100 parole possono bastare?

Determinazione e organizzazione: quello che occorre per scrivere (e finire) un romanzo in un anno.
Con la partecipazione straordinaria dei consigli di Chuck Wendig.

Per diverso tempo, sulla mia lista dei buoni propositi per l’anno nuovo era indicato un fantomatico “corso di nuoto”, sempre ignorato, messo alla voce “cose di poca importanza” anche se c’era chi, me l’ha giurato, non mi avrebbe mai permesso di fare surf tra le onde californiane. Data la mia proverbiale pigrizia, ho sostituito il corso di nuoto con un corso di pilates per poi comprendere che somigliava più a un addestramento da recluta della Legione Straniera. Ho sopportato per ben centoquattro lezioni: rassodamenti, flessioni, addominali scoprendo sempre un muscolo in più. Conoscerai meglio il tuo corpo, mi sono detta, anche se era una bugia e lo sapevo benissimo. Il secondo anno ho partecipato a due lezioni poi sono fuggita. Odio le palestre e tutto quello che ci sta dentro. Mi ero ripromessa di fare esercizi a casa, di andare a fare lunghe camminate, “che aiuta a schiarirti anche le idee e ti rigenera”. Non ce l’ho fatta: la mia pigrizia ha preso il sopravvento. Quell’ora è preziosa per scrivere! mi dicevo. E poi, a scrivere, non ci pensavo proprio.

Quest’anno è stato il momento della svolta: voglio una vita più sana, voglio capire cosa voglio! Darmi delle priorità, insomma.
Il primo passo è stato alzarmi dalla sedia e iscrivermi a questo fantomatico corso di nuoto. Come motivazione ho scelto i miei genitori. L’obbligo morale di accompagnarli al corso e di andare in compagnia mi costringe a non saltare le lezioni, a non mollare anche quando – sfinita dopo una giornata in ufficio – vorrei solo morire.

La forza della determinazione

L’altra sera osservavo mia madre sguazzare come una bambina. All’inizio la rimproveravo, ora lascio correre o la riprendo in modo bonario per come affronta il corso. Le riesce più facile nuotare a dorso, credo un po’ come a tutti. Così, quando si passa a lavorare sullo stile libero, sbuffa, tenta di barare sul numero di esercizi effettivamente eseguiti e sbotta liquidando il tutto con un “Non mi viene, non ci riesco. Tanto vale che non lo faccia.

Perché non ci provi? le ho chiesto.
Se a me una cosa non viene, punto a migliorarmi e perfezionarmi in quella. Che senso ha che mi alleni su una cosa che già mi riesce? L’ho incalzata a bordo piscina, l’acqua sino alla gola e tutto il corpo sotto, per stare al caldo e non sentirmi addosso il freddo dell’immobilità.
Io non sono così
.

E mentre la guardavo annaspare a metà vasca cercando di arrivare dall’altro lato, ho riflettuto sulla forza della determinazione. Da mia madre ho preso una sufficiente dose di emotività e un’altrettanta (notevole) dose di autostima ridotta ai minimi termini. Quello che ho ereditato da mio padre è un’abbondante testardaggine che ha dato vita a incidenti diplomatici su sane questioni ideologiche. Dopo una serie di delusioni amorose che avevano il sapore amaro dell’abbandono senza spiegazione, non mi sono lasciata morire, spiaggiata più come un cucciolo di foca che una sirena. Ho versato lacrime, mi sono chiesta molto più spesso dove avessi sbagliato io, anziché soffermarmi sulle colpe altrui. Sono andata avanti con dignità e sono finita su un palco teatrale, la prima volta, proprio in quell’autunno fatto di nuove cose e una nuova vita. Non credevo fosse una cosa possibile per me, che odio stare al centro dell’attenzione e mettermi in mostra. Dicono che il teatro sia per chi ha troppo ego, io credo sia per chi ha invece una gran voglia di guardarsi dentro e farsi chiarezza. Sul palco non menti mai, sei costretto a cambiare abito ad ogni entrata e uscita di scena. Devi ricordarti chi sei per non perderti, ma devi essere molto bravo anche a dimenticarlo al momento giusto. Quanto basta, però, perché c’è una memoria vecchia, antica, che ti sei incollato addosso con le tue esperienze e con il tuo vissuto, che devi riversare nel personaggio che interpreterai. Dei ricordi è fatta la memoria. Di una carezza maldestra, di un bacio rubato, di un sorriso sincero è tracciata la mappa dei sensi. Segni indelebili sulla pelle, come cicatrici. Te li porti dentro e li (ri)porti sul palco. La volta in cui piansi – piansi davvero – fu alla fine di un’esercitazione che avevo provato molto poco. Portai un monologo scritto di mio pugno per Il Gabbiano, di Anton Checov. Quella volta intepretai Nina Zarechnaya e il peso delle scelte sbagliate. Riportai Nina sul palco allo spettacolo di fine corso: era una donna rinata, leggera. Ancora ragazzina. Era stato come tornare indietro nella sua vita, una sorta di storia di Benjamin Button al femminile, almeno per me che ne avevo colto prima il dramma e solo in un secondo momento, l’immaturità e l’incoscienza di un personaggio che avevo detestato sin dalla prima lettura della piéce.

