Da freelance a solopreneur: quali sono le differenze

Il tuo titolo professionale serve agli altri, non a te.

 

In Italia la normativa del mercato del lavoro non è adeguata alle nuove professioni e questo è, di per sé, un problema. Quale può essere la differenza tra un coach, un mentore e un consulente? A questa distinzione ha dato una bellissima risposta Micaela Terzi sul suo blog qualche tempo fa.

Come far capire all’esterno ci cosa ci occupiamo?
Andando a scoprire cosa caratterizza il nostro lavoro per poi inserirlo all’interno della nostra proposta di valore.

Se dico che sono una Digital Strategist le persone non sempre sanno con esattezza di cosa mi occupo. Molto spesso si dà per scontato che il marketing sia solo la parte di comunicazione online e offline, senza sapere che nel marketing rientrano l’analisi del business model e dei prezzi, la pianificazione e la creazione di business plan, l’individuazione del target, lo studio del mercato di riferimento. La comunicazione, insomma, è solo una piccola parte del marketing e nemmeno la più preponderante, se ci riflettiamo.
Quindi, se ho bisogno di essere comprensibile, dico che sono una consulente di comunicazione e marketing. E aggiungo la mia proposta di valore “l’anima slow“, perché parliamo di strategie e business con un’anima, che si basano sulla lentezza. Nella parola “slow” è racchiuso un mondo, decine di variabili, ma anche un’atmosfera: quella di un luogo accogliente, dalle luci soffuse delle candele, fatto di piccoli piaceri, profonda connessione con la natura e con sé stesse.
Un luogo intimo in cui ritrovarsi sempre connesse e allineate.

Quali sono le differenze tra freelance e solopreneur

Io non mi sono mai sentita freelance, ma consulente, devo ammetterlo.
La colpa credo sia del mio dentista che, alla domanda di cosa mi occupassi nella vita (e alla mia risposta “sono freelance“) mi chiese se ero giornalista e se viaggiavo per lavoro. In quel momento, ho compreso che molto spesso viviamo in una bolla fatta di gente come noi e che, appena usciamo, le nostre griglie interpretative non ci supportano più.

La differenza tra la freelance e la solopreneur è di carattere interiore. All’esterno, la solopreneur è a tutti gli effetti una freelance: lavora in modo autonomo, non ha dipendenti, spesso lavora da casa o da un coworking.

Una libero professionista è “una persona che agisce in modo indipendente senza essere affiliato o autorizzato da un’organizzazione” o “una persona che esercita una professione senza un impegno a lungo termine con un datore di lavoro.”
In genere, il modello di business della freelance è basato sul mettere a servizio di altre aziende le proprie competenze per completare progetti per diversi clienti. Lavorano per supportare altre aziende e non per creare i propri prodotti o flussi di entrate aggiuntivi al di fuori dei loro servizi freelance. In poche parole, scambiano competenze e tempo per una remunerazione adeguata.

E la solopreneur, che cosa fa?
Possiamo definirla un’imprenditrice autonoma che, invece di lavorare per altre aziende e scambiare tempo per denaro, sta costruendo un’attività che possa gestire interamente da sola.

Le solopreneur creano attività basate sulle loro passioni o competenze (come le freelance), ma creano modelli di business che producono entrate anche quando non lavorano. Non hanno un team (altrimenti sarebbero imprenditrici) ma si avvalgono della collaborazione di altre libere professioniste per aiutarle in aree e progetti specifici della propria attività.
La crescita del loro business è basata sulla costruzione di sistemi, di automatizzazione delle attività e creano nuovi flussi di entrate per far crescere il proprio business. La solopreneur ha l’autonomia della freelance e la mentalità dell’imprenditrice.

Quali sono le caratteristiche di una solopreneur?

  • Ha una visione che le permette di stabilire obiettivi concreti e realistici per sé stessa e il proprio business.
  • Sceglie una nicchia di mercato e offre servizi che hanno uno stile e un’impronta definita, caratteristica e unica: la sua.
  • Fa selezione delle clienti perché ha una visione chiara, ma anche una mission e una proposta di valore che le permettono di lavorare solo con le persone giuste per lei, per massimizzare l’impatto che vuole portare nel mondo.
  • Organizza il lavoro in modo da sostenibile. Spezza il paradigma della narrazione collettiva che vuole il freelance a servizio dei suoi clienti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Con il rischio di burnout dietro l’angolo e lo stress a mille.
  • Ha un business plan, ha pianificato le sue entrate e le sue uscite. Sa quanto spende, quanto guadagna e quanto deve fatturare perché il suo business sia sostenibile e possa consolidarsi ogni anno di più.
  • Continua a investire. Nella propria formazione, nelle collaborazioni su progetti specifici per migliorare la propria attività e il modo in cui può servire il proprio pubblico.
  • Sa dire di “no”. Coopera, collabora e non compete. L’analisi del mercato le serve per mettersi in ascolto del tuo pubblico, per darsi una spinta a puntare sulla propria unicità e i propri punti di forza. Non imita, non copia ma ricerca e mette tutta sé stessa in ciò che fa. Per questo non ha paura delle sue competitor, ma riesce a guardarle con il giusto distacco.

