Cosa, dove, come… quanto?

Scrivere è istinto, questione di pancia e di sesto senso. Ma è davvero così?

Ho con Grazia un debito di scrittura (e supporto costante) da quando le ho chiesto di poter ospitare un mio articolo per il blog tour di “Appuntamento con la paura“. Per lei scrissi delle paure dello scrittore, di ciò che comporta mostrarsi al pubblico per ciò che si è davvero. Se vuoi fare lo scrittore, come dice Grazia, devi sporcarti le mani. E questo non è solo scrivere sino a farsi sanguinare le dita, ma anche mettersi a nudo davanti al prossimo, dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Nella scrittura, come in teatro, non puoi permetterti di barare. Perché la questione di pancia ti frega: se sei finto, se racconti cose false che vengono percepite come irreali, il lettore ti scarica.

Ho sorriso quando Grazia mi ha proposto il tema del suo articolo, perché è come se mi avesse letto nel pensiero. Con l’editing di Drove, come dicevo, sono tornata a studiare, e con “Cosa, dove, come… quanto scrivere?” si inaugura una stagione di riflessioni sulle raddrizzate che dovrebbe prendere una storia dopo la sua prima stesura. Da oggi vi proporrò una serie di articoli che finiranno nella rubrica Prontuario (di scrittura creativa). Voglio sottolineare che sono per la rottura delle regole, spesso e volentieri, per cui considerate quello che trovate sul blog sempre come riflessioni che possono calzare sul mio modo di pormi nella scrittura, ma non su di voi.
E ora, diamo inizio alle danze.
Maestro di Cerimonie? Grazia Gironella e la magia della sua penna!

Cosa, dove, come… quanto?

Qualcuno dice che scrivere è una questione di istinto. Basta dare voce alla storia che non ci lascia in pace, e il gioco è fatto. Qualcuno dice che scrivere è difficile, quasi impossibile. Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a esprimere la storia che abbiamo in mente come farebbe un vero, grande scrittore.

Io penso che scrivere sia facile e impossibile insieme. Ce lo dobbiamo fare piacere così, come si fa con tutte le cose importanti, con i suoi lati esaltanti (la discesa sulle montagne russe) e faticosi (la risalita… a pedali). E siccome il rispetto esige impegno, faticare un po’ per imparare a scrivere meglio mi sembra un piccolo prezzo da pagare. Quindi, studio; e proprio studiando mi accorgo che, tra le tante domande dello scrittore, una tende a passare inosservata: il “quanto?”.

Il “cosa?” è uno dei nostri rovelli principali. Trama, conflitto, incipit, finale. La storia è abbastanza originale? In che genere si inserisce?

Il “chi?” è fondamentale. Personaggi interessanti, tridimensionali. Indimenticabili, se possibile.

Il “dove?” è l’ambiente in cui si muove la storia. Ignorarlo è impossibile. Al massimo non lo sfruttiamo per quello che può offrirci.

Il “come?”, boccone ostico. La nostra voce, il nostro stile… speriamo di trovarli, prima o poi.

A guardarci bene, c’è sempre un fattore quantitativo intrecciato agli elementi costitutivi della narrazione. Abbiamo qualcosa da dire, si spera, ma quanto è opportuno dire? Vogliamo che la nostra storia arrivi dritta al cuore del lettore, e perché questo accada dobbiamo riuscire a non suscitare le sue resistenze, che possono avere molti nomi: noia, incredulità, incomprensione; rabbia, a volte. Quando esageriamo nel dire, una di queste barriere prende forma o si solidifica.

Per cominciare, non dobbiamo dire tutto, mai. Questa è la premessa. Il “tutto” deve esistere soltanto nella nostra testa, non nella storia che scriviamo. Il lettore ha bisogno di partecipare in una certa misura alle vicende che prendono vita sotto i suoi occhi. Lo fa a modo suo, preoccupandosi per i personaggi, essendo curioso di ciò che sta per succedere, ipotizzando finali. Ponendosi domande, in sostanza. Se gli forniamo troppo materiale – magari anche nel momento sbagliato – quelle domande non vedranno mai la luce.

Ma dove si annida, questo “troppo”? Vediamo qualche esempio.

La trama

Potremmo definirla, un po’ rozzamente, come “tutto ciò che succede nella storia”; ma se quel tutto è troppo?

