividere qualcosa e non voglio sentirmi vincolata né – tanto meno – obbligata a fare nulla, specie in rete, che reputo un canale di libera circolazione di informazioni e idee. Prova a dare un’occhiata alle tue statistiche di Analytics: quante visite riceve #LessIsSexy dalle ricondivisioni su Twitter, per esempio? Molte meno di quelle che ti aspetteresti, probabilmente. Questo perché le persone condividono in modo compulsivo, senza leggere o riflettere su quello che hanno davanti: nome illustre = RT assicurato. Per me non funziona così, e mi sembra di essere stata abbastanza chiara sulla mia posizione in merito in altri articoli che ho pubblicato su Starrify. Quello che condivido mi rispecchia, almeno in parte, per questo ho fatto questa scelta che può essere o meno condivisa, ma che è la mia e che, dunque, pretendo venga rispettata e non giudicata. Mi hai gentilmente concesso il tuo spazio per il mio blog tour e mi pare di averti aperto le porte dei miei blog quando avessi desiderato scrivere qualcosa da vedere ospitato qui. Era il mio modo per ringraziarti della tua ospitalità, con altrettanto spirito di condivisione. L’ho fatto con te come per tutti quelli che mi hanno accolta a braccia aperte. Non credevo che un blog tour mi avrebbe portata a sottoscrivere un contratto di condivisione coatta dei contenuti, di iterazione e di lettura obbligata del tuo blog.
    Ammetto che sì, il tuo commento ha una vena polemica e nemmeno tanto velata.
    D’altra parte, è un po’ che non ti si vede da queste parti e capiti giusto oggi, quando c’è un ospite e solo per sottolineare una mia – presunta – mancanza nei tuoi confronti?
    Non credo alle coincidenze, Gloria.
    Ho dato sin troppe giustificazioni a un commento che – se non fosse stato tuo ma di qualcuno che non conoscevo – avrei tranquillamente cancellato per non essere pertinente ai contenuti dell’articolo. Ti invito, per ulteriori chiarimenti, a contattarmi in privato (la mia mail la conosci): le bagarre – e i miei ospiti – vorrei restassero fuori dalla tua personale visione del mio modo di stare sul web che, è evidente, non coincide con il tuo.
    Il troppo stroppia, per tornare in tema con l’articolo di Grazia e tu, con questo commento fuori luogo, a mio avviso sei stata troppo in tutto: nei giudizi affrettati, nelle richieste e nelle pretese, soprattutto.

  27. Seme Nero
    febbraio 19, 2015, 5:38 am

    Una, nessuna, centomila voci! Come per il nostro carattere credo sia un misto di quel che siamo e quel che vorremmo essere, filtrato poi dagli occhi di chi guarda (legge), ecco allora che non siamo noi a scegliere veramente la nostra voce, sono gli altri a darcela.
    Per un mio recente racconto, in cui ho sperimentato una prosa diversa dal mio standard, ho ricevuto impressioni discordanti, ma comunque positive, vai a capire come ho fatto! ^o^

  28. febbraio 19, 2015, 7:35 am

    Non può essere un caso. La “giapponesità” si respira in tutte le loro forme di comunicazione, anche perché sono molto bravi e attenti a cogliere spunti dal mondo occidentale senza allontanarsi dalla loro visione della vita. Io più mi aggiro tra saggi sul Giappone, anime & co., più ne sono affascinata.