Non so tu, ma io a volte do per scontato di lavorare in una bolla che molte di queste cose le sa ma non è affatto così. Perché se siamo freelance nessuno può averci mai detto che possiamo specializzarci, che possiamo scegliere di vendere meglio i nostri prodotti e trasformare la nostra offerta in qualcosa che davvero ci rappresenta attraverso il nostro metodo di lavoro.

Che si crea con una sinergia tra chi siamo, ciò che sappiamo e ciò che amiamo.
In Italia manca il dialogo su queste tematiche.

La colpa della mancanza di sostenibilità del lavoro da libere professioniste, nella narrazione collettiva, ricade sul cliente. Un cliente che ci siamo scelte e, se anche fosse che lo abbiamo preso per necessità, pur sempre di scelta si tratta. Non si parla ancora di prezzi e di tariffe in pubblico: troppi siti di freelance non hanno una trasparenza economica. Perché? Perché si ha paura della concorrenza. Si ha paura ha dare troppo, e quindi la tendenza è non mostrare nulla del proprio lavoro. La generosità è percepita come una svendita, quando in realtà è un bellissimo modo – sano, etico e genuino – di portare nel mondo un pezzetto del nostro lavoro e diffondere la nostra visione. Un modo onesto di fare marketing, senza trucchi da prestigiatore, perché un buon contenuto, un buon freebie, ci permettono di dire “io lavoro così. E questa è la mia promessa per te“.

In Italia serve fare cultura d’impresa.

Ricordare a chi apre una partita iva che non è un dipendente a disposizione e servizio esclusivo dei propri clienti. Che non abbiamo l’obbligo della reperibilità. Che se un cliente ci chiede queste cose è meglio perderlo che trovarlo. Ricordarci in modo costante che il nostro valore è sempre al di là del fatturato, della performance, di quanto facciamo e quanto produciamo. Un valore slegato dai risultati tangibili perché intrinseco nel nostro DNA. Ancora troppe poche persone fanno informazione su come funziona la fiscalità, come accantonare le tasse per non ritrovarsi con lo Stato che bussa alla propria porta e il conto in banca in rosso. Una che tutto questo lo spiega benissimo è Carlotta Cabiati, che ha anche creato un file per il conteggio delle tasse che può salvare la vita a chi diventa pazzo con i conti.

Fare cultura d’impresa significa anche rompere la polarizzazione dipendente-privilegiato VS freelance-sfortunato perché anche per i dipendenti la pressione fiscale è elevata (solo che una parte non si vede). Questo ci riporta al punto iniziale: se sei solopreneur accetti anche che pagare le tasse fa parte dell’ordinarietà del tuo rischio di impresa. E forse, questo rischio vale la pena prenderselo tutto, ma anche con tutti i privilegi che una vita libera – libera davvero – può portarci. Libera di creare qualcosa di solo nostro, da vincoli e orari, con la possibilità di scegliere sempre. Libera di rappresentare chi siamo, di appartenerci come manifestazione della nostra personalità.

Non c’è una regola su cosa sia meglio. Esistono freelance felici di avere due, tre grandi clienti ed essere soddisfatti perché fanno il lavoro dei loro sogni per brand importanti. Oppure slash worker, che per metà della loro giornata sono freelance e per l’altra metà sono dipendenti: ho iniziato così anche io. E non c’è nemmeno nulla di male a scegliere di avere una piccola realtà local, lavorare per lo stesso giro di clienti offline ed essere le numero uno sul nostro territorio. Perché tutte queste cose possono comunque portarti ad avere l’atteggiamento, la mentalità e l’anima della solopreneur.

Se vuoi lavorare online – e magari vendere corsi – devi cambiare mentalità, puntare tutto su te stessa, uscire dal guscio e lavorare perché il tuo business sia riconoscibile al primo sguardo. Non solo con il tuo stile comunicativo, ma anche con la tua offerta. La scelta della vita imprenditoriale è fondamentale e non si basa su quanto fatturi, ma su come agisci. Su come pensi e prendi le tue decisioni.

Questo post è apparso per la prima volta all’interno della mia newsletter settimanale, Atanor. Te lo offro nella speranza che possa farti capire che le possibilità di scelta sono sempre di più di quelle che crediamo.Se questo post ti è piaciuto, ti ha fatto riflettere, ti ha aiutata, puoi iscriverti anche tu

Se ti senti una solopreneur, puoi scegliere di lavorare insieme a me seguendo De-Sider, il mio percorso di consulenza che farà risplendere il posizionamento del tuo brand.

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