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Quando sei scelto dall’Arte

Vivere una vita creativa. Riflessioni tratte da Big Magic di Elizabeth Gilbert.

Ci sono persone che trasudano passione. Sono quelle a cui brillano gli occhi quando ti parlano di qualcosa che amano con tutti sé stessi, che gesticolano in modo concitato e sorridono sempre quando lo fanno. Non sono persone pazze: alcune, come Loreena McKennith hanno solo lo sguardo brillante, un sorriso dolcissimo e la pacata compostezza di chi vive un’estasi perpetua.

Ti trasporta con una voce da fata in luoghi lontani, racconta aneddoti di una vita passata alla ricerca, devota alla propria Arte, sempre in movimento, perché forse – per quelli come lei – sei a casa nel momento in cui riordini gli appunti, rileggi il tuo diario di viaggio con un pizzico di malinconia e ti ritrovi con un nuovo strumento sotto le dita. Lo sfiori, lo suoni, ti arrabbi: alla fine, ci vuole pazienza per conoscersi, per imparare ad accettarsi e amarsi in modo incondizionato. Sono a casa solo il tempo necessario per rendere concreta l’azione del creare, poi ripartono. Fuggono, non sanno stare fermi. C’è così tanto da imparare, da conoscere, da amare. Così tanto di cui gioire e piangere: perché limitarsi? Si crea in movimento, con la testa. Si crea con le mani, quando si fa ritorno.

Ho iniziato a leggere Big Magic di Elizabeth Gilbert durante il viaggio in treno, diretta a Padova per il concerto. Non so se questa concomitanza sia stata un caso, ma vi posso assicurare che è stato come avere davanti un filo invisibile, che legava questa straordinaria artista a questo libro dalla copertina pacchiana, un po’ fuorviante e con un sottotitolo di puro marketing che ha davvero poco a che fare con il suo contenuto.

Di che materia è fatta la vostra Arte?

Quello in cui mi ha aiutata Big Magic è senza dubbio un’autoanalisi su ciò che faccio, ciò che voglio fare ma, soprattutto, quello che mi muove. Loreena McKennith è una di quelle donne che ti trasmettono amore. Amore per ciò che fa: non è un amore come quello per il proprio figlio o per un amante. Il suo è un amore differente, una specie di devozione, di vocazione. Quell’amore incondizionato che puoi concedere a qualcosa o qualcuno che ti offre lo stesso, incondizionato amore.

Sono ritornata da Padova con la certezza di voler essere come lei: una di quelle donne con il sorriso brillante, lo sguardo dolcissimo e la compostezza pacata di chi vive in simbiosi con la propria Arte. Senza Big Magic, però, il processo di metabolizzazione sarebbe stato più lungo e combattuto.

Quando parlo di “vita creativa” la intendo in senso più generico.
Mi riferisco a una vita vissuta sulla spinta della curiosità e non della paura.

L’Arte è questo: esserne innamorati, esserle fedeli sempre.
Essere dannatamente coraggiosi per portarla a compimento.
Qual è quella cosa di cui proprio non potreste mai fare a meno?

Quando ho detto “sì, lo voglio”

Una relazione inizia sempre con una richiesta, una proposta. Anche con la scrittura ha funzionato allo stesso modo. Hanno iniziato ad arrivarmi storie – storie assurde, adatte a una ragazzina di quattordici anni – poi storie più mature, spesso romantiche, altamente drammatiche, a tratti gotiche e dalle tinte cupe. Ho letto tanto, perché senza lettura finiva con l’essere arida anche la mia scrittura. Era uno stile acerbo, un barocchismo fatto di parole che stavano bene le une vicine alle altre ma che poco potevano trasmettere a livello di sentimenti e sensazioni.

Amavo la forma, le parole, il loro suono.

