22 Novembre 2023

Connessioni episodio 5 - Rumore

Connessioni episodio 5 - Rumore

Dagli Anni Settanta, Umberto Eco indaga la relazione tra comunicazione e media, offrendoci un'analisi acuta e profonda che è un inno all'allenamento del pensiero critico.

“Stagno antico
si tuffa una rana -
eco dell’acqua.”

Nel 1967, Umberto Eco scrive “Per una guerriglia Semiologica”, un saggio che ci invita ad allenare il pensiero critico davanti ai messaggi diffusi dai media. Umberto Eco non si ferma mai: anche quando scrive per l’Espresso, il suo sguardo si sofferma sulla meccanica dell’informazione per mostrarci come funzionano la stampa, la tv e internet. Come funziona l’informazione e come ogni media, alla sua nascita, abbia inevitabilmente influenzato gli altri. 

La meccanica dell’informazione agisce sulla comunicazione. Su come comunichiamo gli uni con gli altri. E ha un impatto anche sul nostro modo di comunicare, di ricevere il messaggio. Di fare marketing.

Ma cosa significa “meccanica dell’informazione”? Immagina di dover inviare un messaggio tramite l’alfabeto Morse a una tua cliente.

  • Una Fonte (tu) trasmetti un Segnale attraverso un Canale
  • Dall’altro lato, un Ricevitore trasforma il segnale in Messaggio per il tuo Destinatario

Questa catena comunicativa subirà la presenza di Rumore lungo il Canale. Hai presente quel gioco che facevamo da bambine, quando - in cerchio con i nostri amichetti - ci passavamo una parola all’orecchio, uno dopo l’altro, e l’ultimo del cerchio doveva riportare la parola iniziale? La parola non arrivava mai a destinazione nel modo giusto. Era storpiata, sporcata da rumore, mai uguale alla parola originale. Il Rumore, nella comunicazione, funziona allo stesso modo: causa interferenza e fraintendimento.

Il Messaggio dovrà quindi essere ripetuto per arrivare a chi vuoi tu, nel modo in cui vuoi tu. È una questione di affidabilità: più il Messaggio è ripetuto, più siamo certi che venga compreso. È il motivo per cui, nel marketing, si invita a ripetere e amplificare il messaggio. 

Manca però ancora un elemento importante della nostra catena comunicativa: il Codice, da cui dipende il Messaggio.

  • Perché tu - la Fonte - e il tuo Destinatario possiate comprendervi, avrete bisogno di un Codice comune. È solo in base al Codice che siamo in grado di stabilire se gli elementi del messaggio sono intenzionali - voluti dalla Fonte - o conseguenza del Rumore.

Ciascuno riempie il messaggio di significati che gli sono suggeriti dalla sua situazione antropologica, dal proprio modello di cultura e dal proprio mondo interiore. Nel quotidiano, l’ambiguità del messaggio è minima, ma nei mass media l’ambiguità è la regola. 

Per questo motivo, dobbiamo essere Destinatari del messaggio attenti, critici, riflessivi. Consapevoli. Come stiamo interpretando quel messaggio? Quali filtri personali abbiamo adottato per entrare in relazione con lui?

Viviamo in un momento storico in cui i social media ci chiudono nelle echo chambers, le camere dell’eco in cui - attraverso la filter bubble degli algoritmi - continuiamo a vedere solo contenuti simili a quelli con cui abbiamo interagito. Questi contenuti ci fanno sentire al sicuro, ci danno certezze. Vediamo solo uno spicchio di mondo: quello che piace a noi e che conferma le nostre idee attraverso l’attivazione del “bias di conferma”. Questo tipo di bias distorce l’informazione su più livelli: la raccolta, l’interpretazione e il recupero delle informazioni dalla memoria. 

Perché è importante conoscere la meccanica dell’informazione? Per poter uscire dalla nostra bolla e osservare con sguardo critico una dinamica attiva su ogni media: anche online, dai social alle testate giornalistiche. Per osservarci come utenti, per soffermarci a leggere tra le righe, per superare il rumore bianco delle notizie irrilevanti e ricercare l’autenticità sotto la superficie. 

Umberto Eco definisce censura additiva tutto ciò in cui si commenta, ma non si rivela nulla. Hai presente quando nella pagina Cultura di un qualsiasi settimanale trovi la recensione di un film o di una mostra e l’immagine riguarda tutt’altro? Quella è censura additiva: tu che leggi, sei perennemente su di giri. Sei tradita dall’informazione. E questo avviene anche nella comunicazione digitale: siamo in perenne stato d’eccitazione. La censura agisce in due modi: attraverso il silenzio e attraverso il rumore. La prima non ci parla; la seconda, parla moltissimo. Di cose irrilevanti, amplificate al massimo, senza inventare nulla.  

Il nostro intenso bisogno di rumore ha la funzione di impedirci di focalizzarci su ciò che sarebbe davvero importante. Il rumore è il messaggio What’s App all’amica mentre stai leggendo, quello ai figli per sapere se sono arrivati a destinazione dopo un viaggio in pullman, il podcast nelle orecchie mentre cucini, riempire il viaggio in treno di storie per Instagram anziché perderti nel panorama o leggere un libro. È quando hai un’intrusione dall’esterno. Ti ricordi la rana nello stagno che ho citato all’inizio della puntata? Ecco, immagina quello spazio, quel vuoto, quell’assenza di rumore. Riesci ad averla durante le tue giornate?