I personaggi lottano contro le loro paure e affrontano esperienze che li mettono alla prova. Fino a qui, tutto okay. E poi mangiano, si vestono, vanno in bagno, incontrano conoscenti senza importanza, fanno tragitti in auto, vivono giornate lavorative insulse… ehi, a chi interessa questa roba? Poco ai personaggi; ancora meno al lettore. Una certa dose di quotidiano aggiunge realismo alla storia, ma l’eccesso la uccide.

I dialoghi

Quanti dialoghi servono alla nostra storia, e quanto nutriti devono essere?

Q.b., come nelle ricette: quanto basta.

Io i dialoghi li adoro, ma sbuffo come un mantice quando, leggendo, incontro pagine e pagine di dialoghi inframmezzate da pochi paragrafi di narrazione. È una questione di squilibrio tra le parti, quindi di stile, ma anche di sostanza: quante possibilità abbiamo di scrivere pagine e pagine fitte di dialoghi senza infilarci dentro una quantità di fuffa? I buoni dialoghi in narrativa sembrano reali, ma non lo sono. Se non depurassimo le battute da ripetizioni, esitazioni, interiezioni e tutte le altre –zioni che potete immaginare, il risultato sarebbe capace di rovinare qualunque atmosfera. Ergo: i dialoghi sono importanti, ma questo non significa che più ce n’è, meglio è. Lo stesso vale per le parole contenute nelle battute.

Le ambientazioni

D’accordo che il lettore vuole (anche senza saperlo) partecipare all’evolversi della storia, ma sarebbe curioso che dovesse inventarsi le scenografie. Siamo noi, giustamente, a dover fare questo lavoro, che però non deve scivolare nel troppo. Scegliamo pochi dettagli sensoriali che colpiscano l’attenzione, e il lettore si guarderà intorno incuriosito nel luogo dove lo abbiamo portato. Descriviamolo per filo e per segno, e il lettore inserirà il pilota automatico per traghettarsi ai paragrafi successivi – quelli in cui “succede qualcosa” – senza nemmeno vederlo, quel luogo.

Le informazioni

Per capire la storia, il lettore deve entrare in possesso delle informazioni che gli servono. Non possiamo lasciarlo vagare tra le pagine alla ricerca di un chi o di un perché. Fatta salva la necessità della comprensione, è quasi sempre opportuno fornire le informazioni a piccole dosi e il più tardi possibile. Il motto è: dire ciò che serve solo quando serve. Non di più, non prima. E se non serve… beh, sappiamo cosa fare.

I personaggi

Per conoscere i nostri personaggi – condizione necessaria a raccontarli – siamo in un certo senso obbligati a esagerare con le domande che li riguardano. Com’è il loro passato? Che rapporto hanno avuto con i familiari? Quali sono i loro gusti a tavola? Amano lo sport o gli scacchi? È tutto materiale utile nel processo creativo, che troverà posto solo in parte nella storia, se non vogliamo creare forzature e annoiare il lettore. Allo stesso modo, raccontando nel prologo o nelle prime pagine tutto il passato del protagonista, creiamo un ritratto chiaro per il lettore, che però annulla ogni sua curiosità.

Lo stile

Troppi punti esclamativi e di sospensione, per cominciare. Nei blog e sui social network aiutano a veicolare le nostre emozioni, “ingessate” dal mezzo digitale, ma in narrativa l’effetto è diverso. E poi troppi avverbi, troppi aggettivi, troppe frasi brevi… ma qui non si può generalizzare. Quello che è eccessivo per una persona può essere ottimale per l’altra. Quando leggiamo i libri altrui, però, il confine tra il giusto e il troppo ci è straordinariamente chiaro…

Il troppo è sempre in agguato, insomma. La buona notizia è che durante la prima stesura possiamo, anzi, dobbiamo ignorare le sue insidie. Questa è la nostra cavalcata libera! Se ci fermiamo ogni tre parole a controllare, rileggere e correggere, si trasformerà in una marcia militare: fredda, noiosa e progettata a tavolino. Il lettore, da quel sensibile animale che è, se ne accorgerà subito e si raffredderà di conseguenza. Meglio lasciare che sia la revisione a spazzare via i nostri “troppo”… insieme agli altri errori-orrori della prima stesura.

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