  29. febbraio 19, 2015, 7:56 am

    Spero che mi perdonerete se mi inserisco per un attimo in un discorso che si è fatto personale. Credo che questo tipo di contrasti sia insito nell’uso della rete, un po’ come la difficoltà a veicolare emozioni tramite smiley. Ognuno ha un modo suo proprio di usare i vari strumenti, ed è inevitabile che talvolta i diversi modi arrivino a cozzare. Proprio ieri un mio nuovo “amico” su FB, che mi aveva già fatto le sue rimostranze qualche giorno fa, mi ha scritto “sei carina ma non si riesce mai a parlare con te, ti cancello dagli amici”. Giusto esito, perché io uso FB in questo modo: posto fiori di buongiorno, condivido cani dei canili e le mie cose di scrittura, e poco altro. Accetto le richieste di amicizia di tutti, perché la considero una forma di accoglienza, quindi ho ottomila “amici”, suppergiù. Risultato: intrattengo conversazioni soltanto con chi conosco davvero, e con loro facilmente si finisce a parlare altrove; agli altri tentativi di contatto do risposte brevi e autoconclusive. Non credo che questo sia giusto o sbagliato. E’ normale che il mio sconosciuto amico cercasse un contatto reale, ed è normale che io viva FB diversamente. Per questo spero che ogni tensione possa stemperarsi in nome dell’accettazione delle diversità. Nei contatti in rete non abbiamo idea della vita della persona con cui parliamo, perciò sceglierei come motto “peace”, forever. (E meno male che volevo inserirmi solo per “un attimo”!) 🙂

  30. febbraio 19, 2015, 7:59 am

    Conto di assimilare anch’io dalle mie letture, almeno in modo inconsapevole, perché fatico molto a mettermi nei panni dello scrittore che vuole imparare, quando leggo. Sono anche una lettrice veloce, quando non frettolosa, e questo certo non aiuta.

  31. febbraio 19, 2015, 8:02 am

    Infatti l’unica regola eterna ed infrangibile è “va bene quello che funziona”. Un bell’aiuto, non c’è che dire… 😉

  32. febbraio 19, 2015, 8:16 am

    Sulla dose di quotidiano sono d’accordo. In molte storie manca, ma è anche vero che, appunto, non bisogna eccedere, altrimenti l’attenzione si sposta su altro e non sulla storia.
    Questo è un aspetto da non sottovalutare, soprattutto in revisione: bisogna considerare quanto del quotidiano abbiamo inserito.
    Del passato dei personaggi avevo parlato anche io: anche questo è un elemento importante, perché ogni personaggio è tale in virtù del proprio passato – che può ritornare nella storia, se la storia lo richiede.

  33. febbraio 19, 2015, 9:07 am

    So che di “Norwegian Wood” hanno fatto anche il film, molto ben riuscito pare.

    Per quanto riguarda la tua domanda sulla Storia, il mio cavallo di battaglia è la Rivoluzione Francese: la amo in lungo e in largo fin da bambina e ho tantissimi volumi in casa. Su questo periodo ho solo scritto un atto unico per il teatro, al momento, ma ho in cantiere un’idea per un romanzo completo. In seconda battuta, il Medioevo, ultimamente sto scrivendo di Alto Medioevo e Prima Crociata. Non mi sento molto attirata dall’antica Roma, sebbene io abbia letto quasi tutto Manfredi.

    Il lavoro di documentazione è basilare nel romanzo storico, ma si corre il rischio di continuare a leggere saggi su saggi… e di non mettersi mai all’opera!

  34. febbraio 19, 2015, 9:12 am

    Mi permetto di intrufolarmi anche qui perché qualcuno ha citato il Medioevo, così mi si sono rizzate le antenne. Povere le mie finanze… sebbene io possa sempre prendere i suoi libri in prestito in biblioteca, immagino.

  35. febbraio 19, 2015, 2:11 pm

    Il cocktail magico resta… magico, e rifiuta di diventare una ricetta. Ah, quanto è giusto tutto questo! 🙂

  36. febbraio 19, 2015, 2:14 pm

    Il passato in effetti è un ottimo serbatoio da cui attingere per creare tensione e colpi di scena. Il personaggio senza passato è un po’ troppo nudo.