In teatro ho imparato che puoi superare ogni limite che ti imponi, ogni paura. È stato il primo passo per la mia autodeterminazione, il primo mattone nella costruzione della donna che sono oggi, anche se mi fa sempre sorridere definirmi così… adulta. Senza quelle settimane passate rinchiusa tra quattro pareti nere, tra pagine di copione e monologhi riscritti mille volte, non credo che sarei riuscita a disfare il bozzolo e prendere il volo. Ci sono state una serie di altre cose, in quell’autunno, che hanno contribuito a cambiarmi e trasformarmi ma una delle più importanti è stata il teatro, buttarmi in un’esperienza nuova e lontanissima da quello che avrei scelto di affrontare anche solo sei mesi prima.

Ho imparato che per superare i limiti non devi avere limiti.
Che sono molte più le censure che ti metti addosso da solo, rispetto a quelle che ti affibbiano gli altri.
Che sono molto più dure le critiche che ti fai, che quelle che muoveranno i tuoi lettori e chi ti circonda.
Ho ricordato tutto questo, come in una memoria antica e fatta dai sensi, non di pensieri, quando durante le vacanze di Natale ho ripreso in mano Drove e scritto gli ultimi otto capitoli in quindici giorni: forza di volontà e organizzazione. Scrivere senza interruzioni, senza pormi problemi, che tanto poi li risolvi tutti quando riprendi in mano il malloppo in fase di editing. Quando ti metti a capo chino a scrivere soltanto, senza chiederti che ne sarà dopo e cosa ne penserà chi lo leggerà. A testa bassa, sudore e dita indolenzite, mentre gli altri attorno gridano e fanno a gara al regalo più bello: tu resti concentrato su ciò che fai, tagliando il mondo fuori. Resti su te stesso, su quel pezzo che credi non ne voglia sapere di uscire, ma che quando avrà l’ultima parola vergata sul foglio, avrà il sapore forte e deciso di una mattonella di cioccolato fondente assaporata dopo quaranta giorni di dieta.

Scrivere senza limit(art)i

In questo periodo ho letto diversi articoli sulle abitudini di scrittura di molti autori. Daniele Imperi Alessandro Girola, per citarne due (non) a caso. Quello che li accomuna è l’indicare un limite di parole stabilito da scrivere al giorno che varia tra le 500 e le 1500 (invidia tremenda). Io, tra i miei propositi per il nuovo anno, avevo indicato “Scrivere 150 parole al giorno” e sono riuscita a onorare questa promessa solo nelle prime due settimane di gennaio.
Ma voglio rimediare.

Così, ho scovato in rete il metodo di Chuck Wendig (di cui ha parlato anche Grazia Gironella nel suo articolo “25 cose da sapere sull’essere scrittori”) per scrivere un romanzo in un anno. E ho deciso di provare!

  • Scrivere 5 giorni a settimana.
  • Scrivere 350 parole al giorno (e se volete scrivere un romanzo, non vale quello che scrivete per il vostro blog!)
  • Scrivere per 260 giorni all’anno.
  • Relax nei week end, ragazzi! (Dopo tutto, anche Dio, il settimo giorno, si è riposato)
  • Fotti il domani, e abbraccia l’Oggi (ergo: scrivi oggi quello che non potresti scrivere domani)
  • Lascia fuori paure e dubbi mentre scrivi: fallo e basta!
  • Datti il permesso di divertirti!

Questi strategici punti valgono per la prima stesura del romanzo. Li trovo equilibrati e abbastanza semplici da seguire. Certo, mi direte, non sei riuscita a farlo con 150 parole al giorno! Ma potrei recuperare con quattro ore di scrittura non-stop nei week-end, volendo. Dopo la fine di Drove, e l’attuale editing, ho capito che con me le deadline funzionano alla grande. Forse è questione di determinazione anche questa.

Penso proverò ad adattare sulle mie esigenze (leggasi la voce “tempistiche e modalità di scrittura“) il metodo proposto da Chuck Wendig: voi farete lo stesso?
Avete qualche strategia segreta per scrivere un romanzo mantenendovi su un ritmo costante?

Ho preparato un word’s counter da far scattare il primo marzo: secondo voi ce la farò?

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