Ho iniziato ad amare quello che ci stava dietro qualche tempo dopo, quando ebbi la mia fase di scrittrice di racconti storici e scoprii che mio padre aveva fatto con me un vero lavoro di lima: ero come lui, la sua copia sputata. Spulciavo riviste e saggi storici, mi tuffavo senza riserve nei suoi archivi ancestrali e riemergevo con una storia. Sempre. Ogni volta che attingevo alla macrostoria finivo con il raccontare la storia del popolo, della gente comune. A volte anche quella dei grandi, ma più spesso mi divertivo a scrivere di musicisti in Russia durante la caduta dei Romanov; di dame innamorate di cavalieri infedeli; di crocerossine e soldati Alleati che chissà se avrebbero fatto mai ritorno a casa.

Scrivevo, l’importante era quello. Quando non lo facevo mi mancava, ma a volte mi arrivava qualche idea e l’appuntavo sul mio taccuino rosso. Ce l’ho ancora, con tutte le idee a cui non ho mai dato voce: a volte, mi dispiace un po’, a volte dico che forse il loro tempo non doveva essere speso con me, ma con qualcun altro. Oppure attendo che tornino, magari insieme ad altre idee per farne una storia più ampia.

Poi è accaduto qualcosa: scrivere soltanto non mi bastava più. Volevo essere letta, volevo che qualcosa arrivasse anche a persone che non conosco. Racconto di donne, parlo alle donne. Ci sono ovviamente personaggi maschili, ma sono sempre filtrati, in un certo senso. Gli uomini emi leggono e anche con risultati che mi lasciano sbalordita per la calda accoglienza ma la mia è energia femminile, parla al cuore delle donne, alla loro stessa emotività e percezione del vissuto. Si tratta di riconoscere il mio limite come autrice, perché non è da tutti avere la capacità di scrivere con un’energia differente da quella della propria natura. Le uniche che conosco sono Marguerite Yourcenar e Aislinn, per capirci. Quando ho avuto consapevolezza di questa cosa, non sono più riuscita scrivere storie romantiche, drammoni americani o cose che probabilmente venderebbero molto più di quanto non faccia Verso le Luci del Nord. 

Smise di pensare a se stessa solamente come a una consumatrice, come la somma dei suoi obblighi e doveri quotidiani.
Stava facendo qualcosa di sé, qualcosa con sé.

Quando ho detto “ho una paura fottuta”

Prima, ora, domani. Lo dirò sempre.

Ho paura di non avere talento. Di non avere futuro con lei, la mia Arte. Di fare qualcosa di già visto, di ripetibile nello stesso modo da dieci miliardi di persone. Di non arrivare agli altri. Di non saper veicolare messaggi, ammesso voglia davvero mandarne (se c’è una cosa che ho capito è che i lettori arrivano molto più avanti di dove mi sono fermata io. Amplificano: ed è bellissimo). Di non avere la disciplina, la costanza per andare avanti sempre. Di non avere la formazione per farlo (scrivere, dico). Di avere già scritto la cosa migliore che potessi creare. Ho paura di non poter superare me stessa.

La paura è ancestrale e salvaguarda la specie.

Coraggioso è chi fa qualcosa che gli fa paura.
Impavido è chi non conosce il significato della paura.

Che fare?
Andare avanti.
Stare seduta alla scrivania, scrivere, editare sempre troppo, leggere, appuntare nuove idee, tornare a scrivere.
Avere costanza.
Amare ciò che si fa, anche quando sono le sei del mattino e vorresti solo dormire un’altra ora; anche quando fuori il sole è alto e tu vorresti andarti a prendere un gelato, fare quattro passi e via. Saper accettare le pause e silenzi dell’Ispirazione, darsi il tempo della germinazione e l’emozione della scoperta.
Darsi tempo, lasciare che passi, che non diventi una lotta contro di lui ma accanto a lui, un viaggio di comunione dentro la curiosità eterna di chi ama la scoperta.
A forza di non ascoltarla, la paura se ne sta zitta in un angolo.