  37. Tenar
    febbraio 19, 2015, 2:29 pm

    Non mi ero mai fatta tutti questi problemi, sapete? Se un pezzo non mi piace piuttosto che provare a salvarlo cancello e rifaccio nella convinzione di metterci meno tempo. Mi sa che la mia è solo pigrizia…

  38. febbraio 19, 2015, 5:27 pm

    Ti chiedo scusa, Alessia, per avere provocato tanta incomprensione e desidero farlo qui, non in privato, proprio per rispetto verso di te e il tuoi ospiti. Ti chiedo scusa perché ho espresso una mia perplessità, un dubbio, in un contesto, il post di Grazia, un’amica, che parla di scrittura e io ci leggo anche vita e condivisione. Ti ringrazio per darmi la possibilità di esprimere una parte di me lontana da qualsiasi richiesta. Ho chiesto scusa anche a te, non appena ho scoperto che non si fa, anche per le immagini in cui ti ho taggato: tag nato per voglia di giocare e basta. L’ospitalità per me è un piacere, Alessia, non uno scambio. Grazie, una volta di più, per avermi fatto conoscere il blog tour e Judy. Forse bastava “Gloria, non ho ancora letto i post e quindi non ho commentato”. E sono d’accordo con te anche su “il troppo stroppia”, tema di questo articolo di Grazia.

  39. febbraio 19, 2015, 7:29 pm

    Condivido. Grazia, “peace, forever” e grazie per il tuo inserimento 🙂

  40. febbraio 19, 2015, 9:05 pm

    Bellissima la Rivoluzione Francese, ho un debole per quel periodo, così come per l’antica Grecia (da cui ho adottato il mio amore per la mitologia in generale), Medioevo e Seconda Guerra Mondiale. In genere finisco con lo scrivere spesso di questo periodo, più che di altri, mentre il Medioevo a più riprese mi è servito come base per storie fantasy mai scritte (^^)”
    Scrivi anche per il teatro?
    Anch’io ho scritto un po’ di cose, quando recitavo, e resta una delle cose più difficili del mondo per me.

  41. febbraio 19, 2015, 9:07 pm

    Sono cresciuta a pane e Giappone, per anni – quando gli altri adolescenti correvano a ballare – io leggevo manga e studiavo storia giapponese. C’è qualcosa di bello e dannatamente effimero ed etero in tutto ciò che fanno, dicono, creano e distruggono. Sono un popolo controverso, ma ricchissimo. Fiero, forte, contradditorio. Il mio viaggio dei sogni è alla scoperta dell’Epoca Edo per tutto il territorio giapponese… chissà se sarà mai possibile (^^)

  42. febbraio 19, 2015, 9:08 pm

    Mi sa che la tua sia strategia istintiva. Correggere è molto più complicato e meno efficace del riscrivere, garantito!

  43. febbraio 19, 2015, 9:13 pm

    Io sto appuntando romanzi su romanzi da leggere.
    Questo articolo di Grazia sta instaurando una comune di lettori accomunati da amore, passione e moltissima voglia di sperimentare!

  44. febbraio 19, 2015, 9:21 pm

    Io credevo fosse la mia, pigrizia!
    Mi sa che Grazia ha ragione… le pigrone siamo noi =P
    E forse anche quelle più restii a cancellare su un bel tasto “DELETE”, vero?

  45. febbraio 19, 2015, 9:23 pm

    Non sarebbe bello risentirsi dopo avere letto qualcuno dei libri di cui abbiamo parlato? Se non fosse per i miei tempi biblici…

  46. febbraio 19, 2015, 9:24 pm

    Delete? Brrrr…

  47. febbraio 19, 2015, 9:24 pm

    Per me leggere è un piacere. Se dovessi farlo con occhio clinico, non riuscirei a leggere alcun romanzo e mi butterei solo sui manuali tecnici. La scrittura è un effetto di pancia, così come la lettura. Un romanzo mi piace o lo odio per ciò che mi trasmette e per come sono strutturate le sue dinamiche. Assimilo, più che la tecnica, stile e modo di raccontare.
    Il “Come”, dunque?

