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Contenuto con personalità.

L’imminente entrata in vigore del GDPR 2016/79 fa parlare di sé. Dai gruppi Facebook ai forum di settore, avvocati, tecnici, web designer, social media manager e imprenditori si sono raccolti sotto un unico ombrello: quello delle notizie online. Un ombrello piccolo da cui entra un sacco di pioggia e noi la stiamo prendendo tutta in faccia, con un vento pazzesco che rischia di spazzarci via da un momento all’altro.

Avevo pensato di parlare di come adeguerò il sito al nuovo GDPR e i passi da fare, ma ho deciso di attendere qualche certezza in più riguardo l’aggiornamento che coinvolgerà WordPress. Così mi sono chiesta cosa dire in questo momento in cui tutti parliano di protezione dei dati con tono scocciato, dove tutti dicono la loro e trovare chi ha l’interpretazione più vicina alla verità sembra impossibile.

Ho riflettuto e alla fine ho capito: voglio parlare dello stare in rete, dell’essere sicuri di ciò che facciamo, di come ci muoviamo, di cosa raccontiamo di noi stessi, di come i contenuti personali raccontano il nostro business.

Tra l’esserci e lo stare

Online ci siamo tutti: chi per svago, chi per lavoro, chi per noia. Ci siamo, dobbiamo esserci, è un tacito dictat che abbiamo accettato tutti. Se non hai Facebook non esisti; se non hai Instagram non sai quali mondi ti perdi; se non hai Linkedin non troverai mai lavoro; se non hai un sito non avrai mai clienti. 

Il problema è che nessuno ci ha mai spiegato come starci, in rete. Cosa raccontiamo? Cosa vogliamo trasmettere di noi stessi all’esterno? Quale immagine vogliamo dare di noi, della nostra attività?

Per chi lavora online, la sfida più difficile è riuscire a raccontarsi con naturalezza.

Poniamo il caso che siate liberi professionisti: è un momento in cui la solitudine lavorativa vi pesa. Di pagare uno spazio in un coworking non se ne parla, per cui decidete di concedervi qualche ora di pausa con la vostra migliore amica. Lei non è una freelance, ma poco male: è la vostra migliore amica, vi ha sopportate in momenti ben peggiori. Mentre uscite di casa, il sole che vi fa l’occhiolino dopo settimane di pioggia e cielo grigio, vi attraversa la mente il desiderio di condividere sui social qualcosa di diverso dal solito. Così com’è arrivata, l’idea si porta dietro una serie di domande insidiose.

“Che faccio, lo dico che sono andata in centro a bere un cappuccino con la mia migliore amica? Sì, ma se poi i clienti lo vedono, pensano che non stia facendo nulla. Però della pausa ne ho bisogno. E se poi mi svaligiano la casa perché sono stata fuori troppo e avevo la geolocalizzazione attiva? Condivido tutto dal divano, ma poi mi sembra una presa in giro.”

Condivisione si trasforma nel sinonimo di ansia. Siamo di nuovo al punto di partenza: cosa vogliamo condividere? Non lo sappiamo, perché nessuno ci ha mai detto cos’è giusto e cos’è sbagliato. E noi abbiamo un estremo bisogno di sentircelo dire, che stiamo facendo la cosa giusta.

Essere online non significa starci. Possiamo esserci anche in forma di ectoplasmi, con strumenti che pubblicano a ripetizione i nostri contenuti sui canali social e palesarci solo quando ci va. D’altra parte, l’importante è esserci, no?
No.

Online dobbiamo starci. Dobbiamo saperci stare. Ma come? Già, come? Nessuno ce l’ha spiegato, ma è semplice: non dobbiamo alzare la voce, dobbiamo comportarci con gentilezza ed educazione, offrire una spalla alle anime che ci somigliano un po’ e girare alla larga dalle presenze tossiche che gironzolano per la rete. E questo è solo l’ABC.

