Scrivere è come cucinare

Imparare a scrivere con l’imitazione.

Quando Alberto Della Rossa, aka Lo Smilodonte, mi ha proposto questo articolo, ne sono rimasta folgorata.
Da bambina adoravo passare i fine settimana in compagnia dei miei nonni. Era una vecchia casa di campagna, con ampi campi in cui passavo ore a raccogliere fiori e piante, preparare intrugli, costruirmi rifugi con le cassette inutilizzate della raccolta di pomodori, pannocchie ed erba medica. Tornavo a casa per la merenda: due uova strapazzate e marmellata di fragole. Come le fa mia nonna, le uova strapazzate, non le fa nessuno.
Sono stata quel tipo di bambina che si divertiva per ore da sola senza tediare nessuno e senza tediarsi. Non dovevo essere intrattenuta, insomma, che sapevo benissimo farlo da sola.

Per trentatré anni della mia vita non ho mai cucinato, eccetto dolci quando se ne presentava l’occasione ovvero: quando avevo voglia di farlo. Quelli mi sono sempre venuti bene, deve essere il DNA di nonna che ha lavorato e ha fatto leva nel modo giusto. Per il resto dell’anno, ci pensava mamma. Mia madre, santa regina del focolare e dei fornelli, non ha mai permesso che toccassimo padella: né io, né mio fratello anche se, devo ammetterlo, a lui interessava molto più che a me vedere come si preparava un buon sugo per la pasta. Mi sono arrangiata – durante i periodi di vacanza dei miei genitori – con due tattiche vincenti: toast/uova/pasta al sugo se ero a casa da sola altrimenti, ovviamente, trasferta da nonna.
L’anno scorso mi sono trasferita e ho capito che si fa di ogni necessità virtù.
Sono diventata una campionessa di pastasciutte, tortini e focaccine, dolci e dolcetti, brunch veloci, tè delle cinque e aperitivi.
Due cose ancora, non mi vengono: il brodo per i cappelletti e, ovviamente, i maledetti cappelletti.
Ma ci sto lavorando.
Nonna ha una ricetta tutta sua: nemmeno mia madre riesce a replicare il loro sapore, pur utilizzando la medesima ricetta.
Il segreto?
L’esperienza e, diciamolo, lo stile personale.

Cito un brano tratto da “Big Magic“, di Elizabeth Gilbert. Anche se può sembrare poco pertinente all’articolo di Alberto, è invece un punto focale di ciò di cui parla.

Gli aspiranti scrittori mi dicono spesso: “Io un’idea ce l’avrei, ma ho paura che quello che voglio fare sia già stato fatto.” Ebbene si, probabilmente è già stato fatto. Molte cose sono già state fatte, ma non da voi. […] Che male c’è se ogni generazione prova gli stessi bisogni e si pone le stesse domande che gli esseri umani si pongono da anni? In fondo siamo tutti collegati gli uni agli altri e c’è per forza un pò di ripetizione nell’istinto creativo di ciascuno di noi. Tutto ci ricorda qualcosa. Ma mettete dietro un’idea il vostro registro personale e la vostra passione, e quell’idea diventerà vostra. […]

Dite quello che volete dire e fatelo con tutto il cuore. Condividete ciò che siete portati a condividere. Se è abbastanza autentico, credetemi, sarà anche originale.

Scrivere  è come cucinare

Scrivere è come cucinare. Detto così, come incipit di un articolo il cui scopo è far capire l’importanza di imitare lo stile dei grandi, sembra la solita sparata alla Fabio Volo.

Quindi partiamo subito con una precisazione: Fabio Volo NON è un grande e NON va imitato.

Ora che abbiamo scremato il pubblico dei fan del Fabione nazionale possiamo procedere.

Chiudete gli occhi. Immaginate di essere a casa dei nonni, la domenica. Avete sei o sette anni. Sul fuoco sta andando una pentola di ragù dalle 7 del mattino, coperta di uno strato di olio rosso che ribolle come una malebolgia, ma profuma di paradiso. Avete visto come la nonna ha preparato il soffritto – dal momento che avete dormito da loro perché checcazzo stasera lo molliamo a tua madre è una frase della quale non hai capito il significato, ma sei quasi certo abbia a che fare con le volte in cui la porta della camera dei tuoi genitori è chiusa – e adesso siete là, sulla sedia, a rubare ditate di impasto degli gnocchi sotto lo sguardo di vostro nonno che se la ride e vostra nonna che vi dice di smetterla.