Ricerchiamo l’assenza di rumore e viviamo nell’assenza di distanza sui social media, inuna commistione di pubblico e privato. La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare: per questo, anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima riduce drasticamente il rispetto e, una società senza rispetto, senza pathos della distanza, sfocia in una società del sensazionalismo. Alla nominalità sono legate la responsabilità, la fiducia e la promessa. La fiducia può essere definita una fede nel nome. Online quanto c’è di personale? Quanto di privato? Quanta distanza c’è, tra noi e gli altri? C’è una perdita di rispetto verso l’altro, di mancanza di dignità e desiderio di umiliazione, ogni volta che qualcuno viene messo alla gogna pubblica. Come un processo in diretta TV, dove siamo tutti spettatori e il colpevole già colpevole per il grande pubblico. Se anche quella sentenza fosse di assoluzione, un processo a porte aperte ai media implica la totale distruzione dell’imputato. O di una delle parti. I mass media quanto stanno cambiando i nostri criteri di libertà, privatezza e pubblicità?

I social media ci impongono l’esigenza di avere un’opinione personale da condividere ma c’è una grande differenza tra l’avere un’opinione personale e avere un’opinione originale, al punto da essere condivisa. Cosa cerchiamo online? Opinioni o fatti? 

Di fronte a frasi poste tra virgolette, a dati e numeri statistici, abbiamo il diritto - e il dovere - di domandarci sino a che punto fidarci. Quando parliamo non ci sono solo le parole, quando abbiamo dati statici - fatti rassicuranti - non c’è solo il numero. Dobbiamo ricordarci del contesto di quella frase, di quell’immagine, di quella fotografia rubata, di quel sondaggio che prende un campione limitato di dati. Le nostre parole hanno significato solo nella circostanza precisa in cui le abbiamo pronunciate. Se vengono isolate e decontestualizzate, sono altre parole perché quel pensiero espresso è limitato alla circostanza in cui è stato enunciato. Quanta comunicazione vedi, così, sui quotidiani e sui social? Non esiste mai notizia obiettiva, perché se anche la notizia avesse tenuto distinta informazione da commento, quello che accade è che l’impaginazione per tematiche - ovvero raggruppando più notizie simili tra loro - ci porta a pensare che quei casi siano molti di più. Hai presente quando all’improvviso, un fatto di cronaca nera sembra spandersi a macchia d’olio, come una metastasi, in un’area geografica definita? È perché quelle notizie sono raggruppate in un’unica pagina, o categoria: e sembrano molte di più.

Ed eccoci alla cronaca nera, la scelta Crimen, che innalza i click e da cui siamo travolti tra indignazione e voyerismo. Le notizie legate alle catastrofi, alla morte, alla violenza e al dolore ottengono una copertura mediatica altissima perché siamo desensibilizzati alla morte. Il successo dei podcast crime e la cronaca nera in perenne prima pagina sui giornali con le notizie condivise all’impazzata sui social, lo confermano. “Se scorre il sangue”, direbbe Stephen King, “Se sanguina, conduce" dicono dagli Anni Quaranta. È in questa locuzione che si colloca la capacità dello spettatore di comprendere gli estremi della violenza e della morte che sta consumando e la capacità di un giornalista di coprire un argomento difficile senza sensazionalismo né commento personale. Alma Fausto dell'Orange County Register si occupa di criminalità e sicurezza pubblica, argomenti che le permettono di capire come può essere raccontato e vissuto un episodio di violenza dal punto di vista della vittima, del sospettato e delle rispettive famiglie.

«Penso che se non esistesse la televisione, se non esistessero i giornali, la gente sarebbe comunque interessata a un'occasione di violenza», ha detto Fausto. «I social media, le serie poliziesche di Netflix, i documentari, tutto in realtà, fa appello alle tendenze voyeuristiche delle persone perché molte di queste produzioni, storie, giornali e riviste fanno sì che cose come l'omicidio sembrino interessanti da risolvere.»

E tu, cosa puoi fare per migliorare la qualità dei tuoi contenuti, per essere un’utente più attenta a ciò che consuma online? Ecco alcune riflessioni che puoi portare con te.