Privato non è sinonimo di personale

Il problema di chi desidera imparare a stare online è che non sa cosa condividere, come muoversi, come gestire le relazioni. Perché nonostante ci sia un monitor e chissà quanti chilometri a mantenere le distanze, le parole hanno un peso, le immagini pure. E ci si sente come al primo appuntamento: con la certezza di inanellare una serie di imbarazzanti figuracce. 

Il limite di cosa raccontare online ce lo diamo noi. Esiste una linea di confine piuttosto definita tra privato e personale.

Privato, deriva dal latino privatus, «privare». Detto dell’uomo considerato come singolo individuo, nell’attività, nel comportamento e con i diritti e i doveri che sono inerenti a tale condizione, ma astraendo dalle attività e dalle funzioni pubbliche ch’egli svolge nella vita sociale, politica, economica, amministrativa della collettività di cui fa parte.

Personale, dal lat. tardo personalis, «persona». Che si riferisce alla persona, che è proprio di una determinata persona, di un singolo individuo; che servono all’identificazione di una persona.

(cit. dal vocabolario Treccani)

Parlare di noi, di ciò che siamo nel lavoro, significa farci identificare come professionisti con valori definiti, un’etica salda, un cuor di leone che trema davanti al successo e all’insuccesso, un passato a cui guardare con fierezza.

Cosa possiamo raccontare online?

  • Del nostro lavoro, di come lavoriamo, dei valori di cui ci facciamo portatori: abbiamo scelto una vita lavorativa che ci rappresenta, raccontiamolo. Ci sono gioie, timori, soddisfazioni, amore per ciò che si fa. Il nostro lavoro è una vita: degna di essere vissuta, di essere raccontata. Possiamo essere ispirazione e stimolo per chi ci legge.
  • Dei nostri prodotti, dei nostri servizi, di come sono realizzati e di come possono essere utili a chi ci segue. C’è una storia da raccontare: dalla scelta dei materiali a quella della confezione. C’è la ricerca di collaborazioni, il confronto con l’esterno, il tran tran quotidiano diviso tra burocrazia e clienti.
  • Di ciò che ci piace fare, di ciò che sogniamo, di ciò che vorremmo cambiare. In rete c’è un popolo che si suddivide in tribù delle quali facciamo parte: sapere che non siamo soli ci rende umani, ci rende veri. Questo è il momento dell’ispirazione, della motivazione, della voglia di gridare al mondo un messaggio. Di dare personalità al nostro business. Facciamolo.
  • Mettiamoci sempre cuore, curiosità, generosità: nella condivisione non risparmiamoci mai, scegliamo di dare prima di chiedere. 

Il limite è sfumato: dove si spinge la vostra riservatezza? Online possiamo condividere tutto, ma la domanda che dobbiamo porci è se ciò che stiamo per condividere interessa a chi ci segue. 

Se siete mamme blogger probabilmente le fotografie dei vostri figli online vi servono per lavorare; se siete mamme freelance e riuscite a godervi i momenti con i vostri figli siete la testimonianza che la vita da liberi professionisti lascia spazio alla famiglia. Volete condividere il valore della famiglia? Forse è un vostro valore personale ma che non appartiene al vostro business: allora lasciate perdere e condividete la fotografia del paesaggio che vedete al di là della finestra del vostro studio.

Qualsiasi cosa scegliamo di condividere, qualsiasi strumento scegliamo di adottare chiediamoci sempre se stiamo generando valore. Anche l’ispirazione e la leggerezza lo sono.

Quando parlo di comunicazione etica intendo proprio questo: creare valore con contenuti che parlano di noi in modo vero, forte, sentito. Questa magia accade quando parliamo di ciò che amiamo, dei nostri desideri, delle nostre passioni, di qualcosa che ci rapisce il cuore.

Siamo ciò che decidiamo di raccontare: siamo i contenuti che creiamo, che condividiamo e anche quelli che decidiamo di non condividere.

Fate in modo che chi vi segue voli in alto con voi e accoglietelo nel vostro mondo con tutta la gentilezza con cui un pettirosso raccoglie una rosa.

Scegliete di esserci. Non limitatevi a stare.

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