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Le zucche urlanti

Un racconto di Paolo Cestarollo.

L’allegra famigliola stava riunita davanti al vecchio tubo catodico, mentre fuori la pioggia sferzava le imposte scosse dal vento. La saetta colpì la vecchia quercia che si spezzò di netto, e uno dei rami cadde sui fili dell’alta tensione. Nella casetta le luci si spensero e il televisore rimase muto. I figli si strinsero d’istinto addosso alla madre, che li abbracciò e li rassicurò.
“Jimmi vai a prendere le candele e i fiammiferi, per cortesia.”
“Ma, mamma, non ci vedo!”
“Nessuno di noi ci vede, temo. Jack, accompagnalo.”
I due si fecero strada a tentoni, il più piccolo accostato dietro al fratello, e trovarono il necessario in un cassetto della credenza. La madre intanto aveva sgomberato il tavolo al centro della stanza e i tre vi si radunarono attorno. Il piccolo Jimmi accese le candele, e sorrise alla madre soddisfatto.
“Che facciamo adesso, ma’? È presto per andare a dormire” disse Jack.
“Ho una bella idea: e se intagliassimo le zucche?” Alle sue parole il piccolo rabbrividì e guardò in direzione della finestra. “Chi sarà il bravo ometto a procurarne una ciascuno?”
Jack, che stava già prendendo il falcetto tra gli attrezzi, sbuffò. La madre incitò il figlio minore a seguire il fratello.
“Ma, mamma, piove e il vento è forte. E quando quei cosi urlano mi fanno paura!”
“Prima Jack ti ha aiutato, ora va’ con lui. Insieme farete prima e vi dividerete il peso. E un po’ d’acqua non potrà che farti bene.”
I due fratelli uscirono e in breve arrivarono al filare, dove le grosse zucche sbucavano dal terreno. Urlavano, piangevano. Alcune tenevano la testa in alto e boccheggiavano immersi in una piccola pozza che li circondava.
“Quelli sono troppo fondi” disse Jack. “Ricordalo la prossima volta che li pianti, rischiano di affogare prima del raccolto.” Il fratellino annuì, allungò i propri viticci attorcigliandoli ai capelli di un grosso testone e tirò per esporre il collo. Jack calò il fendente, e lo tranciò col falcetto. Un fiotto di sangue schizzò potente dalla giugulare troncata macchiandogli la buccia, che strofinò scocciato. Finito di raccogliere, tornarono in casa tra le imprecazioni degli umani rimasti, che li maledivano con la voce rauca e gli occhi rossi.
La famiglia si armò di coltelli affilati e grossi cucchiai. Tagliarono gli scalpi, le labbra e i nasi, vuotarono le orbite, mozzarono le lingue. Con pazienza, staccando il moncone della colonna vertebrale, vuotarono il cranio, togliendo il cervello dal foro occipitale. Conclusero le loro opere infilando all’interno un piccolo lume, poggiato sul pavimento molle della bocca. Le tre cucurbitacee misero in fila i loro macabri ornamenti. Si strinsero tra loro, sorridendo, illuminate dalla luce vibrante delle fiammelle che filtrava tra gli interstizi dei denti e le vuote orbite.

6 comments

Nocturnia 1 novembre 2015 at 00:17

Molto, molto bello.

Il ribaltamento dei ruoli è un classico, ma bisogna saperlo gestire, e questa storia ne è un esempio.
Sebbene il sospetto colga il lettore, è solo alla fine che ne ha la conferma (peraltro ho apprezzato tantissimo i toni duri usati, la scelta delle parole, la descrizione delle zucche che intagliano i volti delle persone – splatter come piace a me) e direi proprio che questo racconto merita un sacco d’attenzione e complimenti – semplice, eppure perfettamente centrato per questa notte.

Complimenti!

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Seme Nero 1 novembre 2015 at 04:40

Che dire se non che ho avuto una felice intuizione? Mi piacciono i giochi di parole e le sorprese, li ho solo combinati bene.
Mi sta dando soddisfazione questo racconto, pare mi sia guadagnato i miei dolcetti quest’anno!
Grazie (^^)

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Renato Mite 2 novembre 2015 at 20:12

Concordo con quanto detto da Nocturnia.
Leggo Seme Nero da un po’ e posso dire che trova sempre un modo per sorprenderti.
In questa storia ha saputo nascondere in bella vista delle zucche, ingannare il lettore a credere che i protagonisti fossero essere umani fino alla prima rivelazione al momento di raccogliere teste umane. A quel punto devi rileggere la storia e ti accorgi che un indizio te l’aveva dato in quel nome: Jack. Ricorda nulla Jack-o’-lantern?

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Seme Nero 4 novembre 2015 at 12:44

Mi fa piacere che tu abbia colto i piccoli indizi che ho seminato 😉

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Cristina Arnaboldi 3 novembre 2015 at 14:28

Il gioco di parole sulla “zucca” è a dir poco geniale nella sua semplicità e riesce ad essere divertente ed agghiacciante allo stesso tempo.
Ma il vero tocco magistrale è saper ribaltare la prospettiva in due semplici parole: “Urlavano, piangevano”. Ecco, da qui in poi il nostro sguardo si ribalta e le zucche non sono più cucurbitacee, mentre la famiglia non è più composta di umani. Davvero raro trovare qualcuno che sappia gestire un passaggio così difficile con una tale semplicità: degno di Frederic Brown.

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Seme Nero 4 novembre 2015 at 12:46

Vabbè, ma se mi scrivete queste cose io altro che bagno d’umiltà devo fare poi! Grazie Cristina 😀

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