Sbagliando si impara

Era il primo aprile 2013 quando tutto è iniziato.

Era il primo aprile 2013: le date di Word non sbagliano mai. Ricordo i messaggi di Federica, di quei giorni: ho fatto un sogno strano, sai, dovremmo scriverci qualcosa insieme. Iniziammo. Non avevamo le idee chiare, andavamo a istinto e intuizione: tre personaggi ben definiti, qualcuno da aggiungere strada facendo e un’ambientazione che faceva girare la testa. La cosa importante, all’epoca, era scrivere. E scrivere insieme era ancora più bello e divertente. Scrivere insieme significa parlare con una persona che ti capisce, che si strugge con te, che ti incoraggia quando qualcosa ti fa schifo e qualcos’altro non ti va a genio in quel che scrive lei. Ci bloccamo dopo pochi mesi. Io continuavo ad arrovellarmi perché ritenevo che la storia fosse buona, che ci fossero gli ingredienti giusti per farcela, ma poi la vita ci ha fatto correre dietro ai problemi di tutti i giorni e Verso le Luci del Nord – che all’epoca era ancora Drove through ghosts to get here – fu abbandonato in una cartella dei nostri pc. Dopo qualche mese, chiesi a Federica di poter riprendere la storia  e farla ripartire.
Ed eccoci qui.

Verso le Luci del Nord è nato dalla voglia di condividere qualcosa. Di quell’ossatura iniziale sono rimasti i protagonisti, l’ambientazione fredda e spettrale, l’umanità disgraziata, l’atmosfera greve. Della storia, solo poche cose: in fase di riscrittura – ma soprattutto di editing – mi sono accorta di come essere panster, di non pianificare nulla, porti ad avere più rogne che altro. Ero una di quelle persone che al solo sentire la parola scaletta inorridiva. Di quelle che se le nominavi timeline dovevi chiamare un esorcista, e pure bravo.
La pianificazione mi ammazzava l’Ispirazione.
Credo fosse solo un modo molto infantile di affrontarla o, quanto meno, poco maturo.
Andavo a istinto, a sensazione, a sentimento.
Credevo potesse essere tutto risolvibile. In effetti, lo è, ma con il doppio del tempo impiegato.
Sono diventata una pianificatrice per forza, e anche quella fase in cui ti metti a tavolino a ragionare non mi pesa più come prima. Forse è perché quando scrivi solo per passione non ti importa davvero di essere coerente: ti basta scrivere e sperare che a qualcuno piaccia quello che hai scritto. Stop, fine. Tanto divertimento e basta. Quando scrivi per pubblicare ciò che hai fatto, la cura è tutt’altra cosa. Controlli la coerenza delle azioni e delle scene, dei personaggi, delle scelte. Forse è perché ho smesso di scrivere pensando che farlo fosse una cura per l’anima: in modo inconsapevole, ma per me era così, per questo il risultato non era mai rivisto sotto la lente di ingrandimento.

Verso le Luci del Nord è un romanzo lungo: 128.123 parole.
Tecnicamente, avrebbe potuto essere una trilogia, di cui il romanzo sarebbe stato il secondo volume. La fase di editing si è rivelata complessa proprio per questo motivo: a un certo punto c’erano riferimenti a cose che non erano mai state chiarite (nella mia testa, facevano parte del primo volume ancora da scrivere). Così ho deciso di accorpare i primi due romanzi. Il macrouniverso di Verso le Luci del Nord abbraccia l’intera storia dell’umanità e la mia idea era di mostrare altri aspetti del mondo che ho creato, ma non so ancora se lo farò davvero o meno. C’è infodump? Direi di avere eliminato tutto ciò che poteva esserlo. Ci sono però diversi episodi autoconclusivi all’interno del romanzo che possono piacere. Da qui ho imparato che le saghe vanno gestite molto molto bene agli albori e se non si sa calibrare o non si hanno idee sufficienti, è meglio avere un buon romanzo lungo che un mediocre (o pessimo) romanzo breve incomprensibile per il lettore. Sono allergica alle saghe? Non credo. Il mio problema, semmai, è che penso in grande e mi lascio prendere la mano.

