Tamara de Lempicka

La donna che ha avuto il coraggio di vivere secondo le proprie regole.

Sabato mi sono concessa una gita a Verona, una sorta di pellegrinaggio artistico all’inseguimento di Tamara de Lempicka.
Ci sono artisti che spesso non consideri nelle tue corde, che snobbi un po’ perché non è che parlino poi così tanto alla tua anima.
Ti capita di vederli da vicino, toccarli con mano con l’animo nella giusta predisposizione e sembra abbiano moltissime cose da dirti, da insegnarti.

Tamara è stata una rivelazione. 

La personale curata da Gioia Mori non è solo una mostra, ma un viaggio.
La mostra si articola attraverso le città in cui ha vissuto: dalla Russia a Parigi, poi gli Stati Uniti e il Messico. Il percorso si snoda attraverso le case della pittrice, dal primo studio alla periferia di Parigi sino alla villa a Hollywood ideata Wallace Neff. Fotografie d’interni, dipinti , oggetti e nature morte fanno riaffiorare la vita di Tamara de Lempicka, tra sacro e profano.
Affiancate alle opere dell’artista, fotografie dell’epoca di altrettanti fotografi famosi; in sottofondo, musica d’autore, da Chopin a Consuelo Velázquez.

Tamara de Lempicka ha una biografia da Oscar, che fa sognare.
Nasce in Russia sul finire del 1800, ma l’anno esatto resta un mistero.
La madre è polacca, il padre un ricco ebreo russo; la sua formazione artistica è curata dalla nonna, nel prestigioso collegio di Losanna, in Svizzera.
Appena diciottenne, Tamara sposa l’avvocato Tadeusz Łempicka. Un paio d’anni dopo, la rivoluzione rischia di portargli via il marito, ma grazie alle sue conoscenze e alla vendita dei propri gioielli, Tamara riesce a metterlo in salvo. I Łempicka decidono di trasferirsi a Parigi, dove nasce la figlia Kizette. In questo periodo Tamara impara l’arte. Si applica con dedizione: otto ore al giorno di disciplina ferrea. Tamara de Lempicka non inventa niente, ma rielabora e fa sue le origini russe, la graffiante cromia da cartellone pubblicitario, i dettagli d’alta moda, gli innesti rinascimentali, la decostruzione cubista delle città, la luce fotografica ricreata con lampade artificiali sui corpi delle modelle e gli arabeschi Art Decò in un’esplosiva un’unicità plastica. 

Tamara cerca di sfondare in Italia, così a metà degli Anni Venti ritrae in un bozzetto Bianca Bellincioni – soprano, attrice e moglie di Ricordi – che fa da tramite con il conte Emanuele Castelbarco che organizza una delle prime personali della pittrice. L’Italia non l’apprezza, la mostra è un flop: così Tamara decide di puntare sul Vate e convince D’Annunzio a invitarla al Vittoriale. Lei passerà mesi nel disperato tentativo di ritrarlo, lui di sedurla. Dopo un anno, i due si lasciano senza aver raggiunto il proprio scopo. Le memorie di Aélis Mazoyer, una delle cameriere di D’Annunzio, verranno pubblicate a metà degli Anni Settanta da Franco Maria Ricci, che darà così nuovo impulso alle opere della Lempicka.

In un’Europa sull’orlo della Seconda Guerra Mondiale, Tamara sposa il barone Raoul Kuffner de Diószegh, dal quale eredita il titolo nobiliare e con cui si trasferisce a Beverly Hills e, pochi anni dopo, a New York. La figlia Kizette viene lasciata in collegio e, al suo ingresso negli Stati Uniti, viene presentata ufficialmente come la sorella minore. Un rapporto controverso, quello con la figlia, abbandonata in favore dell’arte. Tamara lima, elimina, omette dettagli. Fa di sé stessa e della sua vita un prodotto commerciale. Elimina le critiche, accentra l’attenzione sui propri vestiti e sulle pellicce sfarzose, fa parlare di sé in favore delle proprie opere. Dosa con sapienza le proprie conoscenze: detesta la borghesia e la mediocrità e s’innamora con facilità. Di uomini e donne, l’importante è amare senza riserve. Dopo la morte del barone, Tamara si trasferisce a Houston, in Texas, dove vira la propria arte verso l’astrattismo, ma senza successo.

Muore nel 1980 a Cuernavaca, in Messico, e le sue ceneri vengono sparse sul vulcano Popcatepetl.
D’altra parte, tutto il mondo è casa, per una cosmopolita che non ha mai avuto paura di vivere davvero, senza limiti.
Come quella donna che guida, in un suo autoritratto, una Bugatti verde.
E guarda lontano: distante e irraggiungibile.

Vivo la vita ai margini della società, e le regole della società normale non si applicano a coloro che vivono ai margini.

 

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