Sei ciò che scrivi?

Quello che leggi e quello che scrivi non sono mai, mai la stessa cosa.

Spesso tendiamo a collegare un autore a un genere e, altrettanto facilmente, storciamo il naso quando quell’autore ci tradisce. Le certezze sono la più grande fregatura che l’uomo si sia premurato di creare d’ufficio, un modo semplice per ancorarci a ciò che impariamo a fare, dandoci la forza necessaria per macinare ore, giorni, settimane, anni passati a fare sempre la medesima cosa. Piccoli rituali, grandi abitudini, un quotidiano da vivere nella certezza. L’imprevedibile non piace a nessuno, il colpo di scena può fare male come uno schiaffo da parte tuo migliore amico. Perché non te l’aspetti e quando arriva non sei preparato. Forse questo è il motivo che ci spinge a leggere storie da cui pretendiamo che l’apice della vicenda esploda come una bomba, all’improvviso. Magari ci siamo preparati a quel momento, siamo stati in tensione a sufficienza da desiderare di andare avanti nella lettura e arrivare a quel punto fatidico, in qui finalmente arriviamo all’epicentro dell’intera storia. Poi, ce ne pentiamo amaramente. Il personaggio a cui ci eravamo affezionati muore, il protagonista si trova in un guaio senza via d’uscita (ma la certezza di un happy ending strappato per il rotto del collo ci fa sempre ben sperare) e il dramma che ci si apre dinnanzi ci fa diventare soci onorari della Kleenex.

E allora, queste (in)certezze, le stiamo cercando davvero in quello che leggiamo?

Io credo di sì. Scrivere è viaggiare senza spostarsi mai, e per noi lettori è importante immedesimarci nella storia, riuscire a vedere con gli occhi di chi racconta, sentire con le sue orecchie e avvertire i profumi e i colori sulla pelle. Le più grandi cotte (impossibili) di cui sono stata vittima, a parte per alcuni chitarristi tatuati d’oltreoceano, sono state per personaggi letterari. O morti da alcune centinaia d’anni. Sono una lettrice esigente: mi risulta molto più facile commuovermi con un film, piuttosto che con un romanzo. I pochi scrittori che ci sono riusciti, non si contano nemmeno sulla punta di una mano, e alcuni sono persino scrittori amatoriali. Questo perché non è facile raggiungere il lettore e sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Il pubblico non lo si può sottovalutare.
Ma tu, lettore, ti affezioni a una storia – a un genere – o al suo autore?

L’Autore poliedrico esiste?

Ho aperto questo articolo riadattando per l’occasione una citazione presa da Invisible Monster, uno dei migliori romanzi che abbia letto di Chuck Palahniuk, per parlare dell’autore che decide di non fossilizzarsi su un genere. La categoria mi piace particolarmente, specie perché ne faccio parte come lettrice – onnivora – e come autrice. L’argomento è piuttosto dibattuto, e mi hanno dato modo di riflettere i commenti che avete lasciato all’articolo dedicato alla preferenza tra saga e romanzo autoconclusivo. In modo imprevedibile, molti hanno deciso di creare saghe in cui le storie si possono intrecciare, ma nelle quali non è vincolante la cronologia degli avvenimenti. Altri, invece, puntano a contaminare con altri sottogeneri i sequel, in modo da offrire sempre qualcosa di nuovo al lettore e di stimolante per sé stessi. Ammetto che non so stare ferma al mio posto: cento ne penso e una ne faccio. Il problema è che le altre novantanove storie premono per uscire, e non sono cose che si possono scrivere in qualche settimana. Sono diventata molto ricettiva, negli anni: mi lascio conquistare dalla storia raccontata dalla tela di un pittore semisconosciuto, dalla storia di qualche famiglia feudale del Nord Italia, da fatti di cronaca bizzarri che ricordo anche anni dopo che sono accaduti. Il cervello rielabora, frulla, e li piazza poi nell’ambientazione migliore. Post apocalittica, futuristica, cyberpunk, feudale. Non è mai stato un problema creare mondi. Una delle cose che amo fare quando scrivo è documentarmi, per questo mi ritrovo anche a elaborare storie complesse appartenenti a generi di cui ho letto poco o nulla, come lo sci-fi, per esempio. Alle certezze che cerchiamo – più o meno consciamente – nella vita di ogni giorno, sostituisco la voglia di scrivere storie sempre differenti le une dalle altre. Certo, posso dire che prediligo il genere fantastico, ma non è del tutto vero. Ho scritto storie d’amore che di magico non avevano nemmeno il ricordo del primo bacio.

Nella mia carriera di lettrice ho deciso di seguire l’autore, non ciò che scrive. Ho imparato che limitarsi – alla lunga – porta a scrivere sempre le stesse storie, come fossero il ritornello di un’interminabile litania. Tutti abbiamo temi cari e piccoli dettagli che inseriamo in ogni storia che scriviamo. Se ci prendiamo la libertà di spaziare su più fronti, al lettore potrà anche apparire una delle tante scene, ma se il rapporto conflittuale con il padre – come nel caso di Stephen King – viene sondato per più della metà dei suoi romanzi horror, finirà sempre con l’essere trattato nel medesimo modo. Cambiando ambientazione, cambia la prospettiva da cui guardiamo a quella tematica che ci sta a cuore, che ci tormenta come un’ossessione. Prendiamo in esame l’esempio che ho appena citato: il rapporto tra padre e figlio.
Possiamo immaginare come può svilupparsi durante un clima di dittatura rispetto a un clima di democrazia. Cambia a seconda della società e alle regole da questa imposte, dal background che ruoterà attorno alla famiglia. Farà differenza anche il sesso del figlio, o un problema legato alla sua identità sessuale. Non sono elementi dominanti nella storia, ma possono fare la differenza su una tematica che può diventare un cliché noioso, se ripreso all’interno del medesimo contesto, senza nemmeno variazioni sul tema persino a livello di background.

Perché allora scelgo l’autore, nonostante questo rischio?
Perché amo come scrive. Nel marasma di autori che scrivono tutti un po’ uguale, a effetto stampo, prediligo la forma narrativa al contenuto. Se apprezzo il suo modo di scrivere e ne riconosco il genio, non mi importa se scrive solo horror o se, invece, scrive storie amorali e spesso grottesche. Vorrei essere uno di questi autori, un giorno, uno di quelli che qualunque cosa scriva riesce a emozionare e arrivare al lettore. Uno di quelli per i quali, appena lo vedi in libreria, nemmeno leggi la sinossi: prendi il romanzo e basta, perché sai che tanto quel nome è una garanzia, qualsiasi cosa esca dalla sua penna.

Scegliete un romanzo per l’autore o per il suo genere?
Credete che esistano autori poliedrici, in grado di scrivere anche i generi più disparati?

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