Verso le Luci del Nord mi ha fatto capire quali sono i requisiti di una buona collaborazione. Che sia a pagamento o dettata dall’amicizia o semplice volontariato, la collaborazione deve avere un inizio e una fine. Scandita dai miei tempi, non da quelli di chi mi sta aiutando. Il progetto è mio, le scadenze pure. Avere il coraggio di dire “no, mi spiace, faccio da sola” quando subisci il ritmo degli altri e il tuo progetto si protrae a lungo nel tempo. Dirlo anche quando è difficile farlo. Perché un progetto che si dilata perde di energia, perde di forza anche verso di noi, che lo abbiamo in pancia e non riusciamo a buttarlo fuori. Diventa frustrante. Dire no, grazie, ma è meglio se proseguo da sola significa rispettare sé stessi e il proprio lavoro. La vita corre, ci reclama, ci vuole e il tempo è un tiranno, la società bastarda ci impone ritmi forsennati per fare tutto tranne quello che amiamo. L’impegno però, che offriamo o ci viene concesso, deve essere considerato sacro. Sapere dire “no” a una collaborazione che non funziona è salutare, un diritto che ognuno di noi ha per spingere fuori quello che abbiamo. Allo stesso modo è importante riconoscere la collaborazione che funziona: quella che rispetta le scadenze, anche se strettissime; quella che fa il tifo per te e crede nel tuo progetto; quella che, all’improvviso, ti manda un messaggio o una email, giusto per sapere come stanno andando le cose e se hai bisogno di altro. La collaborazione crea sinergie. Se diventa un’attesa estenuante, è meglio ringraziare, salutare e passare oltre.

Con Verso le Luci del Nord ho imparato che l’editing occupa il 70% della vita di un libro. Che se il primo 30% è tutto creatività e arte e istinto per la scelta delle parole, il resto è sudore, sangue e lacrime e pensieri fissi che non ti mollano nemmeno di notte. Ho imparato che non basta un solo editing, ma ne servono diversi. Ognuno atto a limare sempre di più, a perfezionare la parola che stona, il periodo inefficace, a mettere in risalto un dettaglio importante. Non avevo mai affrontato un editing di questa portata e ho imparato moltissimo: ora, quando sono alla prima stesura, già mi accorgo di errori idioti e limo sin da subito. Non si dovrebbe fare, lo so benissimo, ma già che mi accorgo della cosa meglio sostituire quella cosa lì, che proprio non va. Con questo editing ho scoperto i limiti delal mia scrittura: una ridondanza di forse, cercare, tentare. Tipicamente femminile. Avverbi in abbondanza che rendevano le frasi troppo pesanti, strascichi della mia fase decadentista (un giorno magari ve ne parlerò). Una propensione a metafore auliche anche quando l’unica cosa importante era il sangue che sgorgava da ogni parte della vicenda. Questo editing ha ripulito non solo il romanzo, ma anche snellito il mio stile di scrittura. Non mi è dispiaciuto tagliare, limare, pulire. Questo decluttering mi ha resa più leggera e consapevole di come l’essenziale abbia una capacità e una forza espressiva mostruose.

Ho imparato l’importanza della pianificazione, di prendermi il tempo necessario per calibrare le scelte narrative migliori. Ho imparato che un buon team di collaboratori deve rispettare i tuoi ritmi. Ho imparato che è difficile scrivere quando il mondo fuori ti reclama e sei costretto a rifiutare inviti e rinunciare a eventi per portare a termine ciò che hai iniziato, con il senso di colpa che ti attanaglia un po’. Ho imparato che la costanza è fondamentale, la determinazione un alleato fedele, la perfezione un’utopia, il caffé un ottimo carburante per quando crolli addormentato due ore dopo esserti alzato.
La vita è fatta di scelte: io ho scelto di scrivere.

Leggi i primi capitoli di “Verso le Luci del Nord”!

Scarica i primi capitoli di Verso le Luci del Nord e parti per la caccia con Tamara e Dave. Il Bene ha bisogno anche di te.

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