Scrivere Zen

Come si affronta la scrittura con il giusto spirito? A lezione da Natalie Goldberg.

Natalie Goldberg è un’artista poliedrica: dipinge e scrive poesie. Scrive poesie, racconta ad altri come riuscire a farlo senza ansia e tiene corsi di scrittura creativa in tutti gli Stati Uniti. Ha un passato pesante, un’ancoraggio alle radici molto forte, di cui parla nel suo manuale di scrittura creativa “Scrivere Zen“. Come ogni artista, parla dell’anima, della creatività, di come lasciare che la penna strida sulla carta e poi come debba scorrere via, fluida, rapida, leggera. Ha il sorriso che trovi nelle persone che si sentono in pace con sé stesse, che dormono sonni agitati ma che non si arrendono mai. A leggere tra le sue pagine, ci si trova in uno stato confusionale, a tratti sbigottito, a volte persino irritatante. Poi, arrivati all’epilogo, quello che ti pervade è il senso di potercela fare, di riuscire a iniziare da dove si è interrotta Natalie, per scrivere la tua storia. Nonostante abbia diversi punti in comune con Dorothea Brande – il più evidente, quello della scissione tra artista e revisore – c’è qualcosa di più umano e moderno, in Natalie. Sarà che è una nostra contemporanea, sarà che lei vive la scrittura nel XXI secolo, sarà che sembra l’evoluzione di ciò che aveva detto la signora Brande, di certo Scrivere Zen mi ha insegnato qualcosa e mi ha dato diversi punti su cui riflettere.

Scegliere di cosa parlare

A volte la chiave di lettura risiede nell’epilogo di una storia e quella di Natalie non fa eccezione.

Mi sono detta “Sai, Nat, credo proprio che il libro sia finito.” Mi sono alzata, e mi sono scoperta irritatissima. Mi sentivo sfruttata. A un tratto non sapevo più che libro fosse, di cosa parlasse; non aveva nulla a che vedere con la mia vita.

Alzi la mano chi non l’ha mai pensato. Si alzi in piedi e lo dichiari chiaramente, chi invece ha mollato molto prima di arrivare alla parola fine del proprio romanzo. Nello scrivere c’è una componente fondamentale, che è la solitudine. Soprattutto, c’è l’evidente disagio di non riuscire a scrivere in modo fluido, quanto si vorrebbe, come si vorrebbe. Natalie per gran parte di Scrivere Zen dice di scrivere un quaderno al mese. Un quaderno di pensieri, di cose, di parole. Mi sono detta che era un’idea migliore dell’imposizione del numero di parole giornaliero, che non fa proprio per me. Una mia amica in crisi con la scrittura, quando le ho proposto di provare ad adottare il metodo di Natalie per sbloccarsi, mi ha detto “Che ci faccio con un quaderno al mese? Non scrivo nulla di che, scrivo senza scopo… che senso ha, allora?” Mi ha stesa. Non mi ero chiesta il motivo: avevo iniziato a scrivere il mio quaderno senza pormi troppe domande, sapendo solo di doverlo riempire entro la metà del mese successivo. Qualche pagina, e mi sono fermata a riflettere sulla sua domanda. Che senso aveva? Non lo sapevo. Era chiaro che quel quaderno stesse prendendo la forma di un diario personale e io, a trentadue anni suonati, i diari fatico un po’ a tenerli con una certa costanza. Un centinaio di pagine del manuale più avanti, tre pagine di quaderno scritte e poi il blocco totale, Natalie mi ha dato l’illuminazione. Riprendere quei quaderni, a distanza di tempo, rileggerli e vedere cosa c’è che si può tenere, su cosa si può lavorare per scrivere qualcos’altro. Frasi da riutilizzare, un po’ come quei famosi diecimila scatti che occorrono prima di fare una fotografia decente. Dice di riutilizzare i pezzi buoni in altre opere, che possono essere un ottimo punto di partenza per creare qualcosa di nuovo e ancora inedito.

Credete possa funzionare?

La forza del dettaglio e la precisione

Essere troppo didascalici, lasciarsi andare alla descrizione compulsiva, è deleterio. Natalie però focalizza l’attenzione sull’importanza del dettaglio. Quando ricordiamo, è attraverso i sensi: il profumo della salsedine assaporato dai finestrini dell’auto alla fine del viaggio; quello dei tigli lungo i viali del centro; l’azzurro del cielo sopra Parigi, di una tinta che stempera dal grigio all’indaco; il suono di un vecchio liuto durante il matrimonio di un’amica; la consistenza della seta tra le dita. Il dettaglio riporta alla memoria una sensazione o uno stato d’animo, per questo è importante riuscire a sfruttarli a nostro vantaggio per evocare una particolare emozione, una situazione specifica.