  48. febbraio 19, 2015, 9:32 pm

    Io credo che nel quotidiano ci siano molte possibilità di sviluppare e far conoscere i personaggi. Nei vezzi, nei dialoghi con gli altri personaggi, nelle piccole cose, possiamo nascondere molto di loro, senza bisogno di scriverne nel dettaglio. Ammetto che mi piace inserire scene di vita quotidiana in una storia: esistono anche loro, e ogni epoca o ambientazione ha un quotidiano che – oltre a fare da background ai protagonisti – può essere sfruttato per generare altre storie. Sentieri secondari in cui passare per mostrare qualcosa che, altrimenti, non troverebbe spazio all’interno del plot principale.

  49. febbraio 19, 2015, 9:42 pm

    Pace, amore e fantasia sostenibile (^^)
    L’importante è chiarirsi e mettere sul piatto tutto quello che si ha.
    Con spunti di riflessioni per tutti, che vanno oltre il troppo-stroppioso nella scrittura.

  50. febbraio 19, 2015, 10:15 pm

    Anch’io ho tempi assurdi, ma potremmo metterci d’accordo per iniziare e finire in tempi utili per commentarlo insieme, che ne dite?
    Potremmo fare un post stile “Riflessione collettiva” ognuno su un aspetto del romanzo (^^)

  51. febbraio 19, 2015, 10:15 pm

    Abbiamo problemi di sentimentalismo qui?
    O di pigrizia, Grazia? =P

  52. febbraio 20, 2015, 5:46 am

    Bel post, da tenere sempre a mente. Mi piace l’idea dell’aggiungere i dialoghi q.b., dell’usare il buon senso anche nello scrivere.
    Del resto, non credo sia giusto che Pordenone abbia rubato all’Emilia Romagna una scrittrice così talentuosa, e invito tutti i followers di Alessia a leggere “Due vite possono bastare”, un bellissimo romanzo di viaggi e amicizia, a cui Grazia Gironella non fa mai abbastanza pubblicità 🙂

  53. febbraio 20, 2015, 8:37 am

    Quando vivevo con i miei, mia madre mi chiamava Pigrazia. Vedi tu! 😉

  54. febbraio 20, 2015, 8:44 am

    Non ti posso ringraziare abbastanza, Lisa. 🙂 Ti dirò che la situazione di Due vite possono bastare mi dà molto da pensare. Credo molto in questo romanzo, e non mi rassegno a vederlo limitato a e-book dalle circostanze legate al concorso IoScrittore e dal relativo contratto, che comunque ho firmato, più o meno scioccamente. Qui secondo me si esprime chiaramente uno dei dilemmi top del neo-scrittore: “poco” è davvero sempre meglio di “niente”? Oppure può succedere che il “poco” diventi un ostacolo all’ipotetico meglio? Non lo sai a monte, e nemmeno è facile valutarlo a posteriori. Si fa presto a dire take it easy… mi sa che ne parlerò sul blog, prossimamente.

  55. febbraio 20, 2015, 8:46 am

    Io ci sto. Quale libro scegliamo? (Della serie “bando alle ciance”…;))

  56. febbraio 20, 2015, 8:48 am

    Ecco, questo è il vero “fare rete”, secondo me. Rapporti veri, non sorrisetti di circostanza. Scazzi inclusi. 😀

  57. febbraio 20, 2015, 2:34 pm

    Ho scritto un unico atto teatrale sulla Rivoluzione Francese, ed era tratto da un racconto. Stranamente, era molto più efficace e incisivo come pezzo teatrale che come racconto! Questo per dirti che sono d’accordo sul fatto che non sia affatto facile scrivere teatro. Fu premiato molti anni fa a un concorso, ma purtroppo non è mai stato recitato. Grazia l’ha letto di recente, s’intitola “Il Canarino”, e lo puoi trovare come pdf gratuito accedendo al mio blog (www.ilmanoscrittodelcavaliere.blogspot.it), cliccando sulla copertina e scaricandolo dal sito. Ora ho preparato anche il theatre trailer relativo, nella speranza di trovare alcuni volontari per rappresentarlo. Presto lo caricherò su Youtube! 🙂

  58. febbraio 21, 2015, 1:01 pm

    Calmi: qui ci sono più emiliani di quel che credevo!
    Lisa tu di dove sei? E tu, Grazia?
    “Due vite possono bastare” è il prossimo libro che devo leggere: devo correre a finire quello che ho ora sul comodino!
    Il dialogo è un argomento ostico, soprattutto per il tone of voice: come lo si rende credibile?
    Ho visto troppi bambini parlare come degli adulti e farmi venire la pelle d’oca!

