Storie di Resistenza: Io non ho paura

La vita è tutta questione di Resistenza ai ricordi.

Resistere, oggi, significa arrivare alla fine del mese, sbarcare il lunario. Trovare un lavoro che offra un briciolo di stabilità economica, e questo non coincide sempre con il concetto di dignità.
Poi ti guardi indietro, e vedi quelli per cui Resistere significava non abbandonare un Paese nelle mani di un ideale imposto, non cercato né voluto.

Le mie nonne me l’hanno insegnato: non si smette mai di ascoltare, né di ricordare. Vivono nel ricordo di chi se n’è andato, nel ricordo di ciò che era la vita quando si stava peggio, ma di certo, meglio di ora. Anche con la guerra sopra casa e tutt’attorno, con le bombe sganciate a pochi chilometri e la paura di essere i prossimi a essere seppelliti sotto le macerie. La guerra l’hanno vissuta in modo diverso loro, una ragazzina e una già quasi donna. L’una, a restare impigliata nei rami di un pesco mentre i tedeschi sganciavano le bombe sulla città. Terrorizzata, le mani sulle orecchie, sperando finisse e di essere ancora viva per raccontarlo. Dieci anni e la paura di morire ogni giorno, per aver fatto la scelta sbagliata: quella dei cristiani veri, che credono prima di tutto in Dio e poi nella Chiesa. Quelli che hanno nascosto tre giovani tedeschi di nemmeno vent’anni nel fienile e il terrore puro, forte e cieco, di essere scoperti e ammazzati tutti quanti. Che fossero partigiani o altri tedeschi, aveva poca importanza: la fine sarebbe stata comunque la stessa.
Invece li hanno salvati.
Li hanno rimandati in Germania, loro a piangere e ringraziare in una lingua che mia nonna non dimenticherà mai. Stranieri in terra straniera, a combattere una guerra voluta da altri. Si sono salvati tutti, in quella casa di campagna in cui si viveva dei prodotti della terra e del proprio sudore.

L’altra, già ragazza, a dover combattere contro il regime fascista mentre finiva la scuola con la divisa da Balilla. L’imposizione di uno stile di vita mai voluto. Un fratello scappato sui monti, l’altro disertore. Uno che è sceso all’estremo Sud, fuggendo da una guerra che non voleva fare, lavorando nei campi per le famiglie senza uomini, che quelli erano andati al fronte e chissà se sarebbero tornati mai. E’ sceso lungo lo stivale e poi, quando gli Alleati sono sbarcati, è risalito con loro, lentamente. Eppure è tornato anche lui. Lei, invece, ha sentito le grida delle torture sotto casa, ha visto i rastrellamenti e ha temuto di essere tra quelli, quando tutti in fila nel cortile della chiesa hanno chiesto i nomi dei partigiani. Silenzio. Ripagato con la morte di quelli che avevano trovato. Le ricorda ancora, le urla, le racconta ogni volta con lo stesso sguardo assente rivolto a quei giorni, quando correre in bicicletta da un paese all’altro era necessario per dare agli altri la forza di andare avanti.

Sapevano sarebbe finita, che la guerra non dura per sempre, nemmeno se ce l’hai in casa e ci cresci insieme.

Che la guerra, come diceva quel prozio che è stato come un padre per mio padre e un nonno per me, la fai solo se ti appartiene. Altrimenti, non è niente. Solo uno sbaglio.

Il mio 25 aprile è fatto di ricordi. 
Il mio 25 aprile parla di un mondo che conosco tra le colline del paese in cui vivo. Le attraverso con lo sguardo e le vedo settant’anni fa, mentre le Brigate Nere sfilano lente per una strada che non ha nulla a che vedere con quello che è ora, fatta di negozi e asfalto. Settant’anni fa era un canale a cielo aperto dove le donne andavano a lavare i panni e i bambini a giocare. Il mio 25 aprile legge i nomi tra le lapidi in ricordo dei caduti protagonisti di quelle storie con un’anima. Di quei ventenni che non hanno ceduto alle torture, che l’Ideale — il loro — era tutto. Valeva ancora la pena morire per quella cosa che si chiama Libertà.

Avevamo paura, credevamo di morire ogni giorno. Ma ce l’abbiamo fatta.

Il mio 25 aprile significa ascoltare un mondo che mi parla e non vuole essere dimenticato. Un pezzo di storia che continua a gridare.
Io Ricordo.
E a volte, è un po’ come Resistere.

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