Storia di un’irrequieta

Ci sono anch’io, Parma.

Qualche anno fa ero certa che Parma non fosse la mia città.

Per “mia” intendo quel luogo in cui ti senti a casa, dove le strade hanno un sapore familiare, il paesaggio sempre uguale è confortante mentre lo recuperi dal finestrino di un treno che rallenta alla stazione. La tua. Non amavo Parma, quel suo essere provincialotta e dannatamente posh, così proiettata a imitare in modo imbarazzante i drammi e i vizi delle grandi metropoli come Milano. Parma e le sue credenziali di città dove tutto costa troppo anche per chi sta più che bene. Parma e la sua aura di città in cui, tutto sommato, si sta bene. Parma e la malinconia di teatri che chiudono, negozi storici che si allontanano dal centro che a stento riconosci, ormai uguale a quello di ogni altra città italiana con i suoi negozi in frenchising aperti sette giorni su sette.
Parma e quella sensazione che non ci siano mai possibilità per quelli come te.

Non l’amavo, mi andava stretta.
Credevo non ci fosse spazio per me.

Certosa di Val Serena
Certosa di Val Serena, il “mio” posto.

Volevo una città multietnica, multiculturale, una città dove ogni sera c’era qualcosa da fare, qualcuno con cui uscire, aprire gli occhi al mattino e poter cambiare lavoro senza difficoltà alcuna. Volevo vivere in una città dove, da qualsiasi parte la guardassi, restavi rapito da quello che poteva offrirti. Volevo abitare una città che mi facesse sentire parte del suo territorio, che mi rendesse fiera di essere sua cittadina. Di essere e basta, probabilmente.

Parma era un incubo: c’erano le persone che non volevo più vedere, i ricordi magari scomodi, le strade sempre uguali a quindici anni prima, la mancanza di stimoli di una città troppo piccola per sogni troppo grandi, la traccia di una malinconia dalla presenza opprimente di quegli anni in cui eri leggera di cuore e di testa. Magari non troppo, perché io ero vecchia dentro già a quindici anni con quel fardello da artista incompreso che mi portavo dietro. Sempre a sentirmi addosso il male del mondo, dell’esistenza, a sentirmi fuori luogo e fuori posto sempre più spesso. Sempre con lo sguardo basso per strada, Leopardi, Shelley e Keats nel cuore. Sempre con il male di vivere di Ungaretti incollato addosso, perché le persone malinconiche sono così, mica ci puoi fare niente per tirare fuori da quel mondo blu in cui si rifugiano. E ci si crogiolano anche. Mica te lo fanno pesare: loro, ci stanno bene lì, almeno sino a quando non decidono di dare una sbirciata fuori e forse, dico forse, gli viene anche voglia di guardare un po’ più in là, che il mondo non è stato dipinto solo a tinte sbiadite.

Di ritorno da Padova il sole era alto e caldo, persino troppo per i giorni di fine marzo. Ho scelto di passeggiare, di godermi la fiacca dell’ora di pranzo, le strade invase dagli studenti e la città in mano loro. Una volta era stata anche in mano mia, forse. E lì ho capito, ho capito tutto. 

Non era Parma che mi andava stretta: mi andavo stretta io. Ero convinta servisse una metropoli per realizzare ogni mio desiderio, quando invece la spinta doveva partire da me.

Un anno fa mi sono trasferita a vivere in città dalla provincia. Era aprile e ricordo il profumo dei tigli di lì a poche settimane, delicato e inconfondibile, che riempiva i polmoni e io sapevo che sì, ero a Parma. Chiudevo gli occhi e la vedevo: le vie del centro, i vicoli e i negozietti di Borgo Giacomo, i locali nuovi che spuntano come funghi e non abbassano mai le luci. L’aria fresca del primo mattino quando corro in bicicletta in piazza Garibaldi, la colazione in uno dei miei bar preferiti del centro, uno sguardo a piazza Duomo, sempre lì: una certezza granitica. Quando ho bisogno di silenzio ho il mio luogo speciale, che rappresenta un po’ l’archetipo di tutto ciò che amo: c’è la quiete del silenzio, l’impronta di un’antica meditazione, la storia di un edificio costruito pietra dopo pietra, posata da mani laboriose e cariche di fede.

Uno scorcio da Piazza della Pilotta.
Uno scorcio da Piazza della Pilotta scattato alle prime luci di una domenica mattina. Direzione Milano.

A Parma sono a casa. E non era lei il problema, ero io, con l’irrequietezza interiore, la voglia di fare e la paura di farlo, l’essere combattuta, mai soddisfatta, sempre timorosa di sbagliare, sempre schiacciata all’angolo, che era meglio non essere visti che essere notati, sempre un passo indietro agli altri per paura di mostrarmi, di apparire. Mi ha dato l’opportunità di sbocciare, di camminare sulle mie gambe incerte da sola, di prendere forza e allenarmi per una corsa che si chiama

davvero Vita e che voglio correre sino alla fine.

Amo la sonnolenza delle domeniche in cui la città si svuota, le corse in bicicletta tra le auto e le giornate sotto il sole della Cittadella o del Parco Ducale. Amo questo suo modo di essere stanca e sempre accigliata, questo suo non fare mai abbastanza ma bastarsi da sé. Ne detesto l’ostentata imitazione di qualcosa di meglio, ma dopo un po’ ci fai l’abitudine e passi oltre. Ho smesso di giudicare, e forse è questo che mi fa sentire Parma come mia. O forse è solo il fatto che Parma, ora, la vivo davvero. Non è più il luogo dello shopping, del mio lavoro, degli appuntamenti con gli amici. A Parma vivo, dormo, mangio. La osservo dal terrazzo di casa, immersa tra le mie erbe aromatiche che crescono fiere e rigogliose. Forse mi mancava il senso di appartenenza: la mia vita era già qui, ma la dividevo tra un paese-hotel in collina e una città che non riuscivo mai a cogliere a pieno nella sua anima antica perché restava una tappa intermedia per poi fare ritorno a un paese che non mi apparteneva più da un mucchio d’anni, dove avevo lasciato andare ogni legame eccetto la mia famiglia.

Il cielo oggi è terso, gli alberi gemmati e i fiori vestono le strade di colori e profumi che fanno girare la testa.
Via i cappotti, via i maglioni e le borse pesanti: si fa spazio alla leggerezza.

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