La storia che preferisci? Questione di… misure

Lo scrittore scrive saghe, l’editore pubblica romanzi autoconclusivi. E il lettore?

L’articolo di Daniele relativo alle risposte date da diverse case editrice in ambito di selezione di romanzi fantasy e sci-fi ha destato la mia attenzione. Non tanto su cosa non vogliano leggere: elfi, gnomi, fate (a meno che non siano quelle di New York perché, sono certa, si ricrederebbero), vampiri chiusi in fialette di ogni gruppo sanguigno. Quello che mi ha portato a riflettere era come, diverse case editrici, abbiano focalizzato l’attenzione sul problema “Saga“.
Perché un autore emergente deve per forza scrivere una saga?
Perché un lettore, soprattutto, desidera leggerla?

Dalla parte dello scrittore

Ci sono storie ad ampio respiro. Storie con tanti – troppi – personaggi. Ci sono storie ambientate in universi paralleli e mondi immaginari in cui, in un solo romanzo, sarebbe impossibile raccontare tutto. Occorre focalizzarsi. Una cara amica, mi chiese “Tu cosa vuoi raccontare? Una storia d’amore o una storia d’azione? Se non lo sai, cosa vuoi raccontare, finisce che nemmeno il lettore lo sa più e non sa cosa aspettarsi dalla tua storia.” A quel punto compresi che dovevo rivedere il tiro e focalizzarmi su quello che volevo: l’azione, lasciando ai margini batticuori e amore. E quel margine come lo gestisci? Con side-stories, spin off, raccolte o… un altro romanzo. La tecnica adottata da Sam funziona: quando hai il blocco dello scrittore, scrivi uno spin-off. Il problema è che poi, di tutte quelle storie, vorresti farci qualcosa, o anche solo ti spiace non poter far leggere ad alcuno quello che tu, alla fine, hai pensato di tutta la storia e non hai potuto mostrargli nel tuo romanzo.
Così nascono le saghe.

Il problema è quando già una storia viene concepita classificandola attraverso una numerazione da enciclopedia.
Nessun problema se sei uno scrittore affermato, ma l’autore emergente?
C’è chi non pubblicherà il romanzo se la storia non è autoconclusiva ma chi, invece, chiederà “Non è che per caso hai anche un sequel, vero?
Se il prodotto vende, puoi scrivere tutte le saghe che vuoi, è questa la verità.

Io ho partorito molte saghe, tutte rimaste per lo più su quaderni pieni zeppi di appunti. Qualcuna ha visto la luce, ma seguendo il metodo di cui accennavo all’inizio: scrivevo spin-off e raccolte che andavano ad ampliare la storia principale, spesso con un livello di indipendenza tale tra le due da poter permettere la lettura slegata le une dalle altre.

Dalla parte dell’editore

Facile immedesimarsi nei suoi panni. Una saga è un investimento a lungo termine, rischioso. Troppo, per un mercato che ristagna ma che – pure – ha la sua forza nelle saghe Young Adult. I veri lettori di oggi sono loro, e potrà non piacere e potremmo sindacare per ora sui gusti letterari altrui, ma la questione è che questo genere vende, così come il Mummy Porn sdoganato da Cinquanta sfumature di grigio di cui parlava Sam nel suo articolo. Shadowhunters, Twilight, Harry Potter, Cinquanta sfumature di grigio sono tutte serie. Qui potrei aprire una riflessione che facevo qualche settimana fa riguardo al pubblico di Twilight, un caso editoriale succedaneo a quello di Harry Potter di cui il pubblico è rimasto orfano dopo sette anni di avventure. Possibile che non sia solo un caso ma che i bambini di ieri – adolescenti  e ora giovani adulti – che abbiamo cresciuto con il maghetto, si siano poi innamorati dei vampiri luccicanti e finiti nella rete di Cinquanta sfumature di grigio? Vedo un passaggio di testimone abbastanza lineare tra i tre, visti i tempi di pubblicazione delle vicende (almeno in Italia). Ma non ci sono solo gli Young Adult. C’è la trilogia di Millenium di Stieg Larsson, oppure quella di Ken Follet, Century, già avvezzo alle serie con il suo antecedente I Pilastri della Terra. E perché non citare Wilbur Smith con la sua saga famigliare dei Courtney che prosegue da quando ha fatto capolino in libreria come esordiente? La saga fantascientifica di Darkover e qualla fantasy di Avalon di Marion Zimmer Bradley? Quella di Elric di Melniboné di Michael Moorcok? Ma qui ritorniamo al fantasy, genere che si presta facilmente all’elaborazione di saghe e non di romanzi autoconclusivi.
E se l’editore proprio non la vuole, una saga?
Possiamo sottoporgli qualcos’altro, o un fantasy talmente spaziale da fargli dire “Ne voglio un altro!

Dalla parte del lettore

Il lettore è l’amico dello scrittore.
Se il lettore compra, l’editore è costretto a dire “Ne voglio un altro.”
Ma perché da lettori preferiamo le saghe?
A volte ci siamo costretti per vedere la conclusione della storia, ma è anche per una questione di legame affettivo con i personaggi.
Io, di Holden Caulfield, avrei letto altre mille avventure, ma mi rendo conto che poi avrebbe perso tutto il suo fascino.
Una buona struttura per una saga è quella proposta da M. Z. Bradley, ovvero la possibilità di narrare le vicende attraverso il focus di personaggi differenti senza dare al lettore la possibilità di un legame emotivo troppo stretto. I romanzi diventano così scollegati a livello di vicende dei protagonisti, in quanto gli avvenimenti ripercorrono un arco temporale molto vasto, e in cui diventa importante lo scenario politico e le vicende del mondo in cui essi si muovono. I personaggi costruiscono la storia di un intero regno attraverso le loro vicende personali. Certo, i protagonisti restano loro, ma è una struttura a puzzle, in cui il lettore può permettersi di saltare alcuni volumi, tornare indietro, ripercorrere altre strade. Questa è la struttura di Saga che preferisco.

Voi invece, cosa preferite leggere?
Saghe con una continuity definita, o che siano fuori continuity come l’esempio che ho apportato?
O invece, preferite leggere romanzi autoconclusivi anche in ambito fantasy?

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