Molto spesso capita di non essere precisi nella scrittura, e questo è un fenomeno che coinvolge le donne. Lo riporto perché rientro anch’io nella categoria delle donne che sfruttano molti “forse – ma – probabilmente – credeva – s’illudeva – non era certa“. Eccola qui, la precisione che manca nella scrittura e che la rende incerta, come se si avesse paura a mostrare quello che c’è davvero, con la tendenza a mostrare tutto camuffato nell’ottica di una probabilità e mai una certezza. Sto falciando tutte le indecisioni da ciò che sto scrivendo: voglio certezze, non (altri) dubbi!

Anche voi siete tra i dubbio-centrici?

Decanta e poi taglia (con l’aiuto del beta-reader)

Nessuna novità in merito alla sedimentazione di ciò che viene scritto. Il fare una composta di parole per poi riprenderlo ci rende più oggettivi e freschi. Una delle cose più difficili è proprio quella di stare lontani da ciò che si crea, cercando di lavorare soltanto di accetta e bisturi. Natalie sostiene che il revisore debba essere un Samurai, deciso e ferreo nella sua opera di taglio e lima. Quello che è importante è riuscire a comprendere quali siano le cose da tagliare: non sempre è facile individuarle, specie per l’autore che già tutto conosce e sa di quello scritto. E qui – lo dico io, non Natalie – l’importanza di alcuni beta-reader è fondamentale. I miei li ho scelti con accurata attenzione:

  • un lettore-tipo di ciò che ho scritto per un giudizio “di pancia” sull’opera nel suo insieme;
  • un lettore-tipo attento ai dettagli e che mi segnali incongruenze tra i capitoli;
  • un lettore-tipo che mi faccia un bell’editing spietato e che siluri il più possibile ciò che ho fatto.

Con questi tre compagni di merende, un autore può iniziare a tagliare senza dubbi. Spesso le cose che non funzionano o non quadrano, balzeranno agli occhi di tutti e tre. Alcune cose, specie a livello stilistico, saranno solo materiale per il terzo lettore, mentre il giudizio complessivo mi dà un quadro complessivo d’insieme che mi spinge a capire quali possano essere i gusti del lettore che si avvicinerà alla mia opera.

I vostri beta-reader come sono?
Ne avete?

Destrutturare le regole

Tutti inseguiamo le regole, ci invaghiamo dei manuali di scrittura e ci impantaniamo nelle regole della corretta tecnica. Uno degli aspetti fondamentali della scrittura sta proprio nel conoscere le regole per poi infrangerle. Natalie offre diversi esercizi interessanti, tra cui anche una serie di argomenti di cui scrivere se si è a corto di idee, ma nessuna tecnica segreta. Sono i manuali come questo quelli che apprezzo di più, in cui la componente dell’approccio alla scrittura supera la tecnica narrativa. Questo perché mi occorre trovare il giusto equilibrio tra lo scrivere e la vita di tutti i giorni, immagino.

Infrangere le regole: funziona? Può essere utile o rischia di essere un’arma a doppio taglio?

Gli esempi apportati da Natalie sono prettamente legati a un utilizzo astratto della narrativa, in cui non vi è nesso logico tra le parole, ma solo l’incanto di figure bizzarre, come se ci trovassimo dinnanzi a una mostra di quadri surrealisti. Belli, meravigliosi, ma con la scrittura funziona? Prendiamo una poesia di Marinetti: al loro interno si trovano onomatopee, parole e segni che riescono a creare manifesti di grande impatto tipografico, ma spesso si riducono a essere esercizi di stili, associazioni mentali e figure retoriche appaiate per dare un grande dinamismo alle parole ma che, a livello di significato, non hanno alcun senso apparente. Gli esercizi e gli esempi di Natalie, in questo senso, mi sembrano un po’ fini a sé stessi: non si ha davvero un metodo di scrittura, un’imposizione, una voglia di scrivere un romanzo o di strutturarlo.

Le sue sono idee per chi fa poesia, soprattutto.
L’approccio alla scrittura di Natalie Goldberg è di un poeta, non di uno scrittore.
La scrittura per lei è cura al male di vivere e denota la ricerca di sé attraverso di essa, come un flusso di coscienza costante che si riversa in diari a cui affidare molti pensieri e tanti dolori, qualche domanda, una vita intera. Anche il suo scrivere senza apparente motivo, senza indirizzare le parole e incanalarle verso qualcosa di più concreto che non sia solo astrattismo e mero esercizio.

Scrivere per il solo accostare una parola all’altra: ne vale davvero la pena, o scrivere è qualcosa di più?
Per me scrivere è raccontare una storia o molte storie diverse che si intrecciano, non è solo l’accostamento di segni che producono un suono armonioso o stridente.
Per voi cos’è la scrittura?

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