  • Quali sono le opinioni per cui vale la pena spenderti? Porta nella tua comunicazione ciò che è rilevante, che rispecchia i tuoi valori e il tuo modo d’essere. Non creare rumore: crea esperienze.
  • Scegli i confini tra pubblico, personale e privato. Arricchisci i tuoi contenuti di personalità e opinioni personali, racconta ciò che ti rende, semplicemente te. Scegli gli argomenti di cui parlare, che si collocano nella sfera del tuo core business, ovvero di quei contenuti informativi ed educativi che supportano il tuo business dal punto di vista strategico. E poi, nel terzo insieme, metti tutto ciò che rientra nella tua sfera privata, e lasciala lontana dai social media e dalla tua comunicazione. Rispetta e tutela ciò che è intimo e sacro per te. 
  • L’indignazione è da sempre un motore potente. Ed è ciò che ci induce, sull’onda emotiva legata a una causa che abbracciamo, a condividere fatti di cronaca, a immergerci nella politica e nell’attivismo. Tu, in che modo vuoi combattere le tue cause? Osserva la tua indignazione e, prima di pubblicare e condividere contenuti legati a un tema di cronaca caldo, pensa con quali emozioni stai nutrendo il tuo pubblico. Ti unisci a un coro di rabbia, frustrazione e violenza? Scegli la strada di chi combatte dietro le quinte? Cerchi fonti, libri e collaborazioni per creare un dialogo costruttivo sul tema? Fai azioni concrete, come beneficienza o volontariato per sensibilizzare il tuo pubblico? E poi, domandati quanto sei costante su questo argomento, o se ne parli solo quando i media nazionali (e non solo) lo portano alla tua attenzione. C’è una sollecitazione esterna, o è qualcosa che - con costanza - parte dal centro di te? Non devi avere un’opinione su tutto. Ricordi? Esistono opinioni personali e opinioni interessanti. Rifletti su queste ultime, che faranno crescere te e il tuo pubblico: insieme.
  • Il digital detox non è la soluzione per abbassare il rumore e non farti inghiottire dai social, dai commenti degli utenti, da una mangiatoia di reel che ammazzano la noia. Una possibilità è quella di imparare a essere consapevole del tempo che consumi online. E con quali contenuti. Metti confini al tuo modo di vivere la rete, definisci le ore in cui sei online per lavoro e quelle per piacere o formazione. E limitati a ciò che stabilisci.
  • Elimina il multitasking e impara a stare nel silenzio, nel vuoto privo di rumore bianco, di brusio e vociare di sottofondo. Fai una cosa per volta. Cucina un piatto in silenzio, o cantando una canzone che ti mette allegria. Fai una passeggiata ascoltando il suono del vento e quello dei tuoi passi. Viaggia in treno guardando il rincorrersi delle nubi e dei tuoi pensieri.

Possiamo ritrovare la poesia nel quotidiano.
Accarezzare i dettagli.
Ricercare lo stupore deliberato, ciò che permea un progetto che richiede concentrazione e creatività durevoli. È una condizione di sospensione, uno stato di fede e speranza su ciò che può giungere a noi con la solitudine.
Ma quanto è difficile, oggi, ritrovarsi nel ventre della balena, lontano dal mondo per nutrire l’immaginazione?
Il corriere che suona. La notifica di una mail in arrivo, sui social o su What’s App. Tutto questo sta avvelenando il nostro fiume creativo, ricordalo.

Chi sceglie il ventre della balena, parlando di stagni e rane, che non ci dicono cosa pensano o cosa dovremmo pensare noi devono avere la libertà di farlo. Chi nega questa libertà agli altri “invoca il proprio annientamento”. Così disse Orwell.

Approfondimenti

Per scrivere questa puntata di Connessioni, “Rumore”, ringrazio “Lo spazio dell’immaginazione” di Ian McEwan edito in Italia da Einaudi, da cui sono tratte le citazioni dell’episodio. Un ringraziamento speciale va all’immenso lavoro di divulgazione di Umberto Eco, nella sua inesauribile vocazione e dedizione alla cultura. Al farci sentire vivi, non morti viventi. E, se desideri un approfondimento filosofico sui social media, ti consiglio la lettura di "Nello sciame" di Han Byung-Chul.

Se ti va, fammi sapere cosa ne pensi con un commento qui sul blog. Aspetto le tue riflessioni.

Autore

Alessia Savi

Ciao, sono Alessia. Creo strategie di comunicazione e marketing sostenibili per business al femminile. Strategie piene di ispirazione e anima, perché al centro ci sei sempre tu, con la tua energia e personalità. Nel rispetto di te. Nel mio lavoro ascolto, faccio domande, scrivo storie digitali. E non solo. Il mio mantra è #essercimeglio. Quando non mi occupo di marketing scrivo romanzi, conduco laboratori di libroterapia, mi lascio travolgere dalla bellezza in qualche museo, corro tra i prati in compagnia di Argo. Ogni storia è basata su una Verità: la nostra verità. Le parole risuonano: facci caso.

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2 comments on “Connessioni episodio 5 - Rumore”

  1. È il primo podcast che ascolto di Connessioni e lo trovo molto azzeccato per la limpidezza della comunicazione, per i riferimenti bibliografici e la lettura del momento attuale. Grazie Alessia, un contributo di grande valore

    1. Grazie di cuore, Simonetta!
      Sono davvero felice e molto grata, quando vi arriva tutto l'amore e la ricerca che sta dietro a ogni puntata del podcast.
      Davvero: grazie per avermi ascoltata.

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Sono Alessia, digital strategist e facilitatrice in libroterapia umanistica. Mi occupo di strategie di comunicazione e marketing sostenibili per business al femminile. Dove al centro, ci sei tu.

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