Ode alla Gentilezza

Dall’inglese, “RAK”: Random Act of Kindness.

La settimana scorsa, alle dieci di sera, suona il campanello. Stavo scrivendo Perduti, per cui la prima reazione è stata saltare sulla sedia, guardarmi alle spalle e pregare che non mi aspettasse niente di problematico alla porta. Vado – pantalonicini corti, maxi canotta con cupacake gigante con su scritto “Eat them eat cake” e capelli da scappata da casa – e pigolo un “Chi è?
Nessuna risposta.
Guardo dallo spioncino e la luce delle scale è spenta.
Okay, va tutto bene. Mica è un film horror. Poi, di solito, se non li inviti, loro non entrano mai.
Domando di nuovo chi è, più forte. Sia mai che spaventi quello dall’altra parte e se ne vada.
Finalmente risponde: è il mio vicino di casa, quello dell’ultimo piano. È un uomo solo, sull’ottantina, che ormai si vede solo di rado uscire.
“Ha bisogno di qualcosa?”
In genere è perché riesce a disintegrare la regolazione del satellite e quindi cerca mio padre nella speranza gli sistemi il suo unico contatto con il mondo.
“Un caffè.”
“Come? Un… caffè?”
“Sì.”
Lo faccio entrare? Mia madre non approverebbe.
Gli dico che ho da fare?
Potrei dirgli che non ho il caffè e tornare finalmente a scrivere, che mi stava riuscendo pure bene.
Lui mi fissa, panciotta in bella vista sotto la maglia bianca e occhio sgranato.
Io lo fisso di rimando con aria perplessa: e adesso che faccio?

L’ho fatto entrare.
Sì, lo so, ma non si lasciano le persone che chiedono aiuto nel bel mezzo dei loro guai.
Anche se non li conosci, anche se è solo un caffè.
Per loro potrebbe essere vitale, non si sa mai. E poi bisogna cogliere l’attimo, il momento giusto, per fare buone azioni.
Ci ho messo venti minuti a preparare un misero caffè con la macchinetta. Lo so, dovrebbe essere facile, ma io odio il caffè, e così confido che i miei ospiti siano accaniti fruitori di té, tisane e latte caldo e miele con i biscotti al burro che ci si sciolgono appena li intingi. Sbaglio, così l’unica volta all’anno che ne devo preparare uno è una lotta all’ultimo sangue con la macchina per il caffè espresso. In quei venti minuti abbiamo parlato (gli ho fatto mille domande) e nei rari tempi morti gli ho fatto tenere compagnia dal film che stava guardando a casa sua. Mi dispiaceva fargli perdere la parte centrale per la mia totale incapacità di comunicare con gli oggetti tecnologici della mia cucina.
Se n’è andato dopo mezz’ora, soddisfatto.

Il caffé era buono, ha detto.
Gli ho chiesto scusa così tante volte che, probabilmente, l’avrebbe detto anche se era disgustoso.

Atti di (stra)ordinaria gentilezza

Mi sono sentita meglio. Non che mi abbia cambiato la giornata, però mi sono sentita soddisfatta, in un certo senso.
Così mi sono fermata a riflettere.
Se ogni giorno, appena svegli, sorridessimo.
Se regalassimo un sorriso a ogni tedioso lunedì, un buongiorno al vicino sempre di corsa, un consiglio e una spalla su cui piangere al collega di turno.
Se andassimo a camminare dopo il lavoro, con la musica a tutto volume, e scaricassimo così la tensione.
Se non fossimo sempre incollati a Facebook in caccia di qualche gogna, pronti a tuffarci nelle baruffe da quattro soldi e imparassimo a utilizzarlo per quello che è: uno strumento che ci può connettere con il mondo intero, ma un mondo fatto su misura per noi, con quelli che condividono i nostri stessi interessi. Condividere per la voglia di farlo, non per un tornaconto che sia solo personale.
Se capissimo che ignorare la provocazione è più intelligente che alimentarla.
Se capissimo che il mondo non è perfetto, anche se rotondo. Che ha angoli e spigoli contro cui ci si può fare male e sanguinare. Se fossimo in grado di metterci nei panni degli altri e prenderli noi, quegli spigoli sul muso o contro l’alluce del piede, forse saremmo in grado di essere più gentili, più parsimoniosi e attenti alle parole che utilizziamo. Se ognuno pensasse a quanto è doloroso quello spigolo, tutto potrebbe cambiare.

Oggi ho fatto una promessa a me stessa: sarò meno umorale, mi metterò in ascolto con più attenzione per raccogliere le esigenze di chi mi sta intorno. Per non ferire chi ho accanto, mi metterò nei suoi panni per qualche minuto, rifletterò su quello spigolo e sul quel caffè preso in compagnia. Mi ricorderò di un sorriso che mi è stato rivolto senza che lo chiedessi, di un abbraccio che mi è stato regalato senza che ne avessi davvero bisogno. Voglio trovare qualcosa che mi faccia meravigliare come una bambina, che sia quell’atto improvviso e non richiesto che ti ribalta una giornata nera.
Vorrei essere io a compierlo, vorrei fossero gli altri a farlo.

Da oggi regalerò Azioni Volanti di Gentilezza.
La mia vita sarà migliore, presa coscienza di questa consapevolezza?
E come sarà, quella di chi mi sarà accanto, anche solo per il tempo di un caffè?

Recommend
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIN
Share
Tagged in

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scopri come fare nella cookie policy. Cliccando sul pulsante, acconsenti all'uso dei cookie. MAGGIORI INFORMAZIONI

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi