Il metodo Stanislavskij applicato alla scrittura

Dal palco alla pagina. Scrivere testi tridimensionali.

Konstantin Sergeevič Stanislavskij può essere definito il padre del teatro (russo e non solo) moderno. Contrapposto alla tecnica dello straniamento di Bertolt Brecht, che richiede all’attore di staccarsi dalle proprie opere portando l’arte al di fuori e oltre sé stessiStanislavskij richiede che l’attore si addentri nell’opera e ne diventi parte integrante. Che riesca a entrare e uscire da essa come se dismettesse una personalità che gli è di troppo ogni volta che valica la scatola nera del teatro e ne indossi un’altra.

In teatro viene utilizzato il metodo Stanislavskij, che con “Il lavoro dell’attore su se stesso” e “Il lavoro dell’attore sul personaggio” (le sue due opere sulla tecnica teatrale) ha offerto ottimi spunti di riflessione su cui lavorare.

Cosa c’entra un russo, vissuto alla fine dell’Ottocento e che non ha mai scritto nulla con la scrittura?

Provate a immaginare di essere su un grande palco, le luci calde dei riflettori sulla pelle, il buio in sale. Non vedete nulla, se non tra le prime file: non sbirciate! Chiudete gli occhi, inspirate e concentratevi. Avrete probabilmente un monologo di apertura, o battute incisive che facciano muovere il vostro personaggio per renderlo vivo all’istante agli occhi degli spettatori. Immaginate quel pezzo che avete ripetuto e provato decine di volte allo specchio, con i vostri compagni, intrecci di dita e di voci. Il momento è arrivato: chi avete portato in scena?
Salomé, Ofelia, Amleto, Macbeth, Cyrano, Godot, D’Artagnan, Arlecchino e le maschere della commedia italiana? O qualcuno dei personaggi del teatro russo di cui odio ogni singolo personaggio del loro repertorio teatrale e letterario?
Ho scelto personaggi di opere famose perché in questo modo potete notare la differenza tra il nostro modo di vivere e il loro, dall’epoca storica allo stile linguistico. Eppure gli attori riescono a calarsi nella propria parte all’apparenza senza problemi. Vi siete mai chiesto come fanno?

Questione di affinità e “Pere ivanie”, ovvero reviviscenza

Il metodo Stanislavskij si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Le sue radici risiedono sull’esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo.
In parole povere, dobbiamo metterci nei panni di chi ci legge.
Tanto più un personaggio avrà un vissuto forte, realistico, tanto più risulterà verosimile e credibile agli occhi dei lettori.
Quando prendiamo in mano il copione per la prima volta per studiare la nostra parte, mano a mano che ci addentriamo nella vicenda, impariamo a conoscere il nostro personaggio. Chi è, cosa fa per vivere, qual è la leva che muove le sue azioni all’interno della vicenda, perché intraprende un determinato percorso

Queste sono le prime domande che dovremo porci per recuperare almeno una bozza di chi saranno i nostri personaggi.
Uno, nessuno, centomila… chi sono?

Dobbiamo saperlo meglio noi di chiunque altro.
La prima scrematura è pronta: abbiamo finalmente i nostri protagonisti, ma non basta.
Stanislavskij vuole molto di più dai suoi attori.

Il processo di reviviscenza parte dalle funzioni dell’immaginazione e prosegue con lo sviluppo dell’attenzione, l’eliminazione dei cliché e l’identificazione del ritmo. La reviviscenza è fondamentale perché tutto ciò che non è rivissuto resta inerte, meccanico e inespressivo.

Stanislavskij focalizza l’attenzione su alcuni aspetti fondamentali per una buona realizzazione del personaggio. Per rendere i personaggi credibili, ecco come dovremo comportarci:

  • eliminare i cliché;
  • sviluppare l’attenzione;
  • mantenere un buon ritmo narrativo;
  • comunicazione (con gli altri attori, dunque gli altri personaggi) ascoltando davvero la battuta dell’altro, evitando la meccanicità dei gesti;
  • l’attore deve essere vero in un contesto di farsa.

Verità collettiva e verità del singolo

Il metodo Stanislavskij permette all’attore di portare in scena il suo privato. Il bagaglio interiore di un attore è costruito da verità collettive. L’attore può quindi sviluppare una verità del singolo che coinvolge tutti.

L’attore deve portare in scena il suo bagaglio personale. Se vorremo essere credibili, dovremo riuscire a trovare un punto in comune tra la nostra opera e il nostro pubblico.
Se ti chiedono di essere felice, a comando, non saprai farlo. Ma se ti chiedono di ricordare cosa ti rende felice, allora sarà più facile replicare quel sentimento.
Come possiamo utilizzare questo bagaglio di sentimenti inespressi ed esperienze assopite?

  • Lavorando sulle nostre esperienze: sarà più facile trasmettere il nostro messaggio;
  • ricordare uno stato d’animo, un aneddoto, renderà più semplice indirizzarci verso una verità collettiva. Sappiamo tutti come ci si sente quando si è felici, si è tristi o determinati a raggiungere un obiettivo. Dobbiamo imparare a trasforma le nostre esperienze di vita in una verità che possa essere compresa da tutti;
  • cercare punti di contatto tra la nostra vita e quella dei nostri lettori;
  • le esperienze non potranno essere le stesse, ma dovranno essere legate per analogia e affinità con quelle di chi ci legge.

Sembra facile ma non lo è.
Non dobbiamo riversare tutti noi stessi nella nostra creazione, ma dovremmo essere il punto di partenza per arrivare alla creazione di un’altra parte di noi stessi.

Da Verga a Pirandello: tra realismo e lanterninosofia

Passiamo ora dal teatro alla letteratura che, si sa, sono strettamente collegate, anche se a scuola finiscono con il raccontarci l’uno e portarci a vedere spettacoli mattutini dell’altro, tra la noia generale della classe e la voglia di scappare verso il centro in cerca di migliori avventure.
Siamo sempre a inizio Novecento, ma questa volta in Italia, lontano da Germania e Russia.
Stanislavskij non chiede agli attori di astrarre la propria personalità né di riportarla fedelmente sul palco. Gli chiede un processo di trasformazione delle proprie esperienze e del proprio vissuto alla ricerca di qualcosa che faccia da trampolino di lancio per una nuova vita.
Che c’entrano Verga e Pirandello?
Entrambi hanno lavorato sul tema del lavoro minorile e la questione meridionale, ma in modo completamente diverso. Rosso Malpelo di Giovanni Verga e Ciaula scopre la luna di Luigi Pirandello affrontano il tema l’uno con il pragmatismo verista, l’altro con l’accento sull’incoscio e l’emotività che nasce dal sentimento del contrario, in cui dietro la maschera comica si nasconde la tragicità della sofferenza. Nonostante il messaggio sia il medesimo, il canale e il metodo espressivo che lo veicolano sono molto differenti, quasi opposti. Lo studio di queste due novelle – che, nel 90% dei casi, vi sarete sciroppati negli anni delle superiori – identificano quanto siano fondamentali l’impronta personale e il proprio vissuto all’interno di ciò che desideriamo raccontare. Ma, più di tutto, ne evidenzia la necessità per distinguerci dagli altri. Perché non è detto che i vostri vampiri siano uguali a quelli di tutti gli altri (lo giuro!).
Proprio come per Brecht e Stanislavskij, che giungono a due metodi teatrali opposti per raccontare gli stessi personaggi nel medesimo periodo e contesto storico.

Sono l’esempio di come lo scrittore ha piena libertà di movimento e narrazione riuscendo a mantenere il focus sull’obiettivo.
Riuscire a essere verosimili in quello che si racconta, anche se si tratta di dinosauri parlanti che popolano una galassia lontana lontana non è affatto difficile se c’è alla base ciò che ci ha tramandato Stanislavskij: empatia e reviviscenza.

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There are 8 comments on this post
  1. Nocturnia
    Aprile 18, 2015, 4:03 pm

    I LOVE YOU SO MUCH quando scrivi articoli del genere. ♥

    *si schiarisce la voce e smette di stritolarla*

    Io seguo Pirandello. E un po’ anche Svevo. E un po’ anche Kafka, in alcune tematiche.
    Non so che fanwriter/autore sono, ma quando scrivo mi concentro sulla parte più realistica della natura umana e dei suoi costrutti.
    Possiamo romanzarla, possiamo anche regalarle un po’ d’epica, ma come hai scritto tu, la vita è amorale.
    La Vita non è equa secondo i nostri canoni perché dispensa doni e disgrazie senza badare a chi si è oppure a cosa si è, mentre noi uomini diamo una scala di valori a qualsiasi cosa. La Vita no.
    Tendo a scrivere in base a ciò che mi piacerebbe leggere e a ciò che sento più affine.
    Alcune tematiche posso ritrovarle in altri libri e rimanerne affascinata, ma se non riesco a rievocarle, se non ho almeno un sentimento vissuto personalmente che possa agganciarsi a esse, allora è molto difficile che sia in grado di riproporle e usarle in qualsiasi contesto.
    Banalmente, scrivo di ciò che conosco, di ciò che comprendo con la mente, con la pancia e con il cuore.
    Scrivo di quello che ho vissuto, di quello che ho visto vivere e che, in qualche modo, mi ha coinvolta.

    Leggo invece ciò che mi fa male, molte volte.
    Leggo autori che mi piazzino un bel pugno in bocca e mi ricordino la terra e il fango, il sangue e l’arena.
    A volte provo a leggere qualcosa di “leggero”, magari una commedia, ma, inevitabilmente, finisco per non crederci – per trovarla irreale, anche se ben scritta.
    Vivo il dramma paradossale di voler sfuggire (a volte) dal realismo e di non poterlo fare perché io stessa sono troppo realista e il mio cervello va in automatico.

    Sono una brutta bestiaccia, lo so.

    *si gratta dietro le orecchie come i gatti*

    Bellissimo articolo e pieno di spunti interessanti, come al solito! ♥♥♥♥♥

  2. Aprile 26, 2015, 8:15 pm

    Amo gli autori che riescono a mostrarmi un vissuto lontano dal mio, ma con personaggi in cui riesco a immedesimarmi. Se i personaggi sono troppo diversi da me, spesso mi suscitano un’irritazione latente che alla fine mi spinge a mollare il libro. L’empatia è il meccanismo che funziona meglio con me.
    Ti ho sentito spesso dire che la storia non deve avere morale, perché la vita è immorale. Cosa intendi esattamente, morale in senso moralista o morale in senso significato? Io vedo molti significati nella vita in generale, e amo trovarli nelle storie che leggo, sempre che l’autore riesca a non farmeli sembrare pillole zuccherose. Forse siamo agli antipodi?

  3. Aprile 27, 2015, 9:41 pm

    Sono in ritardo infame e solo perché ho lavorato come una dannata su più fronti. Ormai sto esaurendo le batterie, se non mi vedete online per più di 72 ore (avevo scritto “euro”…) preoccupatevi.
    Io odio Kafka ma in teatro mi ha fatta rizzare i peli sulle braccia quando abbiamo interpretato quindici scarafaggi disperati. Sono stata malissimo quella volta! Pirandello lo adoro ma Svevo NO. Svevo lo odio ancora più di Kafka, al pari di tutti gli autori russi: per me è fuori, è una palla al piede, è angosciante, è soffocante. Ecco, mi soffoca, per questo non riesco a sopportarlo. Amo invece le letture che mi prendono lo stomaco e le viscere, e poco importa se mi immedesimo poco o nulla. Per me i personaggi finiscono con l’essere persino accessori alla storia che raccontano, se questa funziona in modo violento e perfetto.
    Storia intensa = personaggi intesi?
    Non lo so, me lo domando e non trovo una scissione tra i due, ma nemmeno un legame tanto forte da tenere in piedi l’equazione.
    Ci sono storie che non potrebbero esistere senza i propri protagonisti altre che, anche mettendoci un attore di B-Movie, probabilmente sarebbero ugualmente belle. Forse è più un ragionamento che funziona per le coppie e le storie d’amore: quelle sì, che devono essere accessorie e non il nucleo centrale in OGNI storia!
    E parlo da fanatica scrittrice di storie d’amore, purtroppo per voi =P
    Mmh… scrivo di tutto ciò che mi colpisce, ma soprattutto: le storie che vorrei leggere.
    Spesso inizio a documentarmi come un vecchio topolino di biblioteca alla ricerca di mille cose e indizi, li metto insieme e poi dico “Ehi, questa sì che è una storia!” e magari non è nulla che ho vissuto.
    Sarà assimilazione per osmosi?

