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Non ora, non qui

Storie ordinarie di newsletter straordinarie.

Te la immagini la vita, senza quel battito che la muove?
Non è cuore, è qualcosa che sale dalla cavità che hai nel petto, ma è diversa. 
Un’orma primordiale, l’appartenenza a una passione che ti fa sentire perfetto nei panni che indossi anche quando lo specchio ti concede il riflesso inclemente di un dopo sbronza, dopo pianto, dopo litigio, dopo sorriso.
Te la immagini la vita così, vuota, senza quell’alito di vita?
Sai, credo sia quella cosa che muove i passi del ragazzo che gioca a calcio ogni domenica, che lotta contro altri per un possesso di palla e un fuori gioco in più. Lo vedo nelle ore passate alla sbarra di una ballerina, in quelle delle prove sino a notte fonda di un monologo rubato a Shakespeare, nel sorriso di chi – stanco – riesce a sognare di ciò che ha appena smesso di fare.
Di creare.
“Non ora, non qui”, ti diranno, perché non è tempo per te, che sogni a occhi aperti di una vita diversa, perfetta, a modo tuo.
Perché il tempo è tiranno, perché gli impegni inderogabili sono sempre più pressanti, perché ci sono i doveri e, spesso, quel battito si nasconde nei piaceri.
Non ora, non qui, ti diranno.
Ma tu sorridi con quella bellezza che ti sei messo addosso, e ricorda che nella vita devi scegliere se essere battito o cuore.
Tu cosa sei?

Quando ho qualcosa da raccontare lo faccio e basta.
Quando ho qualcosa da dire, lo condivido, sia mai che ci sia qualcuno all’ascolto.
In questo caso mi sono lasciata contagiare dal titolo di un romanzo di Erri De Luca (“Non ora, non qui” appunto) e da “Caino: Il buio era me stesso” di Mariangela Gualtieri. Un testo teatrale che io adoro, così come trovo semplicemente perfetta la prosa della fondatrice del Teatro Valdoca. Di Erri De Luca non mi piace il suo tono autobiografico, il suo sondare la propria vita, troppo palese e prepotente nelle sue opere. Non amo le metafiction o, se preferite, le self insertion. Di De Luca mi piace il saper raccontare, il muoversi rapido lungo i vicoli di Napoli e poi giù al porto, la forza delle descrizioni paesaggistiche, la poetica di fondo. E poi, soprattutto, la forza che permea le sue opere, come “Il peso della farfalla” che ho trovato lontanissimo dai miei standard di lettura ma che è una metafora così bella e originale, per raccontare la vita, che non ho potuto fare a meno di divorarlo. Con Mariangela Gualtieri è stato amore alla prima rappresentazione. Portai in teatro “Sermone ai cuccioli della mia specie“, lavorai con chi aveva una prosa così simile alla sua da stregarti. Portammo sul palco un gruppo di bambini ai quali raccontare come si vive, come si deve crescere, come si deve continuare a ricordare.

Avevo qualcosa da raccontare, un’accozzaglia di pensieri.
Nulla di importante, o forse sì. A qualcuno, infatti, è arrivato un messaggio senza che io lo volessi.
Quando capita, butto giù qualche riga e poi via, la spedisco ai miei lettori.
Perché?

Perché le regole le faccio io, e a loro voglio dare qualcosa che gli altri non possono vedere, ma soltanto scorgere. Per questo pezzo ho fatto uno strappo alla regola rendendolo pubblico, perché è servito a diverse persone per… be’, se le trovate, chiedete loro perché hanno deciso di tenersi strette queste righe.

Siamo già stati anche a Parigi, attraverso la mia newsletter, e diciamolo… il viaggio è stato emozionante.

Per questo motivo, se amate le emozioni forti, fate un salto nel Club dei Lettori.

Vi aspetto.

 

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There are 2 comments on this post
  1. Dicembre 19, 2014, 10:47 am

    Ci avevo provato a scrivere storie, con risultati che lascio giudicare agli altri, ma col tempo ho scoperto che non era il modo di esprimermi a me più congeniale.

    Ho trovato altri modi che mi calzano meglio che onestamente non so a quanto pubblico portino quel che ho da dire ma credo che ogni messaggio, ogni pensiero, abbia un suo proprio mezzo di comunicazione, che magari cambia da persona a persona.

    Quindi sì, scrivi quando vuoi, cosa vuoi, come vuoi, dove vuoi, per chi vuoi, e se non vuoi scrivere parla, canta, balla, recita: ho notato che è il miglior modo di comunicare al di là dei numeri raggiunti.

  2. Dicembre 20, 2014, 11:59 am

    Vedi, tu sei l’esempio della sperimentazione.
    A me piace dire che comunico a 360° perché l’ho fatto.
    Dal GDR al teatro, dalla scrittura all’illustrazione (ci provo va’, diciamo così), le ho provate un po’ tutte.
    Perché, come dici tu, anche i linguaggi sono importanti.
    In teatro ho imparato che devi annientare la distanza tra te e il pubblico, e per farlo devi comunicare con il corpo, più che con la voce.
    Come dici tu, forse si tratta in realtà di un’esigenza che abbiamo tutti, di esprimerci. E non si tratta più solo di pubblico, ma anche di linguaggio.
    Perché un pittore raggiungerà un pubblico (e, di conseguenza una sfera emozionale) che uno scrittore forse difficilmente raggiungerebbe.
    Una bellissima riflessione che, magari, svilupperò in un post (^^)
    Grazie tesoro!

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