Quando ho detto “sono una scrittrice”

Non è tanto il nome che ti danno, quanto quello a cui rispondi.

Si chiama consapevolezza, questa. E l’ho trovata non perché ho pubblicato un romanzo, ma perché so che è la cosa che mi caratterizza. Ecco, magari dovrei ricordarmi di presentarmi così “Ehi, sono una scrittrice!” ma ancora mi sembra una di quelle cose troppo strane da dire. Mi definisco attraverso il mio lavoro e non la mia passione. E le due cose non vanno a braccetto, sono una l’antitesi dell’altra.

Ho detto per la prima volta che sono una scrittrice quando ho capito cosa scrivevo e per chi lo stavo facendo e, spero, continuerò a farlo.
In un certo senso, la cosa ha coinciso alla scoperta di essere una donna e non una ragazzina e, cosa più importante, con la percezione – nuova – della mia femminilità.

Desidero che la mia vita temporanea sia decorata il più vivacemente possibile.
E non intendo solo fisicamente, ma anche emotivamente, spiritualmente, intellettualmente.
Non voglio aver paura dei colori sgargianti, dei suoni nuovi, di un grande amore, delle decisioni rischiose, delle esperienze insolite o strane, dei cambiamenti improvvisi o dei fallimenti.
Voglio fare di tutto per tirare fuori cose belle dalla mia esistenza, perché è questo che mi tiene sveglia, e viva.

Forse è per questo che non riesco a scrivere soltanto narrativa.
Sarà che di cose belle ce ne sono troppe e io vorrei riempirci la mia vita ogni giorno.

La mia vocazione è la scrittura, ora lo so.
Qual è la vostra?

 

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There are 4 comments on this post
  1. Aprile 07, 2017, 9:29 pm

    Bello questo accostamento di Loreena McKennith e Big Magic (titolo e copertina veramente dissuasivi, non così il contenuto!). L’amore è il nesso fondamentale, quello che collega tutto e tiene insieme i pezzi delle nostre vite. Con la paura si deve imparare a convivere, perché fa parte del gioco. Chi ha definito l’arte “divina ebbrezza”? Chiunque sia, aveva ragione. Sarebbe un peccato impoverirsi la vita rinunciando a un’esperienza così importante, e anche un rischio. Io ho sempre detto che avrei potuto smettere di scrivere senza problemi, per esempio, ma mi sbagliavo. Non sto bene se non scrivo. 🙂

  2. Aprile 11, 2017, 7:55 pm

    Grazia a te non è piaciuto “Big Magic”?
    Io ho trovato molti spunti interessanti e anche motivanti.
    Mi ha fatto capire ancora meglio cosa voglio e come voglio muovermi, per esempio.
    A te cosa non ha convinto?
    Sì, sono d’accordo: basta scrivere. Che sia un articolo per il blog, una lettera, una pagina di diario, uno stralcio di romanzo o un racconto.
    Purché si scriva.
    Sempre!

  3. Aprile 12, 2017, 11:39 am

    Ho adorato Big Magic! Parla di vita e di creatività in un modo che trovo sia utile che toccante. Criticavo la copertina e le frasi di rito… spero che sia risultato attraente almeno per il gusto americano, perché il libro lo merita. In questo momento purtroppo faccio fatica ad agire sulla base degli spunti che mi arrivano (fatica è un eufemismo), ma metto tutto nel serbatoio per momenti migliori. 🙂

  4. Aprile 13, 2017, 12:18 pm

    Ho pensato la stessa cosa: alcuni passaggi per me sono stati davvero commoventi. Mi ha illuminata e mi ha aperto a nuove e inaspettate riflessioni. Ti ho chiesto se non ti era piaciuto perché so di persone che non l’hanno apprezzato.
    Immagazzina: quando i tempi saranno maturi lo saprai senza fatica ❤

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