  59. febbraio 21, 2015, 1:02 pm

    Alla fine credo si tratti, molto più semplicemente, di trovare il metodo lavorativo a noi più congeniale.
    Posso chiamarti Miss Pigrizia allora? =P

  60. febbraio 21, 2015, 1:05 pm

    L’esperienza ci rende sgamati, Grazia.
    Credo sia facile, mossi dall’entusiasmo, prendere decisioni avventate che, con il senno di poi, ci risultano pesanti o errori. Vedilo come un modo per crescere e capire cosa ti è più congeniale e cosa no, a livello di “politica personale”. Se sai che non vorrai pubblicare in ebook, per dire, non proverai nemmeno a inviare i tuoi romanzi per questo genere di pubblicazioni. E poi, ogni contratto ha una scadenza! Magari, chiedendolo, potrebbero venirti incontro e accorciare i tempi?
    “Poco”? Dipende da “Quanto” decidi di accontentarti per migliorare, secondo me.
    Ma si rischia di tenere aspettative a un livello così alto che potrebbe risultare difficile arrivarci (della serie “Se non mi pubblica Mondadori scarto tutto!)

  61. febbraio 21, 2015, 1:21 pm

    Me lo appunto e non mancherò di leggerlo Cristina!
    Io ho fatto teatro per diversi anni, come accennavo, e avevo persino pensato di creare dei podcast recitati dei monologhi che scrissi per quegli spettacoli.
    Ma ammetto che sarebbe una cosa talmente bizzarra che non so a chi potrebbe interessare, qui.
    Invece, potrebbe essere un’idea congeniale per “Il Canarino,” in aggiunta al trailer?

  62. febbraio 21, 2015, 1:38 pm

    Io voterei “Cantilena” su consiglio di Marco: chi altri su unisce a questo improvvisato Club di Lettura?

  63. febbraio 21, 2015, 5:55 pm

    Non sarebbe mica male, per me sarebbe un sogno che si realizza! Ci vorrebbero due baldi giovani (ci sono due figure maschili, come leggerai). Ad ogni modo domani in giornata carico il Theatre trailer de “Il Canarino” e aggiungo il link sotto la copertina dell’atto, nel mio blog. Così puoi cominciare a farti un’idea… A presto!

  64. febbraio 21, 2015, 6:13 pm

    Grazie, no! La mamma ha già battuto troppo su quel tasto… 🙁

  65. febbraio 21, 2015, 6:29 pm

    IoScrittore richiedeva la firma del contratto per accedere alle finali. Era comunque un’opportunità, o almeno la consideravo tale, visto che già l’anno precedente avevo avuto contatti con Garzanti per un altro romanzo partecipante al concorso; per questo ho firmato un contratto molto vincolante. La situazione, anche se mi sono piazzata nei primi dieci, si è rivelata più svantaggiosa che altro, senza entrare nei dettagli. Il fatto è che non è facile diventare sgamati, perché spesso ti mancano punti certi su cui ragionare per decidere. Servirebbe la palla di vetro! Frustrante, sì sì… :S

  66. febbraio 21, 2015, 6:34 pm

    Per me “Cantilena” va bene.

