Scrivere senza cliché

Il cliché non nasce solo da una situazione, ma anche dal registro linguistico utilizzato in un romanzo.

Mi piace ospitare persone con cui interagisco sul web, con le quali si parla per pochi minuti al giorno oppure ci si scambiano fitte mail. Mi piace perché mi sembra di aprire loro le porte di casa mia, offrire tè e pasticcini e farci quattro chiacchiere in santa pace, lontani dalla frenesia con cui ci scambiamo informazioni mordi e fuggi.
Mi piace – soprattutto – perché posso farli conoscere anche a voi.
E a tavola aggiungiamo un posto in più.
Così, dopo i consigli di scrittura di Grazia Gironella, la lettura del genere distopico di Annarita Faggioni e l’articolo sulla promozione per autori di Gaspare Burgio, oggi lascio la parola a Paolo Cestarollo, in arte Seme Nero, che ha deciso di parlarci di cliché, di come riconoscerli e di come superarli.

Paolo non ama scrivere per il blog. In genere preferisce lasciar parlare i suoi racconti, ma per questa volta ha fatto uno strappo alla regola.
E invece eccolo qui.

Una delle parole chiave per una storia di successo è originalità. Personaggi, situazioni, ambientazioni, conflitti: almeno uno di questi elementi della nostra storia dovrebbe avere quella sensazione di novità, freschezza, che accende l’attenzione del lettore e la tiene viva il più a lungo possibile.
Si dice che ormai qualsiasi storia sia già stata scritta e di conseguenza tutto quello che lo scrittore moderno possa fare sia rielaborare stereotipi. Che sia vero o no, è di sicuro molto difficile inventare qualcosa di originale e altrettanto facile cadere nel cliché.

Cos’è un cliché?

Questa la definizione, nel suo significato letterario, secondo il vocabolario Treccani:

“Espressione priva di originalità, spesso ripetuta, e perciò fastidiosa; frase fatta, stereotipata, abusata; concetto o giudizio ormai cristallizzato; comportamento, atteggiamento banale, scontato.”

Mai sentito parlare di Mary Sue? Assieme al suo gemello, Gary Stu, sono la coppia di personaggi stereotipo, dalla connotazione parodistica, che rischiamo di incontrare, o peggio, di creare, in una storia. Un personaggio bello, forte, bravo, fortunato, l’antitesi del conflitto. In una parola? Noioso. Ecco perché dobbiamo evitarlo.

“Un brivido gli percorse la schiena, mentre il lampo squarciava la notte buia. Gli apparve una figura spettrale dalla pelle candida…” Descrizioni sciatte, modi di dire proverbiali, figure retoriche. Spesso vi incappiamo proprio cercando la frase ad effetto, ma la pigrizia ci porta a usare espressioni trite e ritrite (come questa!). Utili in una bozza, per risparmiare tempo in fase di stesura, saranno da eliminare senza pietà in fase di revisione, ma se impariamo a non usarli è meglio.

E che dire delle dinamiche della storia? Voglio fare un esempio personale. Anni fa stavo seguendo (mio malgrado, ci tengo a specificarlo) il telefilm Settimo cielo, vicissitudini di una numerosa famiglia americana il cui patriarca è il reverendo Campbell. Nell’ultima stagione, il buon reverendo si ammala di cancro e cade in depressione. Riporto per sommi capi il dialogo che ha colpito la mia attenzione:

Moglie: – Non è colpa mia quello che ti è successo!
Rev: – No, hai ragione. Non è colpa tua.
Moglie: – E di chi è allora?

Su, coraggio, non fate i timidi. Sapete anche voi, come lo sapevo io, cosa sta per dire:

Rev: – È colpa di Dio!

Cliché. Come abbiamo, fatto a indovinare la battuta? Premonizione? No, abitudine a meccanismi consolidati. È l’esperienza del lettore, dello spettatore che, avendoci già messo di fronte alla stessa situazione, o addirittura alla stessa battuta anche se in un contesto diverso, fa scattare in noi il meccanismo di causa ed effetto grazie al quale non ci stupiremo. E da fruitori di una storia vorremmo che accadesse l’esatto contrario!