La formazione culinaria di moltissime persone si svolge in questi momenti, osservando qualcuno che ama cucinare, che ha esperienza, che conosce i trucchi della cucina. E voi guardate, assimilate senza nemmeno accorgervene e, a ora di pranzo, godete di tutto quel lavoro.

Se siete fortunati, se avete passione, se state attenti e avete il libretto con le ricette della nonna (quella specie di tesoro che le zie si contendono senza pietà e del quale vengono prodotte copie apocrife) forse il vostro ragù sarà simile al suo.

Il punto è questo: tutti sono capaci di cucinare due uova in camicia (quasi tutti). Molti sanno cucinare benino. Le nostre nonne avevano capacità soprannaturali, legate di solito ai piatti della tradizione. Ma Cucinare, conoscere le preparazioni di base, comprendere i tempi di cottura, prevedere il risultato, è qualcosa che richiede studio e osservazione dell’arte dei grandi.

Scrivere non è affatto dissimile. Tutti sanno scrivere quattro cazzate su Facebook e in molti riescono a produrre un testo sensato. Ma avere un’esposizione chiara e pulita, equivalente a una torta salata equilibrata nel ripieno, è un affare già più complicato. Se poi vogliamo lanciarci in un racconto, o ancora meglio un romanzo breve con equilibri narrativi degni di essere letti, siamo già al Manzo alla Stroganoff, o a un Filetto alla Wellington. Bisogna sapere cosa si sta facendo, perché e in che ordine farlo.

Con questo non voglio dire che sia impossibile, anzi. Va appreso. Di fondo, il primo passo della vostra formazione letteraria discende dalla vostra avidità di lettori. È il concetto che sta dietro al detto “mai fidarsi di un cuoco magro”: se non ami leggere non potrai versare lo stesso amore in ciò che scrivi. Questo però non basta: è sufficiente a farvi preparare delle pietanze discrete che i vostri amici di certo elogeranno, ma non incanterete il maledetto editor(pardòn!) critico di cucina.

Come fare? Studiare. Prendete i testi di riferimento sulla punteggiatura (maledetto Bice Mortara Garavelli), studiate le Lezioni Americane di Calvino, imparate a memoria gli interventi di Carver, Gardner e Burroughs: saranno i vostri Artusi.

E tutto questo, a mio avviso, ancora non sarà sufficiente.

Scrivere è un atto creativo. Un testo – sia esso lungo o breve – è una ricetta nella quale vanno dosati ingredienti, sapori, spezie che vanno cotti col giusto metodo a seconda della consistenza e del tipo di pietanza.  È qualcosa che i manuali possono insegnare in maniera astratta, ma che può essere appreso con molta più facilità attraverso un processo di imitazione. Dovete provare a cucinare le ricette dei grandi, prima di proporre le vostre uniche e personalissime varianti.

Prendete Italo Calvino (ritorno a lui, ma potremmo prendere in considerazione Philip Roth, Stephen King, Maupassant, Jack London, Asimov – di grandi cuochi della scrittura c’è n’è per ogni genere e gusto). Aprite un suo testo, leggetelo, sezionatelo, fatelo a pezzi nel tentativo di isolare quella nota amara che vi sfugge. Cercate di capire cosa vi piace e soprattutto cosa non vi piace, e quando l’avrete trovato chiedetevi il perché. Prendete gli stessi elementi e cucinate una storia con l’obiettivo di imitarne lo stile, e vi troverete a produrre un testo scopiazzato, certo, ma che porta anche la vostra firma. Magari non sarà bello e buono come l’originale, ma avrete imparato qualcosa.

Di fatto avrete ampliato il vostro vocabolario stilistico. Per tornare a termini più letterari, imitare lo stile di un grande scrittore aiuta a uscire dalla propria zona di comfort; obbliga a usare strumenti ai quali non siamo avvezzi, in forme che magari la nostra voce interiore non userebbe. Ma conoscere e utilizzare stili diversi aumenta le capacità evocative, la flessibilità e gli strumenti retorici a nostra disposizione.

Questi si aggiungono alla vostra voce. Non la nascondono, non la alterano né la modificano, ma le permetteranno di esprimersi in lingue diverse, di toccare cuori ed emozioni con fedeltà e precisione che prima – a meno che non siate degli enfànt prodige – non sapevate come raggiungere.

E voi sarete pronti per il vostro critico di cucina. Pardòn. Il vostro editor.

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