  67. febbraio 21, 2015, 6:37 pm

    Io sono di Bologna, trasferita in Friuli da otto anni. 🙂

  68. febbraio 22, 2015, 6:58 pm

    Io sono di Reggio Emilia, ma vago per il mondo da tredici anni. Tu Alessia di dove sei?
    Non sapevo che Io Scrittore fosse un contratto così vincolante, è interessante conoscere l’altra faccia della medaglia.
    Sicuramente quando invierai i prossimi manoscritti potrai mettere nella lettera di presentazione che hai vinto questo concorso e non molti possono vantare un tale riconoscimento. Magari le case editrici daranno più peso al tuo lavoro. O magari oggi (perché di solito non è così) sono solo un’inguaribile ottimista 🙂

  69. febbraio 22, 2015, 9:23 pm

    Mi sono piazzata tra i dieci finalisti, ma non ho vinto, o avrei avuto la pubblicazione in cartaceo. Credo che i contratti li abbiano cambiati negli anni successivi, anche sulla scia delle polemiche. Comunque lo considero un ottimo risultato, che mi ha spinta a contattare il mio agente, cosa che può portare frutti in futuro. Mai vedere le cose in negativo! Il mondo è degli ottimisti. 🙂

  70. febbraio 23, 2015, 8:30 pm

    Se ti interessa posso recuperare il contatto di un amico che faceva teatro con me.
    Non lo sento da un po’, ma la sua voce è divina al microfono, dunque – se fosse disponibile – posso chiedergli il favore. Se è ancora nel giro teatrale forse può trovare anche la sua “spalla”.
    Attendo le news sul trailer nel frattempo (^^)

  71. febbraio 23, 2015, 8:32 pm

    Incredibile quanto la rete sia piccola… io sono di Parma, Lisa (^^)
    Concordo con Lisa, Grazia: cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno.
    Ma se posso chiedere, per quanto tempo sei vincolata a loro?
    Mi interessa anche il discorso “Agente”: come ti trovi?
    Lo consigli a chi decide di cercare la pubblicazione attraverso case editrici?

  72. febbraio 23, 2015, 9:04 pm

    Cessione dei diritti per vent’anni, e per cinque anni loro diritto di opzione su tutti i diritti elettronici e diritto di prelazione sulle opere che scrivo. Il Gruppo Mauri Spagnol è un colosso, perciò la prelazione va benissimo, ma in questo modo il romanzo è bloccato in versione ebook, senza alcuna promozione, per vent’anni. Non è detto che questa sia l’ultima parola, comunque.
    Il rapporto con il mio agente è ancora troppo recente per trarre conclusioni, ma posso dire che è meraviglioso avere un interlocutore che ti presta attenzione, crede nelle tue capacità e può proporti agli editori nel modo giusto perché tu non venga cestinato dopo tre pagine. Con lui mi trovo molto bene, anche se per ora non ci sono risultati pratici. Di una cosa sono sicura: la sua percentuale saranno soldi ben spesi! Credo però che non convenga rivolgersi troppo presto a un agente. Nei primi tempi si scrive e si migliora rapidamente, ma difficilmente si è maturi per la pubblicazione. A quel punto gli agenti più seri ti rifiutano, perciò sei indotto a ripiegare su agenti meno conosciuti, che possono essere bravi ma anche propensi a spillarti soldi per un editing che non necessariamente porterà a un contratto. Secondo me il momento giusto è quando sei davvero convinto, per le tue impressioni e per i riscontri che hai dai lettori, di avere scritto qualcosa di buono. Non dico eccezionale, ma buono. Senza il piazzamento a IoScrittore e senza i pareri dei lettori non avrei fatto questo passo. (Scusa la lungaggine, ma è un argomento difficile da trattare in breve.)

  73. febbraio 24, 2015, 2:45 am

    Alessia, io ho fatto l’Università a Parma! ^^
    Grazia, cos’è esattamente il diritto di prelazione? Il tuo agente fa parte del gruppo Mauri Spagnol o lo hai cercato indipendentemente dal contratto con IoScrittore?

  74. febbraio 24, 2015, 7:06 am

    In pratica per cinque anni devo sottoporre ciò che scrivo prima a GeMS, e solo se a loro non interessa posso proporlo ad altri. Ho cercato in rete un agente per conto mio, basandomi su quelli che diverse persone segnalavano come i principali, gli ho spedito Due Vite e lui mi ha ricontattata per propormi il contratto.

