Scrittore sai parlare al tuo pubblico?

A ogni scrittore il suo pubblico o a ogni pubblico il suo scrittore?

Scrivendo l’articolo per il blogtour ospitato da Grazia riguardo alle paure dello scrittore, ho in parte omesso quello del giudizio dei lettori e questo perché non è una delle mie paure principali. Quello che mi preoccupa maggiormente, quando scrivo, sono l’incoerenza narrativa in cui posso incappare e la solitudine che mi accompagna mentre scrivo, che genera una dipendenza da feedback prematuri che – più che aiutare – fa danni, bloccandomi sempre se non ho alle spalle lo stimolo di qualcuno che tifa con striscioni e inni di gioia a ciò che sto producendo. L’incitamento di chi ti legge ti spinge ad andare avanti perché offre una spinta al nostro piccolo ego, sempre incerto, sempre insicuro di ciò che sta creando. Uno dei miei propositi per il prossimo anno sarà proprio quello di eliminare questo vizio, cercando di concentrarmi su ciò che sto facendo senza stare ad ascoltare ciò che mi ruota attorno. Ma torniamo al giudizio dei lettori, una di quelle cose che – sfogliando altri blog – vedo come l’ostacolo più duro da superare.

La mia compagnia serale di queste settimane è “Quel pollo di Icaro: Come volare alto senza bruciarsi le ali” di Seth Godin. Per chi non lo conoscesse è autore di best seller internazionali che affrontano il marketing… dalla parte del consumatore.
Assurdo da parte di un imprenditore?
Forse, ma lui continua a parlarne e fare scuola per chi crede in un marketing diverso, che non riduca il consumatore a un semplice fesso da fregare.
In un’intervista rilasciata al blog di TagliaErbe, ecco come si definisce Godin:

Sono uno che vede le cose, sottolinea le opportunità e spinge la gente a fare i cambiamenti che contano.

Quello che racconta Godin è quello che raccontano, in realtà, tutti i coach e gli HR del Bel Paese: credi in te stesso e rendi virali le tue idee. Sulla carta tutto facile, bello e semplice, in pratica un gran casino, specie se ti ritrovi incastrato nella realtà di cui parla nel suo saggio Godin. Afferma che l’era industriale ha portato a un appiattimento delle aspettative, dei desideri. Ci hanno insegnato a sognare in piccolo, dicevo parlando della storia di Samantha Cristoforetti e quello che rappresenta. E, in effetti, è come se la dinamica meccanica della catena di montaggio sia passata dall’interno della fabbrica al suo esterno, contaminando l’intera realtà in cui viviamo rendendo – per paradosso – la vita stessa ingranaggio del mercato industriale. Si producono yes man, individui terrorizzati dall’idea di tradire le aspettative degli altri, che percorrono vie già battute (perché non sbaglieremo mai), che occorre il consenso degli altri per andare avanti e che l’appartenenza sociale vale più di ogni altra cosa

Ma ne vale davvero la pena?
Prendiamo la nostra storia, Scrittore.
Tu, io, tutti quelli che ci provano o vorranno provarci.
Scrivo perché non so farne a meno“, diciamo. Lo sbandieriamo ai quattro venti perché è il mito romantico che parla, imperante e disperato che muove la penna dei più.
Poi però passiamo le nostre giornate a scrivere storie da inviare a concorsi per accumulare premi, a scrivere le storie che potrebbero piacere agli altri, a passare le serate a inviare manoscritti alle case editrici, adattare lettere di presentazione e sinossi per farci scegliere.
Viviamo tutta la vita con l’ossessione – più o meno inconscia – di farci scegliere e accettare dal resto del mondo.

E se decidessimo di puntare su noi stessi?
Sceglieremmo il nostro pubblico senza delegare ad altri questo onere e, di conseguenza, quello che vogliamo scrivere e cosa proporre nella nostra produzione letteraria.

Seth Godin porta la sua esperienza di scrittore sotto i riflettori, realizzando quanto un solo commento negativo potesse inficiare decine di recensioni entusiaste al suo lavoro. Questo lo portava a cercare altre conferme e mandando in tilt la sua vena creativa. Essere messi in discussione è una questione che tocca ego, cuore e intelligenza. Seth ha pensato bene di chiudere Twitter e smettere di leggere le recensioni, lasciando parlare gli incassi, scegliendo prima sé stesso e poi il proprio pubblico. Quando subiamo una critica dobbiamo prima di tutto comprendere se sia o meno costruttiva e, successivamente, ricordarci che la scrittura – e, di conseguenza, la lettura – sono soggettive.

La nostra scrittura incontrerà sicuramente il suo pubblico, quello che noi abbiamo scelto.
Potrà essere per pochi, non per tutti, ma non sarà questo un problema. Se ci fossilizziamo sui feedback è perché non abbiamo abbastanza fiducia in noi stessi, in quello che facciamo e che stiamo costruendo.
E, per come va il mondo, se non ci crediamo noi chi dovrebbe crederci?

Ho imparato a disinteressarmi degli esiti dei pochissimi concorsi a cui ho partecipato. Quando vieni liquidato con un “Il suo racconto non rientra nei nostri gusti” o qualcosa di simile, puoi solo cestinare la mail con un’alzata di spalle. E passi oltre, perché non hai imparato nulla. Quel mancato incontro con la piccola casa editrice ha invece trovato riscontro nei lettori. Anche Stephen King è stato silurato decine di volte prima di arrivare dov’è ora.
Si tratta anche di fortuna?
Indubbiamente, ma solo se decidiamo di affidarci esclusivamente all’editoria tradizionale. 
Il self publishing sta portando alla ribalta la possibilità di accaparrarsi un pubblico che non trova riscontro sul mercato tradizionale: perché non approfittarne?

Ho imparato a fregarmene anche dei giudizi dei lettori?
Sì.
Uno dei miei principali detrattori è… il mio fidanzato. Se da un lato è il mio supporter numero uno, quello che mi incita a non mollare e scrivere sempre, a cercare di finire tutto quello che ho abbandonato a una manciata di capitoli dal finale perché ero troppo scettica sull’intera storia, dall’altro è il perfetto villains. All’inizio questa situazione mi aveva messa in crisi.
Ma come“, mi dicevo, “se a lui non piace come può piacere ad altri?“.
Il sottotesto era “Se lui mi sopporta ogni giorno da anni, perché non può mentire e dirmi che gli piace pure se fa schifo?“.
Era chiaro che volessi vincere facile.
Poi ho capito che il problema non era quello che scrivevo o come lo scrivevo (sì, anche il come, ma anche questo l’ho capito qualche mese dopo), ma una differenza abissale di gusti letterari tra lui e me.
A un individuo che fagocita saggi e adora Terry Pratchett, come puoi sottoporre un paranormal romance o, peggio, una storia d’amore in cui il dramma è servito a cadenza regolare?
Ero solo troppo ingenua e ancorata alla convinzione che Twilight facesse schifo e avesse distrutto il mondo dell’editoria. Ora ho compreso che Twilight ha un suo pubblico e un suo riscontro, che ha indotto alla lettura (più o meno forzata) milioni di persone nel mondo e che ha semplicemente fatto da apripista a un genere che è stato snaturato dalla sua concezione di base.
Ha colmato, molto semplicemente, il vuoto lasciato dalla saga di Harry Potter. 

Voi come affrontate il vostro pubblico e le critiche?

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