  4. Aprile 27, 2015, 9:50 pm

    Io anche se non mi immedesimo (e mi capita spessissimo in realtà, infatti sono davvero pochi i romanzi che sono riusciti a farmi commuovere) riesco a leggere e ad amare una storia a prescindere da chi la muove. Per morale intendo la lezioncina da fiaba di Esopo. Sento molti autori dire che il loro romanzo a un doppio significato, spesso pretendendo di insegnare qualcosa, di impartire una lezione di vita. Sono quegli autori che prendono la scrittura un po’ con la filosofia didattica di fine Ottocento, da intellettuali borghesi. Io leggo un libro perché amo leggere e voglio appassionarmi a quella storia. Significati? Mi piacere credere che ognuno possa trarre la propria morale, la propria riflessione. Impartirla dall’alto è sbagliato, è un modo altezzoso di vedere il lettore. Come se lo si ritenesse troppo stupido e si volesse desiderare a ogni costo la banalità della denuncia sociale.
    L’esempio più scemo che mi può venire in mente è lo scrittore di un romanzo in cui ci sono gli zombie che ti dice “Be’, è una chiara denuncia al capitalismo.”
    E tu resti tipo con la faccina del gatto a cui hanno appena pestato la coda: che vuoi da me?
    Anche la Rowling ha cercato di spiegare il Significato Ultimo della saga di Harry Potter. Risultato?
    L’ho odiata A MORTE.
    Non so se è chiaro, è un po’ difficile da spiegare, ma è che a me piacciono le storie grigie, perché nella vita spesso non ci sono né vincitori né vinti, non c’è il Bene che trionfa su tutto e il Miracolo che sistema ogni cosa. Questo è un messaggio che trovo profondamente sbagliato, perché nella vita devi guadagnarti tutto ed è così che deve vincere un personaggio: con la propria forza d’animo. Con questo non dico che debbano esserci solo stragi, ma che ci sia quella punta di distacco tale da poter lasciare possibilità anche al peggiore degli antagonisti di essere redento.
    Mi sono fatta comprendere?

  5. Aprile 27, 2015, 10:14 pm

    Adesso ho capito cosa intendi, e mi trovo d’accordo con te quasi su tutto. Mi discosto nel fatto che io vedo il quotidiano come pieno di miracoli, perciò non mi suona falso trovarli nei finali delle storie. Resta da vedere se questo mio modo di vedere la realtà lo rendo in modo plausibile oppure no.

  6. Maggio 04, 2015, 11:04 pm

    Non tutti i finali felici sono falsi, ma spesso credo si voglia finire nel “bene” a ogni costo. Mi è capitato spesso di avere la tragedia assicurata nel finale e poi ribaltare la situazione all’ultimo capitolo. O l’esatto contrario. Questo perché nel mentre, la storia aveva preso una piega inaspettata e le cose erano destinate a finire in altro modo. Non ricerco il finale tragico a ogni costo, sia chiaro, ma mi rendo conto che le cose a volte non vanno come vorrei. O come ho pianificato. Questo intendo sul finale: ma mi rendo conto che, dopotutto, la scrittura è anche un modo per vivere “meglio”, lasciando le brutture della vita fuori dalla porta per qualche ora.

  7. Maggio 05, 2015, 5:28 am

    Penso che sì, si legga anche per vivere meglio, o imparare a farlo vedendo le luci, oltre alle ombre. Certe volte un finale triste e drammatico contiene comunque in sé la speranza, e allora di solito è bellissimo e straziante. Se non contiene speranza in nessuna misura, sento di avere sprecato il mio tempo. Per avere una fotografia delle brutture della vita mi basta leggermi un quotidiano.

  8. Maggio 10, 2015, 4:48 pm

    Sì, lo credo anch’io. In realtà non ho mai incontrato romanzi il cui finale mi abbia lasciata con l’amaro in bocca. Ad esempio, ho spesso messo in parallelo “Gridare amore dal centro del mondo” e “I passi dell’amore“, che trattano entrambi due storie d’amore tra adolescenti in cui la ragazza, si ammala di tumore. La storia è analoga, ma ha due finali differenti. Alla morte della ragazza, l’uno si ricostruisce una vita e si innamora di nuovo (Gridare amore dal centro del mondo) e l’altro, invece, decide di non risposarsi. Colpo di scena, è di un autore giapponese il primo, mentre il secondo di Nicholas Sparks. Mi sono trovata a essere quasi infastidita, all’epoca, da quella voglia di vivere di nuovo, come se fosse stata poi una mancanza di rispetto della donna che il protagonista aveva detto di amare per tutto il romanzo. Questo perché, in un certo senso, ho avvertito una totale mancanza di congruenza tra la forte devastazione del prima e il riscatto del dopo. Ma io sono spietata: se una storia non ha senso di finire bene, non cerco un happy ending a ogni costo. Poi, sono anche quella che ha spesso personaggi secondari piuttosto attivi, per cui se va male ai protagonisti, va meglio a qualcun altro (^.-)

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