  75. febbraio 24, 2015, 8:53 am

    Sei gentilissima, Alessia! Metto qui la mia risposta inerente l’atto teatrale, perché a video mi compare una striscia lunga e senza il REPLY. Il theatre trailer, chiamiamolo così, lo trovi al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=-tyB2j3jZWA
    Invece l’e-book dell’atto lo trovi su lulu.com da scaricare gratuitamente come pdf: http://www.lulu.com/shop/cristina-m-cavaliere/il-canarino/ebook/product-20959178.html
    Mi raccomando, senza impegno… so che sei molto presa! Un abbraccio e grazie.

  76. febbraio 24, 2015, 5:34 pm

    Ok, tutto chiaro, grazie! PS: di sicuro GeMS ti offrirà di pubblicare il nuovo YA. Non vedo l’ora! 🙂

  77. febbraio 25, 2015, 8:44 pm

    Sono un’enormità!
    Miseria ladra è davvero una vita (T.T)
    Mi piace la lungaggine, lo sai. Ero curiosa perché, nel muovere i primi passi, sto cercando di capire quale sia la strada migliore per me. Per questo mi piace ascoltare i pareri di chi ha intrapreso strade differenti: self publisher, autori che hanno agenti, autori che vanno a zonzo senza… insomma, non vorrei correre né fare qualcosa che non senta mia davvero. Grazie per aver condiviso la tua esperienza preziosa!

  78. febbraio 25, 2015, 8:53 pm

    Il video mi piace molto Cristina.
    L’unico consiglio che posso darti è di accorciare magari i tempi tra una sequenza e l’altra. E’ accurato e invoglia a proseguire: dover attendere per vedere cosa ci sarà dopo può risultare fastidioso per il lettore impaziente (come la sottoscritta). So che significa rifarlo da capo (ho vecchi ricordi in proposito) ma magari tieni a mente questo dettaglio se farai altri book trailer. E’ un po’ come il ritmo di un romanzo: deve essere incalzante! (^^)
    Il video è perfetto sotto tutti gli aspetti: trascina il lettore dentro la vicenda e lo incuriosisce quanto basta per desiderare di leggere il testo. Questo è l’effetto che ha fatto a me, per cui ha passato con esito positivo il test assolvendo al suo dovere.

  79. febbraio 25, 2015, 8:56 pm

    Perché lei ha il tuo YA e io no?
    Comunque a titolo informativo io ho iniziato a leggere “Due vite possono bastare” giusto ieri sera. Non ho resistito, Grazia!

  80. febbraio 25, 2015, 10:56 pm

    Hai fatto bene a non resistere! Spero ti piaccia. Non eri ancora nei miei orizzonti quando Lisa ha letto “Veronica c’è”, ma si può sempre rimediare…

  81. febbraio 26, 2015, 8:44 am

    Ciao Alessia, grazie mille di aver visionato il video e dei tuoi preziosi consigli. Pensa che alcuni, invece, mi hanno detto che è troppo veloce e non riescono a leggere le scritte… ! Probabilmente dipenderà anche da personali ritmi di lettura. L’importante è che, tutto sommato, ti sia piaciuto. 🙂 Terrò conto senz’altro delle tue indicazioni per i prossimi, in merito al passaggio tra una scena e la successiva. Buona giornata e grazie ancora del tuo tempo!

  82. febbraio 26, 2015, 8:38 pm

    Forse dipende dal tempo di lettura a video, sai?
    Non ci avevo pensato, scusami!
    Grazie a te per il tempo che mi (ci) hai dedicato: spero di rivederti presto (^^)

  83. febbraio 26, 2015, 8:39 pm

    Rimediamo? (^.-)
    Sto leggendo e mi piace moltissimo. Quella prefazione svela troppo ma, proprio per questo motivo, non sto nella pelle per sapere cosa, come quando e… perché!

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