Tornando all’esempio precedente, quale meccanismo conduce all’ovvia risposta del reverendo? Il momento in cui la conversazione si svolge, durante un colloquio franco con la moglie, toglie i freni inibitori al protagonista; la situazione di grave crisi che scardina le certezze del reverendo; l’impossibilità di dare una risposta concreta alla propria frustrazione, unita alla posizione particolare ricoperta dal protagonista, quella di ministro di Dio. Tutte queste nozioni sono già immagazzinate nel nostro cervello che non fa altro che sommarle e trarne le conclusioni.

Daniele Imperi sui cliché:

Quanto sono frequenti? Noi viviamo di cliché, li usiamo tutti i giorni, fanno parte di noi, del nostro linguaggio, della nostra comunicazione. Ci affidiamo ai cliché per farci capire, per rendere facile la comprensione dei nostri messaggi.

Se tutto questo può essere condivisibile nel linguaggio parlato, non lo è invece in quello scritto. Lʼuso dei cliché spersonalizza lo scrittore, perché rende la sua scrittura omologata a altre scritture […] Il cliché nella storia sa di già visto, ma non ha lo stesso sapore del deja vu, né la sua stessa aura di mistero. È segno anzi di poca fantasia, poco sforzo creativo. Poco lavoro di revisione.

Insomma, cosa facciamo quando ci accorgiamo che stiamo usando un cliché?

Se il problema è una frase o una parola abbiamo due potenti strumenti a nostra disposizione: il vocabolario e il dizionario dei sinonimi. Partiamo da una parola diversa, anche se non è subito quella giusta e riscriviamo la frase. Impariamo a utilizzare diverse forme retoriche e a riconoscere quelle usate nei cliché: questo impone di fare esercizio, ma non mettetevi le mani nei capelli, col tempo può diventare un gioco divertente!

Se invece il nostro cruccio sono le scelte narrative proviamo con una sessione di brainstorming: analizzate tutte le possibili varianti alla situazione di partenza, tutti i possibili scenari. Non abbiate paura di osare, provate, lasciate libera la fantasia. Scarterete in un secondo momento le idee che non vi convincono.

Scardinare il cliché

Salvatore Anfuso sui cliché:

Un cliché diventa tale […] perché in origine l’elemento che ne sta alla base era buono, funzionava. Il fatto di averne abusato però lo trasforma in un oggetto pericoloso[…]. Potremmo affermare con una certa tranquillità che un cliché è un idea vecchia. […] Non è il Diavolo a essere un cliché, ma l’idea che ci siamo fatti di lui, il modo in cui lo raffiguriamo, il modo in cui lo utilizziamo all’interno di una storia. Questo vale per ogni tipo di elemento stereotipato. […] Anche quegli elementi che utilizzavamo per riproporre una storia in modo nuovo, originale, sono diventati a loro volta degli stereotipi. Eppure l’originalità non consiste nell’inventare qualcosa di mai visto prima, ma nel riproporre qualcosa di vecchio in modo nuovo.

Forse risulterà impossibile evitarlo del tutto. E se provassimo a sfruttarlo a nostro vantaggio?

Per definizione un cliché è un concetto cristallizzato, quindi qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato. Bene! Non perdiamoci in inutili chiarimenti, non facciamo del banale il punto più alto della narrazione, partiamo da quel punto e sviluppiamo la storia.

“…e il giovane protagonista venne morso e divenne anche lui un vampiro.” Ok, e poi? Come vive questo neonato mostro, cosa sente, cosa prova? Si sente in colpa per la sua condizione? (No, ti prego, non farlo diventare un “vegetariano”). Come utilizza le sue nuove capacità?

“Per sopravvivere, lo zombie doveva nutrirsi di cervelli.” Organizziamo una bella caccia! Come dovrà fare il povero, lento zombie a correre dietro ai rapidi umani? Come si spartisce la preda con voraci compagni di caccia? E perché proprio il cervello, a nessuno va del midollo? Ecco, ti sto dando anche dei suggerimenti.

Un appunto: per creare qualcosa di nuovo devi prima conoscere quello che è già stato scritto, quindi sotto con la ricerca e via di documentazione!

La pratica di evitare qualcosa di già detto, percorsi già battuti nel campo letterario, apre un mondo potenzialmente infinito di risorse e storie. Mischia il vecchio col nuovo, culture diverse, lingue diverse o inventane a tua volta. Non hai nemmeno bisogno di scrivere per allenarti, puoi farlo ovunque, basta pensarci! Non ci sono davvero limiti.

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